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Enel ammorbidice clausola etica: ora serve condanna per essere cacciati da cda

Prima bastava essere indagati per decadere o non essere eletti. L’unica società che aveva approvato la direttiva Saccomanni era stata proprio Enel. Mentre Eni, Finmeccanica e Terna aveva detto no
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Enel ammorbidisce la “clausola etica“. Non basterà più il rinvio a giudizio per far decadere o rendere ineleggibile un membro del consiglio di amministrazione: ci vorrà almeno una condanna di primo grado. La modifica è stata votata dall’assemblea della società partecipata dal Tesoro, insieme al bilancio, alla distribuzione del dividendo e al nuovo componente del board indicato appunto dal dicastero che lo scorso anno aveva chiesto l’inserimento della clausola. Che era stata proposta dal governo Letta attraverso la direttiva Saccomanni a tutte le grandi controllate del Tesoro, per evitare amministratori coinvolti in procedimenti giudiziari. Bastava essere indagati per non poter far parte del cda. L’unica assemblea a farla passare fu proprio quella di Enel, mentre Eni, Finmeccanica e Terna dissero di no.

A spiegare il perché della modifica è stata la presidente di Eni, Patrizia Grieco, secondo la quale era necessario rendere la norma “compatibile con le esigenze di stabilità della gestione aziendale“. Era insomma necessario “ridefinire la portata” della clausola, “tenendo conto che il decreto che dispone il giudizio è un provvedimento di carattere del tutto preliminare, adottato di norma in assenza di attività istruttoria e di un contraddittorio tra le parti”. Comunque, ha assicurato la presidente, “gli amministratori di Enel continueranno a essere assoggettati a una disciplina dei requisiti di onorabilità più rigorosa rispetto a quella applicabile alla generalità delle società con azioni quotate, per le quali il venir meno di detti requisiti è legato alla condanna con sentenza irrevocabile“.

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