Mentre in Senato accelera l’esame del disegno di legge sul rientro dei capitali, che esclude la punibilità per chi ha frodato il fisco se aderisce alla procedura di collaborazione volontaria, la Corte dei Conti demolisce la strategia di lotta all’evasione dei governi italiani degli ultimi 40 anni. Spingendosi a scrivere che nel quadro attuale, con la prospettiva di una sanatoria sempre all’orizzonte e controlli insufficienti, chi paga puntualmente le tasse dovute è un “autolesionista”. I magistrati contabili, nella relazione sugli effetti prodotti dall’azione di controllo sui contribuenti, rilevano innanzitutto che le misure fiscali approvate in questi decenni hanno una mole “rilevante”, ma il risultato è una normativa “spesso contraddittoria e mal coordinata, adottata sulla spinta di emergenze contingenti e quasi mai inquadrata in una strategia di lungo periodo di contrasto all’evasione fiscale”. Non solo: più le norme si sovrapponevano senza un ordine, più il sistema fiscale italiano diventava ingiusto, “discostandosi dal modello teorico” basato sulla progressività e sull’apporto di tutti i cittadini in base alla capacità contributiva. Oggi, rileva la Corte, c’è una forte “sperequazione (una divisione iniqua, ndr) tra il livello di contribuzione del lavoro dipendente e di pensione e quello derivante dallo svolgimento di attività economiche indipendenti”. Basti pensare che nel 2013 il 79% del gettito Irpef è arrivato dalle ritenute fatte dai datori di lavoro e dall’Inps.
Paghi tutte le tasse? Sei autolesionista – Ancora peggiore il quadro dei controlli e delle sanzioni. Il sistema dei controlli fiscali funziona male, è ‘depotenziato‘ e non ha più il necessario effetto deterrente. I motivi? In primo piano “la ricorrenza di condoni e sanatorie, la cui prospettiva rende autolesionistica la condotta di chi adempie correttamente e tempestivamente all’obbligazione tributaria”. Insomma, se hai la fondata speranza di passarla liscia con effetto retroattivo – come potrebbe presto avvenire, grazie al decreto sull’abuso del diritto, per chi ha presentato dichiarazioni infedeli per cifre fino a 200mila euro – perché dovresti saldare tutto il dovuto? Ma la lista dei motivi per cui gli evasori dormono sonni tranquilli non finisce qui. La Corte ci aggiunge il “basso numero di controlli rispetto al numero di contribuenti ‘a rischio’ (in media un controllo ogni trent’anni e più di svolgimento dell’attività, almeno per la maggior parte delle piccole imprese e dei professionisti)”, l’”esiguità delle sanzioni amministrative alle quali il contribuente infedele è stato esposto, almeno finora, nell’ipotesi di definizione bonaria dell’accertamento (pagamento di una somma pari al 16,66% dell’imposta evasa in caso di infedele dichiarazione definita sulla base del verbale o dell’invito al contraddittorio)” e la “scarsa efficacia delle sanzioni penali“, che sono “in gran parte dei casi destinate a restare inapplicate per prescrizione del reato” o per la “remota probabilità di effettiva applicazione della sanzione detentiva in caso di condanna”. Pesano, ovviamente, “i tempi dei procedimenti”, ma anche i “comportamenti dilatori della difesa”. In ultima analisi, secondo la magistratura contabile, “il sistema penale-tributario in assenza di un’organica riforma dell’intero sistema repressivo penale presenta oggi limitate possibilità di contrastare i più spregiudicati e insidiosi comportamenti fiscali”. Ciliegina sulla torta, le procedure di riscossione coattiva che risultano decisamente “attenuate” a causa di “ripetuti interventi legislativi”.
Il sistema dei controlli è ‘depotenziato‘ e non ha più effetto deterrente
Quelle norme cambiate cinque volte – A proposito di interventi ripetuti e inversioni di rotta, la Corte già nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica per il 2013 “ha avuto modo di rilevare come essa sia stata caratterizzata da andamenti ondivaghi e contraddittori”. Qualche esempio? Gli elenchi telematici di clienti e fornitori, introdotti nel 2006, soppressi nel 2008, reintrodotti parzialmente nel 2010 e riportati sostanzialmente all’impostazione originaria nel 2012. O le limitazioni al pagamento in contanti: nel 2007 è stato disposto un tetto di 1.000 euro, elevato a 12.500 euro nel 2008, ridotto a 5.000 nel 2010, poi ancora abbassato a 2.500 euro nel corso del 2011 e infine riportato a 1.000 euro dal 2012. Una confusione che “denota l’esistenza di storiche divisioni politiche e sociali su un tema, quello del contrasto all’evasione, che, per sua natura e rilevanza, dovrebbe costituire elemento di piena condivisione e concordanza di obiettivi”. Nonostante questo tutti gli esecutivi, storicamente, hanno fatto fin troppo affidamento sul recupero di gettito evaso per coprire i buchi della finanza pubblica: dalle manovre finanziarie degli ultimi sei anni emerge che “sugli oltre 200 miliardi di maggiori entrate attese per il periodo 2006-2011, la quota intestata a misure di contrasto all’evasione è pari a oltre un terzo (35,5 per cento)”.
La correttezza fiscale affidata alla “lealtà del singolo” – Con il passare degli anni, “l’affievolimento del sistema sanzionatorio e il mancato potenziamento operativo dell’apparato di controllo” hanno “vanificato la razionalità teorica di un sistema fiscale basato sull’adempimento spontaneo, quale è quello che riguarda i circa 5 milioni di contribuenti che operano nel settore delle attività indipendenti”. Insomma: oggi “la correttezza fiscale sembra affidata più alla lealtà del singolo contribuente che a un organico sistema di regole alla violazione delle quali si riconnettano adeguate e certe conseguenze sfavorevoli”. Uno scenario che l’organo di controllo presieduto da Pasquale Squitieri si spinge a definire “desolante“. E di fronte al quale riporre tutte le speranze nel “miglioramento del rapporto tra fisco e contribuenti”, sempre invocato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, o “nell’onore” accompagnato da “regole più semplici”, come auspicato dal premier Renzi, è un chiaro errore di prospettiva. C’è l’esigenza, rilevano i magistrati contabili, di “una diversa strategia di contrasto dell’evasione, basata in primo luogo sull’impiego della tecnologia“, sia per fare emergere i redditi nascosti “attraverso l’introduzione della fatturazione elettronica nei rapporti tra soggetti Iva e la diffusione degli obblighi di pagamento tracciato e di comunicazione telematica dei corrispettivi” sia “in chiave persuasiva e conoscitiva”.
L’evasore spesso ottiene, oltre ai frutti diretti del reato, anche benefici dello Stato sociale
Iva e Irpef troppo esposte all’evasione: serve una riforma – Negli auspici della magistratura contabile l’amministrazione fiscale dovrebbe essere “non più solo orientata a un’azione repressiva e reattiva, ma anche fortemente impegnata a indurre comportamenti coerenti nella fase dell’adempimento”. Scendendo nel dettaglio occorre rivedere “alcuni meccanismi dell’Iva, tributo che per le sue caratteristiche si presta in molti casi ad amplificare i vantaggi dell’evasione, assicurare un adeguato bilanciamento del rapporto tra frequenza dei controlli ed entità del rischio sopportato e riequilibrare il sistema di riscossione”. Per fortuna “sembrano andare in questa direzione”, si legge nel rapporto, alcune delle misure previste dal disegno di legge di Stabilità 2015. In particolare “quelle volte a favorire l’adempimento volontario, attraverso la messa a disposizione delle informazioni fiscalmente significative prima dell’adempimento, e quelle finalizzate ad estendere i casi di reverse charge (la possibilità di far pagare l’imposta non più al venditore ma all’acquirente, ndr) allo scopo di spostare l’obbligo fiscale Iva sui soggetti maggiormente affidabili”. Quanto all’Irpef, “è per sua natura particolarmente esposta all’evasione, sia per l’ampiezza della base imponibile a rischio, sia per la progressività che caratterizza le sue aliquote, sia, infine, per il legame che si viene a instaurare tra evasione fiscale ed evasione da spesa sociale: l’evasore fiscale, infatti, riesce spesso a collocarsi in posizione reddituale utile per conseguire, in aggiunta ai frutti diretti dell’evasione, anche i benefici dello stato sociale”.
Tecnici e gruppo Pd chiedono modifiche al decreto su Rientro capitali – Nel frattempo i tecnici del Senato stanno esaminando il ddl sul rientro dei capitali, appena approdato alle commissioni Finanze e Giustizia di palazzo Madama che dovranno vagliare i 128 emendamenti depositati dai gruppi. L’obiettivo dichiarato del governo è licenziare il testo senza modifiche e mandarlo in aula già questa settimana, ma i primi rilievi, e il fatto che anche il gruppo Pd a sorpresa abbia presentato proposte di modifica, fanno pensare che il percorso sarà accidentato. Il servizio studi del Senato ha infatti diversi dubbi sul decreto. La norma in base alla quale la collaborazione volontaria “esclude la punibilità” sia della dichiarazione fraudolenta sia di quella infedele e omessa, innanzitutto, rischia di essere incostituzionale perché “di problematica conformità al principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione”. Infatti, evidenziano i tecnici, “i comportamenti fraudolenti sono da considerarsi significativamente più gravi rispetto a quelli infedeli tenuto conto che, anche sul piano sanzionatorio, vi è una netta differenza tra i delitti in materia di dichiarazione contraddistinti da fraudolenza e gli altri. Non è un caso, infatti, che tanto la dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti falsi, tanto la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, sono delitti puniti con la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni, mentre l’infedele dichiarazione e l’omessa dichiarazione sono puniti con la reclusione da 1 a 3 anni”. Gli emendamenti del Pd, tutti e tre a prima firma del magistrato Felice Casson, riguardano invece il nuovo reato di autoriciclaggio e chiedono un inasprimento delle pene. Il testo attuale del ddl stabilisce che chi “lava” e riutilizza denaro da lui stesso ottenuto illecitamente rischia dai 2 agli 8 anni di carcere e una multa da 5mila a 25mila euro se “ha ostacolato concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa” e se il reato che ha prodotto i soldi sporchi è punibile con pena superiore a cinque anni. Se invece il reato presupposto è punibile con la reclusione fino a un massimo di cinque anni, per l’autoriciclaggio la pena scende a uno-quattro anni. Il primo emendamento del gruppo Pd chiede che il minimo sia riportato a quattro anni e la sanzione pecuniaria a un minimo di 10mila euro e un massimo di 100mila euro. In più anche “l’utilizzazione e il godimento personale” delle somme riciclate dovrebbe essere punibile. E si esclude la non punibilità per chi aderisce alla voluntary disclosure. Un altro emendamento prevede, in alternativa, di lasciare due soglie distinte ma aumentando gli anni di carcere: da 4 a 12 anni nel primo caso, da 2 a 6 nel secondo.
Lobby
Corte dei conti: “Su evasione fiscale norme contrastanti, manca una strategia”
I magistrati contabili arrivano a scrivere che "la prospettiva di condoni e sanatorie rende autolesionistico" pagare correttamente tutte le tasse. Anche perché i controlli sono pochi, le multe esigue e le sanzioni penali restano spesso inapplicate. Nel frattempo approda in commissione al Senato il decreto sul rientro dei capitali: dubbi di tecnici e gruppo Pd
Mentre in Senato accelera l’esame del disegno di legge sul rientro dei capitali, che esclude la punibilità per chi ha frodato il fisco se aderisce alla procedura di collaborazione volontaria, la Corte dei Conti demolisce la strategia di lotta all’evasione dei governi italiani degli ultimi 40 anni. Spingendosi a scrivere che nel quadro attuale, con la prospettiva di una sanatoria sempre all’orizzonte e controlli insufficienti, chi paga puntualmente le tasse dovute è un “autolesionista”. I magistrati contabili, nella relazione sugli effetti prodotti dall’azione di controllo sui contribuenti, rilevano innanzitutto che le misure fiscali approvate in questi decenni hanno una mole “rilevante”, ma il risultato è una normativa “spesso contraddittoria e mal coordinata, adottata sulla spinta di emergenze contingenti e quasi mai inquadrata in una strategia di lungo periodo di contrasto all’evasione fiscale”. Non solo: più le norme si sovrapponevano senza un ordine, più il sistema fiscale italiano diventava ingiusto, “discostandosi dal modello teorico” basato sulla progressività e sull’apporto di tutti i cittadini in base alla capacità contributiva. Oggi, rileva la Corte, c’è una forte “sperequazione (una divisione iniqua, ndr) tra il livello di contribuzione del lavoro dipendente e di pensione e quello derivante dallo svolgimento di attività economiche indipendenti”. Basti pensare che nel 2013 il 79% del gettito Irpef è arrivato dalle ritenute fatte dai datori di lavoro e dall’Inps.
Paghi tutte le tasse? Sei autolesionista – Ancora peggiore il quadro dei controlli e delle sanzioni. Il sistema dei controlli fiscali funziona male, è ‘depotenziato‘ e non ha più il necessario effetto deterrente. I motivi? In primo piano “la ricorrenza di condoni e sanatorie, la cui prospettiva rende autolesionistica la condotta di chi adempie correttamente e tempestivamente all’obbligazione tributaria”. Insomma, se hai la fondata speranza di passarla liscia con effetto retroattivo – come potrebbe presto avvenire, grazie al decreto sull’abuso del diritto, per chi ha presentato dichiarazioni infedeli per cifre fino a 200mila euro – perché dovresti saldare tutto il dovuto? Ma la lista dei motivi per cui gli evasori dormono sonni tranquilli non finisce qui. La Corte ci aggiunge il “basso numero di controlli rispetto al numero di contribuenti ‘a rischio’ (in media un controllo ogni trent’anni e più di svolgimento dell’attività, almeno per la maggior parte delle piccole imprese e dei professionisti)”, l’”esiguità delle sanzioni amministrative alle quali il contribuente infedele è stato esposto, almeno finora, nell’ipotesi di definizione bonaria dell’accertamento (pagamento di una somma pari al 16,66% dell’imposta evasa in caso di infedele dichiarazione definita sulla base del verbale o dell’invito al contraddittorio)” e la “scarsa efficacia delle sanzioni penali“, che sono “in gran parte dei casi destinate a restare inapplicate per prescrizione del reato” o per la “remota probabilità di effettiva applicazione della sanzione detentiva in caso di condanna”. Pesano, ovviamente, “i tempi dei procedimenti”, ma anche i “comportamenti dilatori della difesa”. In ultima analisi, secondo la magistratura contabile, “il sistema penale-tributario in assenza di un’organica riforma dell’intero sistema repressivo penale presenta oggi limitate possibilità di contrastare i più spregiudicati e insidiosi comportamenti fiscali”. Ciliegina sulla torta, le procedure di riscossione coattiva che risultano decisamente “attenuate” a causa di “ripetuti interventi legislativi”.
Quelle norme cambiate cinque volte – A proposito di interventi ripetuti e inversioni di rotta, la Corte già nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica per il 2013 “ha avuto modo di rilevare come essa sia stata caratterizzata da andamenti ondivaghi e contraddittori”. Qualche esempio? Gli elenchi telematici di clienti e fornitori, introdotti nel 2006, soppressi nel 2008, reintrodotti parzialmente nel 2010 e riportati sostanzialmente all’impostazione originaria nel 2012. O le limitazioni al pagamento in contanti: nel 2007 è stato disposto un tetto di 1.000 euro, elevato a 12.500 euro nel 2008, ridotto a 5.000 nel 2010, poi ancora abbassato a 2.500 euro nel corso del 2011 e infine riportato a 1.000 euro dal 2012. Una confusione che “denota l’esistenza di storiche divisioni politiche e sociali su un tema, quello del contrasto all’evasione, che, per sua natura e rilevanza, dovrebbe costituire elemento di piena condivisione e concordanza di obiettivi”. Nonostante questo tutti gli esecutivi, storicamente, hanno fatto fin troppo affidamento sul recupero di gettito evaso per coprire i buchi della finanza pubblica: dalle manovre finanziarie degli ultimi sei anni emerge che “sugli oltre 200 miliardi di maggiori entrate attese per il periodo 2006-2011, la quota intestata a misure di contrasto all’evasione è pari a oltre un terzo (35,5 per cento)”.
La correttezza fiscale affidata alla “lealtà del singolo” – Con il passare degli anni, “l’affievolimento del sistema sanzionatorio e il mancato potenziamento operativo dell’apparato di controllo” hanno “vanificato la razionalità teorica di un sistema fiscale basato sull’adempimento spontaneo, quale è quello che riguarda i circa 5 milioni di contribuenti che operano nel settore delle attività indipendenti”. Insomma: oggi “la correttezza fiscale sembra affidata più alla lealtà del singolo contribuente che a un organico sistema di regole alla violazione delle quali si riconnettano adeguate e certe conseguenze sfavorevoli”. Uno scenario che l’organo di controllo presieduto da Pasquale Squitieri si spinge a definire “desolante“. E di fronte al quale riporre tutte le speranze nel “miglioramento del rapporto tra fisco e contribuenti”, sempre invocato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, o “nell’onore” accompagnato da “regole più semplici”, come auspicato dal premier Renzi, è un chiaro errore di prospettiva. C’è l’esigenza, rilevano i magistrati contabili, di “una diversa strategia di contrasto dell’evasione, basata in primo luogo sull’impiego della tecnologia“, sia per fare emergere i redditi nascosti “attraverso l’introduzione della fatturazione elettronica nei rapporti tra soggetti Iva e la diffusione degli obblighi di pagamento tracciato e di comunicazione telematica dei corrispettivi” sia “in chiave persuasiva e conoscitiva”.
Iva e Irpef troppo esposte all’evasione: serve una riforma – Negli auspici della magistratura contabile l’amministrazione fiscale dovrebbe essere “non più solo orientata a un’azione repressiva e reattiva, ma anche fortemente impegnata a indurre comportamenti coerenti nella fase dell’adempimento”. Scendendo nel dettaglio occorre rivedere “alcuni meccanismi dell’Iva, tributo che per le sue caratteristiche si presta in molti casi ad amplificare i vantaggi dell’evasione, assicurare un adeguato bilanciamento del rapporto tra frequenza dei controlli ed entità del rischio sopportato e riequilibrare il sistema di riscossione”. Per fortuna “sembrano andare in questa direzione”, si legge nel rapporto, alcune delle misure previste dal disegno di legge di Stabilità 2015. In particolare “quelle volte a favorire l’adempimento volontario, attraverso la messa a disposizione delle informazioni fiscalmente significative prima dell’adempimento, e quelle finalizzate ad estendere i casi di reverse charge (la possibilità di far pagare l’imposta non più al venditore ma all’acquirente, ndr) allo scopo di spostare l’obbligo fiscale Iva sui soggetti maggiormente affidabili”. Quanto all’Irpef, “è per sua natura particolarmente esposta all’evasione, sia per l’ampiezza della base imponibile a rischio, sia per la progressività che caratterizza le sue aliquote, sia, infine, per il legame che si viene a instaurare tra evasione fiscale ed evasione da spesa sociale: l’evasore fiscale, infatti, riesce spesso a collocarsi in posizione reddituale utile per conseguire, in aggiunta ai frutti diretti dell’evasione, anche i benefici dello stato sociale”.
Tecnici e gruppo Pd chiedono modifiche al decreto su Rientro capitali – Nel frattempo i tecnici del Senato stanno esaminando il ddl sul rientro dei capitali, appena approdato alle commissioni Finanze e Giustizia di palazzo Madama che dovranno vagliare i 128 emendamenti depositati dai gruppi. L’obiettivo dichiarato del governo è licenziare il testo senza modifiche e mandarlo in aula già questa settimana, ma i primi rilievi, e il fatto che anche il gruppo Pd a sorpresa abbia presentato proposte di modifica, fanno pensare che il percorso sarà accidentato. Il servizio studi del Senato ha infatti diversi dubbi sul decreto. La norma in base alla quale la collaborazione volontaria “esclude la punibilità” sia della dichiarazione fraudolenta sia di quella infedele e omessa, innanzitutto, rischia di essere incostituzionale perché “di problematica conformità al principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione”. Infatti, evidenziano i tecnici, “i comportamenti fraudolenti sono da considerarsi significativamente più gravi rispetto a quelli infedeli tenuto conto che, anche sul piano sanzionatorio, vi è una netta differenza tra i delitti in materia di dichiarazione contraddistinti da fraudolenza e gli altri. Non è un caso, infatti, che tanto la dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti falsi, tanto la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, sono delitti puniti con la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni, mentre l’infedele dichiarazione e l’omessa dichiarazione sono puniti con la reclusione da 1 a 3 anni”. Gli emendamenti del Pd, tutti e tre a prima firma del magistrato Felice Casson, riguardano invece il nuovo reato di autoriciclaggio e chiedono un inasprimento delle pene. Il testo attuale del ddl stabilisce che chi “lava” e riutilizza denaro da lui stesso ottenuto illecitamente rischia dai 2 agli 8 anni di carcere e una multa da 5mila a 25mila euro se “ha ostacolato concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa” e se il reato che ha prodotto i soldi sporchi è punibile con pena superiore a cinque anni. Se invece il reato presupposto è punibile con la reclusione fino a un massimo di cinque anni, per l’autoriciclaggio la pena scende a uno-quattro anni. Il primo emendamento del gruppo Pd chiede che il minimo sia riportato a quattro anni e la sanzione pecuniaria a un minimo di 10mila euro e un massimo di 100mila euro. In più anche “l’utilizzazione e il godimento personale” delle somme riciclate dovrebbe essere punibile. E si esclude la non punibilità per chi aderisce alla voluntary disclosure. Un altro emendamento prevede, in alternativa, di lasciare due soglie distinte ma aumentando gli anni di carcere: da 4 a 12 anni nel primo caso, da 2 a 6 nel secondo.
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Roma, 27 feb. (Adnkronos) - "I continui rinvii del governo Meloni sembravano indirizzati a portare a compimento qualcosa di più della semplice propaganda, ma invece si va verso il nulla. Tre miliardi rispetto alla marea di aumenti sulle bollette sono davvero poca cosa, quasi una presa in giro. Milioni di cittadini stanno subendo rincari di quasi il 40%, migliaia di aziende rischiano la chiusura e altrettanti lavoratori il proprio posto. Ma d'altronde sbagliamo noi a stupirci. Per il governo Meloni il modello d'imprenditoria è quello della ministra Santanchè. Sbaglia chi si spacca la schiena come i cittadini che cercano di far quadrare i conti a fine mese o le imprese che fanno di tutto per stare sul mercato. Per Giorgia Meloni la cosa migliore è cercare qualche santo in paradiso o, meglio ancora, qualche amicizia che conti". Così in una nota Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera.
Roma, 27 feb. (Adnkronos) - "Ci sono modalità diverse con le quali ci si rapporta a Trump. Credo che la presidente Meloni senta la responsabilità di essere un ponte fra l'Europa e l'America dati i suoi buoni rapporti con Trump". Lo ha detto l'eurodeputata di Fi, Letizia Moratti, a Otto e mezzo su La7.
"Sul tema dei dazi, credo che Trump sia uno shock per l'Europa, uno stimolo positivo perché l'Ue può mettere in atto le riforme richieste nel rapporto Draghi e Letta che chiedono un'Europa più competitiva, più favorevole agli investimenti, con una transizione energetica sostenibile e quindi in grado di sostenere il welfare."
"Siamo alleati storici degli Usa - continua Moratti - e in questo momento dobbiamo avere la consapevolezza di dover comunque avere a che fare con un presidente eletto ed anche amato dai cittadini americani. L'Europa non può permettersi di non avere un dialogo con Trump. Sono moderata e liberale e il suo stile non mi appartiene ma nell'ambito del mio ruolo di parlamentare europea credo sia dovere rispondergli con fermezza e immediatezza ma cercando sempre il dialogo che porta vantaggi reciproci, come ha detto oggi la presidente Metsola."
Roma, 27 feb. (Adnkronos) - Nel momento in cui Donald Trump "fa saltare l'ordine internazionale basato sul multilateralismo" e "mette a rischio l'unità europea", è importante non far mancare "il nostro sostegno all'Ucraina" parallelamente ai negoziati che "non potranno coinvolgere Europa e Ucraina". Così Alessandro Alfieri, coordinatore di Energia Popolare, alla Direzione del Pd.
Roma, 27 feb. (Adnkronos) - “Il giorno in cui Eni annuncia un utile di 14,3 miliardi di euro, la maggioranza presenta un decreto truffa che non affronta la vera questione di come ridurre il peso delle bollette. Il Governo Meloni per aiutare veramente le famiglie italiane avrebbe dovuto tassare gli extraprofitti, rivedere la decisione di trasferire 4,5 milioni di famiglie dal mercato tutelato a quello libero, e puntare sulle rinnovabili invece che sul gas". Così Angelo Bonelli, Co-Portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra.
"La realtà dei fatti resta una sola: il governo di Giorgia Meloni ha favorito i grandi colossi energetici, che hanno accumulato extraprofitti per oltre 60 miliardi di euro, mentre le famiglie italiane hanno visto raddoppiare le bollette e molte sono costrette a non riscaldarsi per paura di non poterle pagare".
Roma, 27 feb. (Adnkronos) - “Benissimo il governo sulle bollette: previsti tre miliardi che andranno a sostegno di imprese e almeno 8 milioni di famiglie. Dalle parole ai fatti”. Così Armando Siri, Consigliere per le politiche economiche del Vicepremier Matteo Salvini e coordinatore dipartimenti Lega.
Roma, 27 feb (Adnkronos) - "Alcune veloci considerazioni a partire dalle cose che credo vadano meglio precisate. La prima: non siamo stati e non siamo di fronte a postura bellicista dell’Europa. Non è mai stata l’Ue a voler fare o a voler continuare la guerra e non è nemmeno vero che la mancanza di iniziative di pace siano dipese da una mancanza di volontà politica della ue. È stato Putin a rifiutare sempre ogni dialogo, quel dialogo che oggi riconosce a Trump perché lo legittima come suo alleato", Lo ha detto la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno, alla Direzione del Pd.
"Occorre spingere con forza per un’autonomia strategica e politica dell’Europa, iniziando subito il percorso di cooperazione sulla difesa perché non saranno le buone intenzioni a rendere forte l’Unione Europea ma la capacità di imporsi e esercitare deterrenza, non escludendo nessuna opzione che sarà necessario adottare e che sarà stabilita in quadro di solidarietà europea".
"Per noi, democratici e europei, è il tempo di decidere - aggiunge Picierno- se essere solo un pezzetto di un Risiko in cui altri tirano i dadi o se essere un continente libero e forte. E va chiarito tanto ai nemici della democrazia quanto ai nostri alleati, senza perdere altro tempo e senza cincischiare noi: l’unica lotta che definisce il nostro tempo e il campo della politica, oggi, è quella dell’europeismo e in difesa delle democrazie liberali e delle libertà dei popoli".
"Siamo noi tutti in questo campo? Pensiamo ad un'alternativa alla destra che parta da questo campo? A me onestamente non è ancora chiaro. Sarei felice di essere smentita, ovviamente. Ma servono parole chiare che vanno pronunciate senza più giocare a nascondino. Crediamo tutti in un’Europa competitiva, con attori strategici del mercato più grandi e forti, un’Europa pronta ad affrontare le crisi internazionali sul piano politico e militare? Perchè questa è l’Europa che serve al mondo e agli europei. Non domani, oggi".
Roma, 27 feb. (Adnkronos) - Giorgia Meloni, "nell’incontro di Parigi c’era in ritardo e di malavoglia. Intanto partecipa con trasporto e passione agli incontri della destra mondiale che considera l’Europa un incidente della storia. A Kyiv alle celebrazioni per il terzo anno della resistenza, non c’era proprio. A dir il vero ero sola proprio come italiana, ma con tanti colleghi progressisti e socialisti, c’era il mondo libero, i leader e parlamentari progressisti consapevoli della sfida che abbiamo di fronte e che il tempo di agire è ora". Lo ha detto la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno, alla Direzione del Pd.