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Giulio Regeni, docente: ‘Non era una spia. Ricerca partecipata? Metodo normale’

Andrea Teti, professore associato dell'Università di Aberdeen e coautore della lettera firmata da 4600 accademici per chiedere un'indagine trasparente sulla morte del ricercatore italiano: "Nessuno spionaggio, le teorie come queste fanno solo danni. E Oxford Analytica non è un’organizzazione politica"
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Intelligence gathering‘: forse, l’equivoco che in queste ultime ore sta circondando il racconto riportato da varie testate italiane sulla tortura e la morte di Giulio Regeni si annida tutto in questa espressione. Secondo il dizionario Collins: “the process of collecting information“. Un’espressione perfettamente neutra, quindi, applicabile a governi, ma anche ad aziende e università.
La smentita dei familiari di Regeni arriva dopo due giorni di speculazioni non verificate su una presunta affiliazione o collaborazione del giovane ricercatore italiano con gli apparati di intelligence, tricolori o stranieri. Ancora una volta il legale Alessandra Ballerini precisa che “Regeni non collaborava con i servizi segreti”. L’ennesima dichiarazione arriva dopo una settimana dalla presa di distanza da Il Manifesto, il giornale che ha ammesso in un editoriale di non aver mai pubblicato un pezzo del ricercatore di Fiumicello prima della sua morte.

Anche il mondo accademico vicino a Giulio è profondamente colpito dalla disperata ricerca di elementi e retroscena “spionistici”. Andrea Teti è un professore associato dell’Università di Aberdeen. E’ stato lui assieme a Maha Abdelrahman, docente dell’Università di Cambridge e tutor di Regeni, a scrivere la lettera firmata da 4600 accademici per chiedere un’indagine trasparente sulla morte del ricercatore italiano. Teti è anche amico e collaboratore di lunga data di Gennaro Gervasio, il professore della British University of Egypt che ha sentito per l’ultima volta Regeni la sera della sua sparizione. Dopo 48 ore di voci che avvicinano il nome di Giulio al mondo dello spionaggio, Teti ha deciso di parlare a nome del mondo accademico di cui Regeni faceva parte.

“Siamo sconvolti”, dice Teti a IlFattoQuotidiano.it, “le teorie come queste fanno solo danni”. Secondo Teti , le ipotesi comparse sulla stampa in merito alle ricerche di Regeni, passate da ordinarie a “embedded”, e perciò per alcuni assimilabili alle attività di spionaggio, generano confusione: “Dire che la ricerca partecipata possa essere un elemento rilevante o un movente per la morte di Regeni è un errore a dir poco grossolano. E’ un normalissimo metodo di ricerca: per fare ricerca, nel caso di Giulio Regeni sui sindacati informali egiziani, si possono studiare documenti, si possono intervistare persone, ma si può anche osservare direttamente l’attività di un’organizzazione, un gruppo – spiega Teti – sono tanti gli studiosi che fanno ricerca partecipata, è un metodo che ha i suoi vantaggi e i suoi limiti come tutti”.

Altro elemento emerso sui giornali negli ultimi due giorni è quello relativo alla collaborazione di Regeni con la Oxford Analytica definita “azienda di intelligence” fondata da David Young, un ex funzionario della Casa Bianca implicato nello scandalo Watergate. “A mio avviso, questo elemento è assolutamente irrilevante: è una collaborazione come tante, fatta magari per guadagnare qualche soldo in più, per un po’ di esperienza, o per rafforzare il curriculum – ribadisce Teti – arrivare a dire che Oxford Analytica si possa considerare un’organizzazione ‘politica’ è ridicolo. Evidentemente coloro che scrivono cose del genere non hanno alcuna idea di cosa sia Oxford Analytica”.

“Se coloro che fanno queste illazioni hanno elementi concreti, che li rendano noti – continua il docente di Aberdeen- ma non lo fanno perché non ne hanno, e non ne hanno perché non ce ne sono”. Inoltre “basta riflettere: se scrivessi un pezzo per loro diventerei quindi corresponsabile della politica cambogiana degli Usa durante la presidenza Nixon? È un assurdo che passa nel generale silenzio mediatico”. Teti ricorda anche che sono tanti i ricercatori che scrivono sia per riviste accademiche sia per dei think-tank specializzati. E’ un’attività normale che coinvolge la maggior parte dei giovani che fanno parte del mondo accademico: “Noi cerchiamo anche di informare – conclude il professore – e quindi di contribuire alla salute della democrazia”.

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