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Jobs act, Poletti: “A marzo 92mila contratti in più”. Mattarella: “Cautela”

Sono stati comunicati i dati che riguardano il periodo immediatamente successivo all'entrata in vigore del sistema a tutele crescenti. Il trend positivo è in diminuzione rispetto ai primi mesi dell'anno. Mariucci: "Presto per parlare degli effetti della riforma del mercato del lavoro". Nomisma: "Prematuro parlare di spinta occupazionale"
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Dati confortanti, ma ci vuole prudenza. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha commentato le cifre sull’aumento dei contratti: secondo il ministero del Lavoro, nel mese di marzo, le assunzioni sono state 92mila in più rispetto alle cessazioni dei contratti. “Naturalmente sono dati ancora iniziali – ha dichiarato il Capo dello Stato – E bisogna prenderli con cautela. Però sono dati che incoraggiano la fiducia, cosa essenziale”. Cautela, in effetti, è la parola chiave. Perché sbaglia chi lega queste cifre all’entrata in vigore dei primi decreti attuativi del Jobs act, il 7 marzo scorso. Anzi, i numeri dicono tutt’altro. Basta guardare i dati forniti sempre dal ministero del Lavoro al Sole 24 Ore, non più di tre settimane fa: a gennaio, il saldo tra attivazioni e cessazioni di contratti si attestava a quota 334mila. A febbraio, 123mila. Ora, siamo scesi a 92mila. A fare la differenza, secondo gli esperti, non è quindi la prospettiva di licenziamenti più facili, introdotta dalla riforma del lavoro, bensì la decontribuzione per i nuovi contratti a tempo indeterminato, che è scattata appunto a gennaio.

“Per parlare delle conseguenze del Jobs act è ancora presto”, ha commentato Luigi Mariucci, docente di diritto del lavoro all’università Ca’ Foscari di Venezia. “Questi numeri dimostrano semplicemente che è stato più significativo l’esonero contributivo previsto dalla legge di stabilità rispetto alla riforma dell’articolo 18. Nessuna ricerca al mondo ha mai dimostrato che rendendo più facili i licenziamenti si aumenta l’occupazione e la crescita: l’intervento del governo è stato un atto ideologico, mirato a rendere il lavoratore più debole e meno tutelato. Le aziende serie non hanno bisogno di licenziare, ma di avere del personale capace”. Anche il capo economista di Nomisma Sergio De Nardis chiede tempo per valutare come cambieranno i dati nel corso dei prossimi mesi: “E’ prematuro”, ha detto a Repubblica, “dire che c’è stata una spinta occupazionale nel suo complesso. Le rilevazioni sono in linea con l’aumento degli occupati tracciato da Istat a febbraio e addirittura sotto i livelli di gennaio”.

Entrando nel dettaglio dei dati, a marzo sono stati attivati 641mila contratti, mentre ne sono cessati 549mila: calcolatrice alla mano, la differenza dà appunto 92mila. A marzo 2014, invece, il differenziale si fermava a quota 61mila. Relativamente ai contratti a tempo indeterminato, per i quali la legge di stabilità ha previsto la decontribuzione, nei primi due mesi dell’anno, il saldo si è attestato rispettivamente a quota 27.119 e 18.584. A marzo, invece, la cifra è aumentata fino alle 31mila unità. A marzo 2015 le assunzioni ‘fisse’ sono state il 25,3 per cento del totale delle attivazioni a fronte del 17,5% di un anno prima. Ma contemporaneamente sono scesi le attivazioni a tempo determinato (da 395.000 a 381.234), i contratti di apprendistato (da 21.037 a 16.844) e le collaborazioni (da 48.491 a 36.460). Continua la tendenza positiva per i contratti a tempo indeterminato, che però non è legata al Jobs act ma allo sgravio contributivo previsto a partire dal 2015: questo mese ne sono stati attivati 162.498 (quasi 54.000 in più su marzo 2014) a fronte di 131.128 contratti cessati. A marzo 2014 mentre il saldo complessivo di tutte le tipologie contrattuali era stato positivo per oltre 61.000 unità era stato invece negativo per i contratti a tempo indeterminato. La situazione complessiva del mercato del lavoro si muove quindi ancora lentamente. Se gli aumenti dei contratti restano ancora limitati, alcune delle attese sono sugli effetti che le nuove stabilizzazioni potrebbero avere sui consumatori.

Intanto restano ferme le retribuzioni. Secondo i dati forniti dall’Istat, a marzo risultano invariate rispetto al mese precedente, mentre aumentano dell’1 per cento su base annua. Lo stipendio cambia anche a seconda del sesso: tra i 162.498 contratti a tempo indeterminato attivati a marzo, 103.380 riguardano uomini e 59.118 donne. Discorso simile anche per i rapporti a tempo determinato: 231.563 uomini e 149.671 donne. L’apprendistato ha riguardato 9.495 uomini e 7.349 donne, mentre le collaborazioni 14.707 uomini e 21.753. Nel mese di marzo 2015 sono state 40.034 le trasformazioni di rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato, erano 22.116 nello stesso periodo del 2014.

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