È legittima l’ordinanza di custodia cautelare che la procura di Napoli aveva notificato lo scorso 27 aprile a Totò Riina, boss dei corleonesi già in carcere e sottoposto al regime duro del 41bis, ipotizzando il suo ruolo di mandante nella strage di Natale, avvenuta il 23 dicembre 1984 quando una bomba esplose sul Rapido 904 nella galleria della Direttissima, all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, provincia di Bologna.

Lo ha stabilito la Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dai sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia Paolo Itri e Sergio Amato e dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico. La suprema corte ha anche annullato senza rinvio il provvedimento emesso dal tribunale del Riesame che invalidava l’ordine d’arresto per Riina, firmato dal gip Carlo Modestino. La motivazione dell’invalidamento era la prospettata incompetenza territoriale dei magistrati napoletani a indagare su una strage avvenuta al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna, per quanto i pubblici ministeri ritenessero che l’esplosivo impiegato fosse partito da Napoli.

Si inizia di nuovo dunque con un’indagine che meno di un anno fa andava a cercare la matrice di una strage che fece 17 vittime e 267 feriti negli ambiente legati a cosa nostra. La mafia, infatti, secondo i magistrati napoletani, avrebbe voluto fermare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alle prese con le indagini che avrebbe portato meno di due anni dopo al maxiprocesso di Palermo, iniziato il 10 febbraio 1986 e conclusosi il 16 dicembre 1987.

L’inchiesta di Napoli, era stato rilevato già con l’ordinanza del 2011 rinotificata a Riina subito dopo il pronunciamento della Cassazione, non soppianta quanto già stabilito da indagini e processi e processi precedenti, ma prosegue nel delineare un’asse di collegamento tra il terrorismo di matrice eversiva e le cosche siciliane, asse già emerso fin dai contatti che precedettero il fallito golpe Borghese della notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970.

Gli accertamenti successivi all’esplosione del 23 dicembre 1984 svolti dalla procura di Bologna stabilirono che la bomba esplose per l’innesco fatto scattare da un dispositivo elettronico mentre il treno, che viaggiava a 150 chilometri orari, era a poco più di metà della galleria sulla linea che collega Firenze al capoluogo emiliano. L’inchiesta in seguito fu trasferita in Toscana e a una svolta si giunse con l’arresto di due uomini, Guido Cercola e Giuseppe Calò, detto Pippo, considerato il luogotenente e il cassiere di cosa nostra a Roma.

All’inizio, all’individuazione dei due si arrivò per questioni di droga, ma il loro possesso fu rinvenuto materiale elettrico compatibile con quello dell’innesco della bomba, oltre che esplosivo. In seguitò fu incriminato anche un cittadino tedesco, Friedrich Schaudinn, e lo spettro di indagine si estese anche al mondo del terrorismo neofascista dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari.

La cerniera con gli ambienti delle organizzazioni criminali fu ribadita in sede di processo, quando quando la Corte d’Assise di Firenze il 25 febbraio 1989 pronunciò la sentenza di primo grado che condannava anche personaggi legati alla camorra e in particolare al clan di Giuseppe Misso, boss del rione Sanità. In secondo grado, il 15 marzo 1989, vennero confermati gli ergastoli per Cercola e Calò mentre Misso e altri imputati furono assolti per il reato di strage, ma condannati perché detenevano esplosivo. Meno bene andò al tedesco Schaudinn, assolto per la banda armata e in galera invece per l’eccidio.

Battuta d’arresto nel 1991. Il 5 marzo di quell’anno, infatti, la Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale (il giudice conosciuto come l’“ammazza sentenze” indagato e poi prosciolto per concorso esterno in associazione mafiosa), annullò i precedenti pronunciamenti e il nuovo processo, celebrato nell’anno successivo, finì con la conferma dell’ergastolo per Cercola e per Calò, ma gli altri imputati se la cavarono con pene meno severe che in passato. Assolto in un procedimento separato dall’accusa di strage un esponente del Movimento Sociale Italiano, Massimo Abbatangelo, condannato a 6 solo per aver fornito esplosivo a Misso.

Infine, il 24 novembre 1992 giunse di nuovo la Cassazione che, per la strage di Natale, disse che si trattava di un attentato di “matrice terroristico-mafiosa”. Di qui ora riparte la Dda di Napoli che vuole dimostrare il coinvolgimento dei corleonesi. Nell’ordinanza d’arresto si parla infatti di “pressioni [che], nelle intenzioni di Riina, e secondo quanto dichiarato dai collaboratori di giustizia erano destinate ai (veri o presunti che fossero) referenti politici del mafioso, quale sostanziale forma di ricatto, al fine di indurre tali soggetti ad intervenire efficacemente per condizionare, a livello giudiziario, ed a beneficio dell’organizzazione, l’andamento del maxiprocesso”.

a.b.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Parma, guerra dello “spartito”. Orchestrali del teatro Regio: “La Regione ci vuole morti”

next
Articolo Successivo

Bologna, scritte sui muri dell’Università. Indignati contro la laurea a Napolitano

next