Non è decisamente il migliore degli anni per il presidente di Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli che, dopo i guai dell’amico Zaleski, l’astro calante al Corriere della Sera e il peso degli anni, giunto sul viale del tramonto si trova a fare i conti anche con un’inchiesta giudiziaria. Mercoledì mattina, infatti, la Guardia di Finanza ha fatto irruzione nella sede di Ubi Banca, a Bergamo, e negli uffici del banchiere oltre che in quelli del presidente di Italcementi, Giampiero Pesenti. A inviare le Fiamme Gialle, la Procura di Bergamo che ha aperto un’inchiesta per ostacolo alle funzioni di vigilanza ed altri reati. Bazoli, che di Ubi è stato consigliere dal 2008 fino al 2012, insieme al suo avvocato di fiducia Alessandro Pedersoli, è in particolare indagato per ostacolo alle funzioni di vigilanza insieme al presidente del consiglio di gestione di Ubi-Banca Franco Polotti, al presidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio e al vicepresidente Mario Cera, oltre ai consiglieri dell’istituto Victor Massiah e Italo Lucchini. Pesenti, storico azionista della banca (ha ancora lo 0,25% dopo una corposa vendita avvenuta nel 2013) e insieme a Bazoli a lungo dominus degli ormai ex salotti della finanza italiana, è invece coinvolto nel filone di indagine per truffa e riciclaggio che riguarda Ubi-Leasing e i suoi ex dirigenti Giampiero Bertoli, Alessandro Maggi e Guido Cominotti: qui i reati ipotizzati dalla magistratura di Bergamo riguardano una compravendita anomala di beni da parte di Ubi-Leasing.

LE NOMINE PILOTATE – La perquisizione a carico di Bazoli riguarda invece la sua responsabilità come presidente di un gruppo di azionisti di Ubi Banca, l’Associazione Banca Lombarda e Piemontese. Il banchiere 82enne, ex presidente della holding bresciana Mittel, è stato però anche consigliere della popolare, all’interno della quale rappresentava l'”ala bresciana”, fino a quando la normativa sui doppi incarichi introdotta dal governo Monti lo ha costretto alle dimissioni. E, secondo quanto si apprende, il reato di ostacolo all’attività di vigilanza si riferisce proprio a presunte gravi anomalie nella modalità di “comunicazione riguardo alle indicazioni dei vertici” di Ubi Banca (nata dalla fusione di Banca Popolare di Bergamo e altre popolari) che coinvolgono l’associazione: quel gruppo di azionisti, insieme all’Associazione amici di Ubi, per l’accusa avrebbe messo in campo, senza che le autorità di vigilanza ne avessero conoscenza, un sistema di regole tale da predeterminare i vertici della popolareIn pratica, secondo gli inquirenti, il professore bresciano che deve la sua lunga carriera alla scelta dell’allora ministro del Tesoro, Nino Andreatta, di metterlo alla guida del Nuovo Banco Ambrosiano dopo l’esplosione del caso Calvi, pilotava le nomine dei vertici del gruppo bancario di cui è azionista. E nel quale la figlia Francesca e il genero Gregorio Gitti, avvocato d’affari e deputato prima con Scelta Civica poi con Popolari per l’Italia, occupano posizioni di rilievo. Con l’aggravante di essere contestualmente presidente di una banca concorrente, Intesa. 

UN ANNO DIFFICILE – La notizia dell’indagine è un duro colpo per il banchiere che è stato per oltre trent’anni dietro le quinte delle partite più delicate per il Paese. L’ultima acrobazia era riuscito a metterla a segno subito dopo il rinnovo alla presidenza di Intesa ottenuta anche grazie al supposto dell’allora presidente della Compagnia di San Paolo, Sergio Chiamparino. Era stato poco più di un anno fa quando aveva ottenuto dal morente Giuseppe Rotelli, fortemente indebitato con Intesa, il via libera alla ricapitalizzazione dell’editrice del Corriere della Sera, Rcs, fondamentale per la sussistenza del quotidiano tanto caro a Bazoli che per questa passione, insieme a Cesare Geronzi, si è guadagnato l’appellativo di “arzillo vecchietto” da parte di Diego Della Valle. Poi sono tornate al pettine le difficoltà dell’amico Romain Zaleski, per altro anch’esso azionista di Ubi. Proprio il finanziere franco-polacco che era stato uno dei punti di forza all’origine delle sua carriera grazie il sostegno prestato ai tempi dell’Ambroveneto che aveva parato gli attacchi della Mediobanca di Enrico Cuccia. Ma i cui debiti (2,2 miliardi il totale dell’esposizione verso il sistema bancario) stanno costando decisamente cari a Intesa, tanto che alcuni osservatori attribuiscono la costosa cacciata di Enrico Cucchiani dalla guida della banca al suo aver messo il dito nel conflitto d’interesse di Bazoli su questo fronte. Dolori anche sul versante Corriere, dove il suo peso è in costante diminuzione e le lotte intestine la fanno ormai da padrone.

CI MANCAVA BISIGNANI – A condire il tutto, oltre all’età che avanza e le pulizie in corso ai vertici di Intesa dove il presidente del consiglio di gestione Gian Maria Gros-Pietro lo sta progressivamente sostituendo negli appuntamenti pubblici, il recente romanzo di Luigi Bisignani, Il direttore. Il coprotagonista del libro è infatti un banchiere comasco, Ludovico Bogani, che ottiene dal direttore del più importante quotidiano d’Italia la copertura dei suoi guai finanziari legati a doppio filo con quelli dell’amico polacco Jan Sibiesky, ma anche e soprattutto delle operazioni poco pulite effettuate all’origine della carriera di Bogani, quando il banchiere ancora giovane avvocato, aveva lavorato per lo Ior insieme all’amico polacco e a un alto prelato. E, sempre nel romanzo, quando il passato tornerà a galla, il banchiere dovrà fare un passo indietro e lasciare la presidenza dell’istituto.

Nel mezzo la vacanza con Piero Fassino sullo yacht di Giorgio Fantoni e, a seguire, i guai della finanziaria bresciana Mittel, lasciata per la legge sui doppi incarichi come Ubi, dove per altro la figlia Francesca, attualmente consigliere di amministrazione del Banco di Brescia, amministratore di Ubi Sistemi, e consigliere di Fondazione Banca San Paolo di Brescia, è stata in predicato per entrare nel consiglio di gestione, nomina poi sfumata tra le polemiche all’inizio del 2013. Il marito di lei, Gitti, invece, presiede tra l’altro Ubi Finance 2, Ubi Finance 3e 24-7 Finance, società che si occupano di cartolarizzazione dei crediti per Ubi Leasing, Banco di Brescia e Popolare di Bergamo. Quanto alle accuse di vecchiaia e stanchezza, recentemente rilanciategli da Della Valle, lui ostenta serenità, contrapponendogli l’esperienza accumulata e invitandolo a una sfida sui campi da sci. Parole anche per il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, che Bazoli nel corso dell’ultima assemblea d’Intesa ha definito “un difensore della libertà di stampa”.

LO STRANO GIRO DEI BENI IN LEASING – Tornando a Ubi e ai reati di truffa e riciclaggio contestati agli ex dirigenti di Ubi-Leasing – filone nel quale è chiamato in causa anche Pesenti – la magistratura ipotizza gravi irregolarità nella compravendita di beni di lusso, tra i quali imbarcazioni e aerei. Tali beni – sempre secondo le ipotesi dell’accusa – venivano ceduti in leasing a persone fisiche e società ma, di fronte alle prime difficoltà di pagamento delle rate, venivano sottratti a coloro che avevano sottoscritto il contratto e subito ceduti, a un prezzo di gran lunga inferiore al valore reale, a persone vicine a Ubi-Leasing. Una questione non del tutto nuova per il gruppo che da due anni è al centro di un violento scontro tra il polo bresciano e quello bergamasco. Mancanze e irregolarità nella gestione di Ubi Leasing sono state di recente rilevate anche dalla Banca d’Italia, che nel gennaio di quest’anno ha sanzionato per 360mila euro vecchi e nuovi manager della controllata. Nel corso di un’ispezione condotta tra giugno e ottobre 2012, via Nazionale aveva verificato carenze nei controlli interni, nella gestione del credito e nell’organizzazione, concentrando l’attenzione in particolare su alcune operazioni di leasing.

IL CASO MORA – Le stesse denunciate, da almeno tre anni, dal’ex deputato Pdl Giorgio Jannone. L’ad delle Cartiere Pigna di Alzano Lombardo, nelle vesti di presidente dell’Associazione azionisti di Ubi Banca – nonché, nel 2013, candidato alla presidenza del consiglio di sorveglianza della banca con un piano industriale alternativo – aveva criticato la vecchia gestione Ubi denunciando tra l’altro operazioni “censurabili” come quella relativa al finanziamento concesso all’impresario dei vip Lele Mora (condannato tra l’altro per bancarotta fraudolenta e evasione fiscale): “Nonostante fosse già in bancarotta, ricevette due milioni di euro per l’acquisto di un aereo”, ha detto un anno fa durante un evento pubblico a Varese. “Quando, dopo tre rate, ha smesso di pagare, la banca si è ripresa il velivolo che alla fine è stato venduto a 63.500 euro a persone vicine al gruppo”. Uno schema “ripetuto più volte”, secondo il commercialista Jannone, “con beni in leasing per milioni dati a soggetti non solvibili e poi svalutati con vendite a prezzi minimi”. L’ex parlamentare non è poi entrato in consiglio: all’ultimo minuto si è ritirato per far convergere i voti su Andrea Resti, comunque sconfitto dall’“uomo della continuità” Moltrasio.

Il Cessna dell’ex agente dei vip, insieme a un motoryacht Akir 108, un’imbarcazione il cui valore viene stimato in oltre 10 milioni di euro e che sarebbe stata venduta a 3 milioni e mezzo, oltre ad alcuni automezzi sono poi finiti nell’inchiesta. Non a caso l’inchiesta che ha portato alle perquisizioni nasce proprio dagli esposti di Jannone e di Elio Lannutti fatti nel 2012 e relativi a Ubi Leasing e Ubi Factoring e da un esposto del luglio 2013 presentato dai consiglieri di sorveglianza eletti nella lista di minoranza “in merito alla presunta esistenza di patti parasociali” occulti. Lo ha precisato la stessa Ubi Banca in una nota in cui assicura “massima collaborazione” con la Guardia di Finanza. Dal canto suo Jannone fa sapere che “la tutela dei diritti e del patrimonio di migliaia di azionisti, che ho voluto con forza difendere, spesso solo, in questi anni, impone la massima cautela. Dobbiamo tutti salvaguardare il valore del titolo Ubi, lasciando lavorare la Magistratura, Banca d’Italia e Consob“, si legge in una nota. “Il quadro che emerge è certamente molto delicato, riguarda una tra le principali banche italiane, quotata in Borsa, e riflette dati e informazioni, attinenti alla gestione della banca e ai risultati assembleari, al vaglio delle istituzioni preposte”.

LA BARCA DI PESENTI – “Le iniziative disposte dall’Autorità Giudiziaria nei confronti di Giampiero Pesenti non hanno alcuna attinenza a fatti riguardanti ostacoli alla vigilanza o alla gestione di Ubi Banca, di cui Pesenti non è mai stato amministratore”, hanno precisato fonti vicine al presidente di Italcementi sottolineando che “nei suoi confronti sono ipotizzate irregolarità riguardanti attività personali, che non coinvolgono Italcementi, in ordine a rapporti intercorsi con Ubi Leasing in merito all’acquisto di una imbarcazione“. “Nell’esposto denuncia – è la conclusione – alla base dell’iniziativa dell’Autorità giudiziaria, si ipotizza un’operazione condotta a prezzi di favore; si confida invece che nel corso dell’indagine emerga la totale congruità e correttezza della transazione”. 

“Gli accordi che hanno dato vita a Ubi” così come “tutti i successivi sono stati recepiti negli statuti e in atti ufficiali debitamente comunicati”, ha fatto sapere dal canto suo il legale di Bazoli, Stefano Lojacono. Il legale ha poi tenuto a precisare che “l’indagine in corso da parte della Procura di Bergamo interessa il Professor Bazoli esclusivamente in quanto Presidente di una associazione di azionisti di Ubi Banca” ed “ha per oggetto presunti patti parasociali che non sarebbero stati comunicati alle competenti autorità”, si legge nella nota in cui si ricorda che Bazoli è uscito dal consiglio di sorveglianza di Ubi Banca da “oltre due anni”. “Quanto alle altre ipotesi di reato oggetto delle indagini di cui oggi si ha notizia, si sottolinea con assoluta chiarezza che esse non riguardano in nessun modo il Professor Bazoli”, conclude il comunicato.

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