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Learn, earn and serve

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C’è una regola di vita della migliore tradizione civica americana che meriterebbe di essere fatta propria da noi, soprattutto laddove, come al sud, tale tradizione è mancata per secoli. C’è un tempo per formarsi (learn), uno per mettere a frutto (earn)  ciò che si è imparato ed un altro per restituire alla società, sotto forma di servizio agli altri (serve), una parte di quanto si è avuto la fortuna di ricevere. Si tratta di una forma di responsabilità sociale che dovrebbe riguardare soprattutto coloro che hanno avuto la sorte di poter ricevere un’adeguata formazione scolastica e universitaria, aver viaggiato, fatto esperienze e goduto, conseguentemente, di una sufficiente libertà sia intellettuale che economica.

Perché dicevo che questa regola dovrebbe essere adottata soprattutto in quelle regioni dove ancora incompleta e problematica è l’aggregazione del tessuto sociale? Perché nelle regioni del sud, così come lucidamente analizzò Robert Putnam nel suo studio del 1993 (“La tradizione civica delle regioni italiane”) è mancata l’esperienza civica comunale del medioevo, tipica del centro-nord Italia.

Nella cattedrale di Palermo sono conservati i resti di Federico II di Svevia, l’imperatore “stupor mundi” che tanto inorgoglisce siciliani e pugliesi (“puer apuliae”) tra le cui regioni si divise in vita, al quale molti studiosi, molto meno benevoli, attribuiscono la responsabilità di avere, per debolezza politica, poggiato il suo potere su quello dei baroni. Dai baroni medievali attraverso i signori di tutte le dominazioni che si sono succedute fino ai signori del voto di scambio e della costruzione clientelare del consenso, il passo è breve e il domicilio, almeno a Palermo, pure: nello stesso palazzo che fu dei re normanni.

Putnam era ben consapevole del mix che ha reso vitale la democrazia americana attraverso un’amministrazione decentrata, l’associazionismo volontaristico e il pragmatismo individualista e con questo termine di paragone ha voluto studiare da vicino l’andamento del decentramento regionale italiano degli anni ’70 per analizzare come le tradizioni di associazionismo e di impegno civico, o la loro assenza, abbiano influenzato l’azione politica facendo, o non facendo, prosperare una compiuta democrazia. La sostanziale diversità tra le regioni del centro-nord e quelle del sud, in termini di qualità della classe dirigente, oculatezza amministrativa, partecipazione democratica, dipende dalla diffusa presenza ovvero assenza di quel senso civico, di quel cemento sociale che Putnam definisce col termine di “comunità civica”, il capitale sociale presente e storicamente radicato nella tradizione degli istituti comunali del centro-nord, assente o quasi al sud.

Se dovessi rappresentare con un’immagine, con dei tratti sulla lavagna, questo divario culturale, direi che al sud predominano rapporti e aspettative soggettive di tipo verticale che generano sudditanze dal centro di potere (legale, ma spesso anche illegale) verso il singolo cittadino, mentre al nord, a questi rapporti verticali, se ne affiancano altri, non meno importanti, orizzontali, tra i cittadini, finalizzati allo scambio solidaristico, all’associazionismo e alla cooperazione economica.

Riuscire a sfondare quell’orizzonte sociale miope che troppo spesso non supera l’ambito della propria famiglia o del proprio clan, dando luogo a quello che è stato definito il familismo amorale, è una sfida culturale ancora attuale al sud. Bisogna imparare a prescindere dai partiti invece che limitarsi ad invocarne l’intervento, anche per condizionarne in positivo l’azione, rompendo quel rapporto sado-maso tra elettorato e classe politica capace di sorprendenti risultati elettorali “bulgari” da “61 a 0”. L’assistenzialismo intermediato dalla politica ha sterilizzato ogni altro genere di solidarietà civile: se questa classe politica meridionale riscattasse davvero dal bisogno ampie fasce di cittadini meridionali, costoro che bisogno avrebbero di questa classe politica?

Chi vive in città meridionali, Napoli come Palermo, sommerse oggi vergognosamente dall’immondizia, e goda di un minimo di libertà intellettuale ed economica, non può perciò accontentarsi di possedere una casa pulita e confortevole per continuare ad avallare comportamenti omissivi: chi ha la capacità di capire, ha poi la responsabilità di agire.

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