E’ proprio vero che i 40-50enni sono ‘carne da macello’ oggi in Italia, come ci scrive un lettore?
Sono un ingegnere 40enne scartato dal mondo profit. Oggi gli ingegneri over 40 sono carne da macello… in Italia nessuno ormai ci cerca più.scrive D. 

Murales-Crescenzi
Scritta su murales presso una stazione ferroviaria

Premesso che alcuni ambiti di ingegneria tirano ancora e c’è difficoltà a reperire profili (es.energetica/meccanica, fonte Cgia Mestre), la crisi non coinvolge certo solo loro ma anche – più di tutto – i ragionieri, gli edili, i manager di molti comparti. Molti sembra effettivamente si avviino ad una lenta ‘frollatura’, tra veti interiori (non voglio abbassarmi a fare questo!), tentare di riciclarsi come consulenti in mercati statici e pieni di concorrenti, l’arrampicarsi su progetti improbabili (soprattutto i manager senza esperienza imprenditoriale).

Il ‘che fare?’ di antiche utopie giovanili si ingrigisce ora di tragedia ora di un senso di schiacciamento tra presente e passato. Un ‘tetto’ di gomma al posto del futuro sembra far rimbalzare le ambizioni di riscatto sempre verso il basso. Nessuno crede che il ‘cambiare settore’, tentare di lavorare in ambiti trainanti (la ristorazione tra tutti, i mestieri della ristorazione – +14% in variazione assoluta 2008-2013, dati Cgia Mestre) o nel non profit, sia così a portata di mano: le non profit non rispondono quasi mai alle candidature spontanee, i linguaggi troppo diversi-molti ‘rimbalzano’ con la sensazione di un settore vivo, in fortissima crescita come ci racconta l’Istat, ma… chiuso. In cui, come per fare il cuoco, è richiesta una professionalità sempre più elevata.

Come se ne esce? Ponendosi le domande giuste, ma, prima, con lo spirito giusto. D. cerca in sé le competenze giuste e la grinta per ripartire: “Avendo una bimba e non potendo recarmi all’estero mi sono voluto ‘reinventare’ laddove ho già una piccola esperienza di volontariato trasformandolo in lavoro. Ho fatto il commerciale per dieci anni… e so come funziona il cervello della gente e le porte in faccia…”. Ma la cosa meno banale è questa che segue:  “Noi italiani ci lamentiamo sempre ma acqua calda, cibo, un letto ce l’abbiamo: ma gli altri? Penso a mia figlia che ha il necessario per vivere, ma un bimbo in mezzo alle mosche sotto una baracca africana?”.

Quindi proprio quando la preoccupazione per noi stessi e la nostra famiglia è all’apice, riusciamo preoccuparci degli altri? Aiutare altri per aiutare se stessi? Ho conosciuto e formato molti ingegneri, stufi della Fiat o di altre multinazionali con sempre meno anima, andare a lavorare come Project Manager della cooperazione internazionale, in Africa o seguendo i progetti dall’Italia. A partire dalle loro competenze progettuali ed organizzative, molto richieste. Non è quindi un semplice atto di altruismo, ma una prospettiva di lavoro… Lavorare per  il bene comune e lo sviluppo, più che solo per il proprio profitto, a partire da sogni, competenze, relazioni, è  lo ‘ spirito’ del settore. 

All’opposto dell’approccio ‘solidaristico’ di D., ho recentemente avuto un colloquio sulla definizione delle ‘prospettive professionali’ con un giovane molto in gamba e di ottime possibilità. Il cui unico errore – rimediabilissimo e spero superato nel confronto – era quello di pensare ‘troppo’ alla sola carriera: “Facendo il fundraiser posso arrivare a guadagnare 80.000 euro l’anno? Il mio sogno è arrivare al top di carriera”. Non si tratta solo di egoismo ma – ho notato in molti giovani di ‘buona famiglia’ – spesso di corrispondere ad aspettative familiari comprensibili ma devastanti ed anacronistiche. Lo schema mentale “Io, Soldi, Carriera”, ed il ‘Sogno che io, io, io…’,  va sostituito con un bel ‘Noi” e con un Sogno ‘sociale’ di mondi che noi possiamo rendere migliori. Ho trattato questa differenza nel recente post

Come suggerisce D. “Il cambiamento del mondo parte anche dal ‘fare del bene’ a chi ha bisogno”. Arrivare a potersi concedere una riflessione come quella che mi è molto cara – citando le Memorie di Adriano di M. Yourcenar: “La mia vita non mi preoccupava più: volevo nuovamente pensare al resto degli uomini’. Credo veramente che quello di D.,  che ringrazio, sia lo spirito giusto, una precondizione necessaria del successo, che sono certo alla fine raggiungerà – nel non profit o meno. Intanto, in bocca al lupo,  D., resisti e…. non farti ‘frollare’.

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