Sarà che Berlusconi è – per quanto? – ancora lì, sarà che l’autoproclamato Robin Hood, Fabrizio Corona, non smette di combinare cazzate a uso stampa (il Corsera ci casca puntualmente, con dovizia di spazio online…), sarà che in sala l’offerta si può rifiutare, fatto sta che Videocracy merita di essere recuperato in homevideo (+ libro, con Fandango). Non è scaduto, ma non è una buona notizia.
Da Lele Mora a Corona passando per reality, tronisti, veline e sogni privati per il piccolo schermo pubblico, il documentario dell’italo-svedese Erik Gandini inquadra il “bestiario” televisivo italiano per rintracciare la genealogia del nostro sistema politico-mediatico, che da 30 anni ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi, “il Presidente prima della televisione, poi di tutto”..
Non è un documentario politico e militante, alla Michael Moore per intenderci, ma un lavoro emotivo, “ispirato dal cinema di Antonioni”, che va oltre e “fuori tema” dalla tesi di fondo: l’immagine è (il) potere, soprattutto in Italia, la patria del Presidente, dove tutto è concesso, anzi, dove tutto è normale.

Così, senza colpo ferire, Mora ci presenta le proprie creature, tronisti palestrati nel dolce far niente della sua villa in Costa Smeralda, rimpiange che Berlusconi, ahinoi, non sia come Mussolini, e ci fa sentire canzoni fasciste dal suo telefonino, mentre Corona pontifica, sguinzaglia i paparazzi dietro il vip di turno, fa vacue ospitate in discoteca e si mostra nudo e compiaciuto sotto la doccia.
L’unica speranza, quella del documentario, è che Corona, Mora e gli altri capiscano, un giorno, che la festa è finita, che, come dice Gandini, “fun is not fun anymore”.
Una constatazione di cui il filmaker, già noto per la co-regia Gitmo e il doc-shock Surplus, impregna pause e volti, creando lo straniamento necessario per accostarsi alla telecrazia: l’imperatore Silvio, i soldati Mora e Corona e i plebei, come il “Virgilio bergamasco”, capace di unire alla voce e le movenze di Ricky Martin il fisico e le mosse di Jean Claude Van Damme… E’ lui ad accompagnarci nelle aspirazioni di chi celebrity televisiva non è, ma vorrebbe, fortissimamente vorrebbe.
Fuori dalla scatola magica, tutto il resto è noia, almeno per le gerarchie dell’immagine al potere, ed è buffo, e inquietante, vedere come tutto sia partito – concordiamo con Gandini – da piccole tv locali che negli anni ’70 mandarono in onda i primi spogliarelli, casalinghi, tristi e in bianco e nero. E oggi? Oggi anche il Presidente è nudo, ma pochi se ne sono accorti. E allora non ci resta che sperare (invano) nella Cal(i)ende greche…

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