E’ da alcuni giorni che molte persone, parenti, amici, turisti, mi chiedono se sono preoccupato per ciò che sta accadendo in Turchia. La risposta è no. Non sono preoccupato, per niente. Anzi sono felice.

Sono orgoglioso di essere qui in questo momento, di essere stato a Gezi Park fin dal primo giorno, quando eravamo meno di mille. Non avrei mai immaginato che quei mille in due giorni sarebbero diventati milioni. Una partecipazione improvvisa, spontanea, coinvolgente.

Ho visto resistere con forza alle violenze della polizia, ho visto l’immensa solidarietà di un popolo, ho visto chi non scendeva direttamente in piazza aiutare chi lo faceva in ogni modo. Ho visto lasciare sui davanzali delle finestre limoni, latte e aceto per le persone che dovevano difendersi dai lacrimogeni. Ho visto hotel che lasciavano aperte le loro porte 24 ore su 24 per dare rifugio ai manifestanti, ho visto ristoranti offrire a loro pasti gratis.

Ho visto ragazzi con la mascherina sulla bocca per difendersi e con l’iPhone in mano per attaccare.

Ho visto le ragazze attiviste dei musulmani anticapitalisti pregare in Piazza Taksim con il velo in testa e con la sciarpa degli ultrà anarchici del Besiktas al collo. Ho visto i curdi ballare in cerchio mano nella mano con i kemalisti.

Ho visto intelligenza, creatività. Ho visto boicottaggi che in due giorni hanno avuto successi clamorosi, costringendo televisioni e banche a chiedere scusa pubblicamente. Ho visto un enorme coraggio.

Ho visto la città lampeggiare e risuonare all’unisono, luci e pentole diventare armi di coesione di massa.

Ho visto i ragazzi ripulire tutte le mattine il parco e le strade che avevano occupato di notte. Ho visto la vita andare avanti nonostante tutto, centinaia di persone cenare all’aperto al ristorante con le mascherine antigas e gli occhialini da nuoto.

Ho visto le barricate, simbolo supremo di difesa, di contrasto, di divisione fra ciò che si desidera e ciò che si ripudia. Quelle barricate non dureranno ancora per molti giorni, ma il loro significato rimarrà nella memoria di chi le ha viste.

Ho visto una polizia violenta e senza scrupoli, a cui è stato risposto con grande maturità e consapevolezza.

Ho visto una generazione piena di vita, che è scesa in piazza per decidere il proprio futuro, che non si rassegna, che vuole libertà, giustizia, e vera democrazia.

Per tutto quello che i miei occhi hanno visto, non sono preoccupato, al contrario sono fiducioso. Colmo di speranza.

Questa gente è fortissima, questa gente ha un’immensa dignità.

Ad essere sincero mi preoccupa una cosa: non aver visto e continuare a non vedere qualcosa del genere in Italia.

Mi preoccupa un Paese che si lamenta da venti anni, un Paese sull’orlo del baratro, che continua a tollerare e a votare gli stessi personaggi putridi che l’hanno rovinato.

Mi preoccupa un Paese narcotizzato dalle tv, un Paese passivo, vuoto, rassegnato, che ha perso qualsiasi speranza insieme alla sua dignità.

Mi preoccupa un Paese che riesce a riempire le piazze solo per andare ad ascoltare il guru di turno. Un Paese senza più nessun tipo di solidarietà, in cui l’egoismo è la regola, in cui i giovani sono più vecchi dei vecchi.

Mi preoccupa, più del fascismo che vedo in Turchia oggi con i miei occhi, il nichilismo che vedo in Italia.

Auguro al mio Paese di non continuare a farsi prendere in giro, di alzare la testa.

Lottate, cazzo.

Questa lettera è stata scritta da Gianluca D’Ottavio, che vive a Istanbul, dove si occupa di turismo. Il suo blog, dove tiene monitorata la situazione, si chiama eloquentemente Scoprire Istanbul. L’ho riportata perché conferma la mia impressione di Istanbul che avevo riportato qui.

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