Riccardo 2 (1)Ci sono frasi che sono l’essenza della letteratura, entrano sottopelle altro che tatuaggi, che echeggiano il succo del teatro. Prendete, ad esempio, “l’inverno del nostro scontento” (infatti John Steinbeck ne fece il titolo per un suo romanzo) e si apriranno porte socchiuse, si spalancherà l’infinito delle possibilità dove il tempo non ha età, si illumineranno angoli neri. E ditelo, ditevelo, ripetetelo ad alta voce, assumerà sempre toni e contorni e sfumature differenti, entrando a fondo nella carne, come quei dolori che fanno male ma dei quali non possiamo fare a meno di riprovarne il gusto, il modo, il talento. “Riccardo III” è uno dei personaggi teatrali che più danno adito a spiegazioni e profondità, a immersioni psicologiche e ricerca intima.

Recentemente affrontato da Alessandro Gassmann, in una sorta di Famiglia Addams, o da Michele Sinisi, un estratto funesto, uno stralcio rabbioso dove è rimasto solo una lontana assonanza con Shakespeare senza perdere la spina dorsale del filo che conduce nel labirinto del sovrano storpio. A breve anche Filippo Timi si accingerà a tuffarsi tra le braccia del gobbo e sciancato re, speriamo senza tanti lustrini e fronzoli ad appesantire.

Questo nuovo, ulteriore, allestimento del “Riccardo”, a cura di Andrea Gambuzza (che abbiamo avuto modo di assaporare in “Testa di rame” della compagnia Orto degli Ananassi) qui esponenzialmente e matematicamente “alla terza”, è un tentativo di allargare al grande pubblico, senza parodiare, senza ridicolizzare, come nel caso di “Shakespeare in 90 minuti”, la grande penna del Bardo. Un tentativo riuscitissimo è stato in questi ultimi anni “L’Amleto a pranzo e a cena” di Oscar De Summa (ultimamente si è prodotto anche in un “Otello” che segue lo stesso format) o il “I Am Leto” di Andrea Bochicchio, storia rivista con gli occhi di Yorick, il teschio, di rendere popolare, senza scadere nel trash, le parole secolari del classico per eccellenza. Gambuzza è livornese, e questo non è un dato di poco conto da sottovalutare per entrare dentro questo Riccardo che esprime la linfa dei dittatori contemporanei.

Testo del 2009, in pieno clima berlusconiano e, ovviamente, nella rossa Livorno (ricordate le bandane in curva in occasione della partita di serie A tra la squadra di Lucarelli e il Milan, ad ironizzare sulle vacanze sarde dell’allora premier?) di quell’antiberlusconismo viscerale e caldo, ma anche sarcastico, più che volgare e becero, politicamente scorretto ma non vigliacco. Sembra di essere catapultati nella stanzetta di un adolescente, con il suo cavallino a dondolo in legno (“il mio regno per un cavallo”), una scrivania rovesciata in un impeto di rabbia per la crescente incomprensione altrui. Sul tavolo vergate parole chiave: “carezza”, “assedio”, “invidia”, “assassino”, “farabutto”, “castigo”, “impostore”, “colpa”, dipingono l’altalena di sentimenti, le variabili di sensazioni, caldo e freddo, vicinanza e repulsione, che il machiavellico sire prova e rigetta sul mondo. Riccardo è l’altra faccia di Amleto, che finalmente si ribella.

Tra i due registri che Gambuzza porta in scena, il brillante (nel tratto in romanesco assume contorni da Enrico Montesano), lo scanzonato e dall’altra parte il cupo drammatico, si creano quelle montagne russe, quel corto circuito che sorprende e lascia attoniti, tra le gag del Tg5, con tanto di sigla riconoscibile, “Satisfaction” dei Rolling Stone, una corona fatta con i palloncini, uno scolapasta come copricapo, oppure correndo su un tapis roulant per rimettersi in forma (e qui il rimando è alla “Maratona di N.Y.” di Edoardo Erba). Impossibile non voler bene a Riccardo. Un attacco al potere feroce e scanzonato in stile Gadda di Gifuni o dell’“Eros e Priapo” di Massimo Verdastro.

Nella seconda parte l’aria meneghina da Biscione si fa più incisiva e martellante, con i figli Pieredoardo e Pierriccardo, i giornalisti censurati ed epurati (Luttazzi, Biagi docet), “l’unto del Signore”, o i vari procacciatori di veline e starlette da portare tra le fauci del Drago (parole dell’ex first lady), Olgettine e D’Addario e socie, il jingle “Meno male che Riccardo c’è”, Apicella e la canzone partenopea, fino all’aggiunta recente di quel “Stai sereno” che ricon-duce ad un altro Uomo Forte. Il pop della Carrà e dei Pooh viene bilanciato da De Andrè in quest’indagine semiseria sul potere tricolore.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

‘So What’ e ‘Improvviso singolare’, due modi di leggere il jazz

next
Articolo Successivo

Pervin Chakar, a Montepulciano va in scena l’orgoglio curdo: “Da noi le donne sono uguali agli uomini, ma il loro coraggio continua a stupirmi”

next