E’ tutto coperto da segreto. Secretata la relazione della commissione di accesso, secretata anche quella del prefetto Gabrielli. Il ministro dell’Interno ha annunciato ieri che nel comune è stato “attivato un gruppo di esperti per un costante monitoraggio”, ma in municipio non ne sanno nulla. Intanto è passato oltre un anno dal 2 gennaio 2015, giorno in cui vennero nominati i commissari chiamati a stabilire se a Sacrofano, 7mila anime sulla via Flaminia, c’era la mafia. Quella stessa Mafia Capitale capeggiata da Massimo Carminati, che a Sacrofano aveva residenza e base operativa, capace secondo i pm di piazzale Clodio di infiltrare il Campidoglio e le amministrazioni pubbliche di Roma e provincia. Quattordici mesi senza che nessuno abbia detto una parola chiara sulla questione, passati i quali Tommaso Luzzi, il sindaco indagato per associazione di stampo mafioso, è ancora al suo posto.
Tutto comincia la mattina del 2 dicembre 2014, quando scoppia lo scandalo di Mafia Capitale che investe, oltre a Roma, 4 comuni della provincia: Castelnuovo di Porto, Morlupo, Sant’Oreste e, appunto, Sacrofano. La macchina dei controlli si mette subito in moto: per Sacrofano la commissione di accesso agli atti viene nominata dal prefetto Giuseppe Pecoraro il 2 gennaio 2015, si insedia l’8 gennaio, conclude i propri lavori l’8 luglio e invia la propria relazione al nuovo prefetto Franco Gabrielli. Il quale, il 19 agosto 2015, nel corso della riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza, annuncia che avrebbe sottoposto al Viminale la proposta di scioglimento per infiltrazioni mafiose solo nel caso di Sacrofano.
Sulla faccenda cade una coltre di silenzio che dura mesi, poi il 26 gennaio 2016 il prefetto cambia idea: “Con riferimento alle commissioni d’accesso nei 4 comuni toccati dall’inchiesta del Mondo di mezzo, l’attività si è conclusa – spiega quel giorno in audizione in commissione Antimafia – su Sacrofano ci sono alcuni interventi su alcuni dirigenti. Non si è ritenuto di sciogliere nessuna delle assemblee dei 4 comuni”. Quali sono gli interventi? Vengono rimossi la responsabile dell’ufficio urbanistico e uno dei dirigenti dell’ufficio raccolta rifiuti. Provvedimenti ritenuti insufficienti da Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, che nella stessa sede avanza una richiesta precisa: Morlupo e Sacrofano “sono realtà che necessitano di un monitoraggio dal quale si possa prevedere la nomina di nuove commissioni d’accesso”. In particolare a Sacrofano “il monitoraggio deve esser particolarmente penetrante e potrebbe portare ad ulteriori approfondimenti“.
Solo 24 ore dopo, il 27 gennaio, il maresciallo capo del Ros Roberta Cipolla viene ascoltata come testimone nell’aula bunker del tribunale di Roma in cui si celebra il processo a Mafia Capitale. E fa da contraltare alle parole di Gabrielli confermando i legami tra Carminati e Luzzi: a fare da collante tra i due – spiega il maresciallo – è Giuseppe Ietto, imprenditore che il gip definisce “colluso” perché “partecipa all’associazione mettendo a disposizione le proprie imprese e attività economiche nel settore della ristorazione”. Detto l’ingegnere, Ietto aiuta Carminati a organizzare una cena di fine campagna elettorale per Luzzi. “Vonno fatto pesce, famo pesce, volemo fa’ de carne, famo de carne. (…) Per Tommaso la faccio de lusso”, spiegava il cecato a Gaglianone il 6 maggio 2013, due settimane prima della cena imbandita in piazza il 24 maggio, a due giorni dalle elezioni.
Passano altri due mesi di silenzio e il 15 marzo il ministro Alfano spiega in Antimafia: “E’ stato attivato su mia precisa indicazione, presso la prefettura di Roma, un gruppo di esperti per un costante monitoraggio dei comuni di S. Oreste, Sacrofano e Morlupo. Queste tre amministrazioni verranno controllate negli ambiti più sensibili fino al mese di dicembre prossimo e anche oltre, se sarà necessaria una proroga della misura”.
A Sacrofano nessuno sa nulla. “Qui non risulta – spiega a IlFattoQuotidiano.it Gianluigi Barone, consigliere comunale di Sacrofano Progetto Comune – a noi non è stato comunicato l’insediamento né l’inizio dei lavori di alcun gruppo di esperti”. Altra singolarità: per Sant’Oreste e Morlupo i procedimenti erano stati dichiarati dallo stesso Viminale conclusi da tempo. Lo si legge sul sito del ministero, nell’apposita sezione, intitolata “Insussistenza dei presupposti per lo scioglimento degli enti locali per condizionamento mafioso“, dove vengono pubblicati i decreti con i quali – in base all’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali che regola l’iter di commissariamento – il ministero certifica la fine dei procedimenti: sul procedimento relativo a Sant’Oreste il Viminale aveva messo una pietra sopra l’11 novembre 2015, quello in carico al comune di Morlupo era stato dichiarato concluso il 28 ottobre.
Per avere un’idea più chiara bisognerebbe leggere le relazioni della commissione d’accesso e del prefetto, ma non si può. “Noi abbiamo chiesto di leggere la relazione del prefetto attraverso una richiesta di accesso agli atti – spiega ancora Barone – ma il 12 ottobre 2015 ci è stato risposto che il procedimento era ancora secretato perché in fase istruttoria”. Impossibile conoscere anche la data in cui la prefettura ha inviato la relazione al Viminale: alla nostra richiesta, il ministero ha risposto con il silenzio.
Il comma 5 dell’articolo 143, poi, prevede che in casi come questo “in cui non sia disposto lo scioglimento, qualora la relazione prefettizia rilevi la sussistenza degli elementi di cui al comma 1 (collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori, ndr) con decreto del Ministro dell’interno, su proposta del prefetto, è adottato ogni provvedimento utile a far cessare immediatamente il pregiudizio in atto e ricondurre alla normalità la vita amministrativa dell’ente”. Ma il ministero non è obbligato a pubblicare il decreto e anche sulle motivazioni per le quali il Viminale ha deciso per il supplemento di indagine è sceso il silenzio. Morale della favola: a 15 mesi dallo scoppio di Mafia Capitale e a 14 mesi dall’avvio dell’iter di commissariamento per mafia, i sospetti non sono stati fugati e il sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi, indagato per associazione mafiosa, rimane al suo posto.
Eppure “la legge ha una logica ben precisa – spiega Giulio Marotta, responsabile dell’Osservatorio di Avviso Pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie – quando ci sono dei gravi sospetti sull’esistenza di possibili infiltrazioni mafiose in un’amministrazione pubblica, bisogna prendere una decisione in tempi brevi“. “Il procedimento dell’art. 143 – continua Marotta – è estremamente scadenzato: la commissione di accesso ha tre mesi, rinnovabili per altri tre mesi, per indagare e inviare la sua relazione al prefetto; quest’ultimo ha 45 giorni per inviare la sua relazione al ministero; il governo poi ha 3 mesi per decidere, qualunque sia la decisione finale, scioglimento oppure archiviazione. Lo scopo della legge è chiaro: occorre acquisire celermente tutti gli elementi utili e poi informare l’opinione pubblica e gli elettori sulle responsabilità accertate e su tutte le misure utili a ripristinare la legalità, evitando che un’amministrazione su cui pende un sospetto di infiltrazione mafiosa rimanga sottoposta a tale sospetto troppo a lungo“. Troppo tardi.
SACROFANO, LA TERRAZZA DALLA QUALE CARMINATI COMANDAVA SU ROMA
I pm di Roma non hanno dubbi: Sacrofano era il quartier generale della cupola. Lì, in via Monte Cappelletto 12, c’è la villa in cui viveva Carminati; lì ha la sua ditta Agostino Gaglianone, costruttore, braccio operativo del Nero nel settore del mattone, arrestato pure lui per associazione di stampo mafioso; lì viveva Riccardo Brugia, braccio militare del sodalizio; lì è domiciliato anche Cristiano Guarnera, altro ras del cemento cui la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 100 milioni di euro. Ma fino al 30 novembre 2014 era stato un paesino come tanti. Tutto cambiò quella mattina, quando i carabinieri bloccarono una Smart in una stradina di campagna e fecero scendere l’uomo alla guida: per una volta impaurito, Carminati, uno dei quattro re di Roma, alzò le mani e scese dalla macchina. Quel giorno si cominciò a capire che Sacrofano, 7mila abitanti sulla via Flaminia, era la terrazza dalla quale l’imperatore comandava su Roma.
Per comandare servono i luogotenenti. Nel 2013 Tommaso Luzzi è presidente e amministratore delegato di Astral, società che gestisce la viabilità della regione Lazio. A gennaio i rapporti con la cupola si fanno più stretti, quando Salvatore Buzzi fa assumere nelle sue cooperative alcune persone di Sacrofano su richiesta del sindaco. Risultato: “6 segnalati, 4 assunti, 1 ha rinunciato, 1 inadeguata”. Ben presto a Carminati serve che Luzzi diventi sindaco a Sacrofano. Così si mette a disposizione per organizzare con Gaglianone una bella cena di fine campagna elettorale: “Tu metti il locale, io metto il catering“. “Perché Tommaso a me – raccontava Carminati al figlio Andrea il 4 maggio 2013 in un bar di Vigna Stelluti – me serve lì in zona da noi come sindaco”. “La settimana prossima – continua – vieni a cena con me. Quella sera verrà forse anche Gramazio. Luca c’ha trent’anni e fa il capogruppo alla Regione. Il padre è senatore”.
Il trentenne è Luca Gramazio, figlio del senatore Domenico: alla Pisana è capogruppo del Pdl. “Gramazio aveva sostenuto la candidatura a sindaco del Luzzi – si legge nell’ordinanza del dicembre 2014 – ma la politica amministrativa del sindaco di Sacrofano appariva, nelle parole dei sodali, ampiamente vincolata alle decisioni intraprese dall’organizzazione”. Cosa spingeva Luzzi, effettivamente eletto il 27 maggio 2013, a obbedire a Carminati? “Gramazio – continuano gli inquirenti – in Consiglio regionale era anche membro della Commissione Bilancio, pertanto, nelle condizioni di influire sulla disposizione di fondi da assegnare agli enti locali“. Una “capacità coercitiva dell’organizzazione” esemplificata come meglio non si potrebbe dallo stesso Carminati: Luzzi “non può fare nulla – domanda in via retorica il boss a Gaglianone il 18 aprile 2014 – perché i soldi vengono dalla Regione, se lui non fa quello che dimo noi, Luca (Gramazio, ndr) gli blocca tutto“.
LUZZI, LE RADICI NELLA DESTRA ROMANA E IL GRUPPO STORICO DI ALLEANZA NAZIONALE
Un humus politico e umano, quello della destra romana, in cui si muovono diversi protagonisti dell’inchiesta di Mafia Capitale – da Gianni Alemanno a Carlo Pucci, fino a Luca Gramazio – figlio del senatore Domenico cui Luzzi è “da sempre al fianco“, si legge sul sito del comune di Sacrofano – a processo per associazione mafiosa. “Il 19 ottobre 2015 Luzzi ha organizzato una manifestazione a sostegno dell’amministrazione comunale – continua Barone – da Roma sono venuti il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri e il senatore Domenico Gramazio, padre di Luca”. Amici “di tante battaglie”, come scriveva Gasparri in un tweet del 24 maggio 2013, il giorno della cena organizzata da Carminati e 3 giorni prima che Luzzi venisse eletto sindaco, in una manifestazione a sostegno dell’amico. Un’amicizia pluridecennale, un rapporto che si perde nella storia della destra romana per Luzzi, che vanta un passato illustre nel Movimento Sociale Italiano: dal 1975 al 2001, segretario politico (“il più giovane d’Italia”) del circolo Appio Latino Metronio, prima sede nella capitale del Msi dal 1947, poi membro del gruppo storico di Alleanza Nazionale con i vari Gianfranco Fini, Francesco Storace, Domenico Gramazio, Altero Matteoli, lo stesso Gasparri. E poi una vita nel consiglio della Regione Lazio, di cui diventerà vice-presidente, sotto le insegne di An.
IL COMMISSARIAMENTO? UNA QUESTIONE POLITICA
Diversi i processi nel curriculum di Luzzi, da ultimo lo scandalo Mafia Capitale. “Perché rimuovere due dirigenti non indagati e lasciare al suo posto il sindaco indagato?”, domanda ancora Barone. La questione è di natura politica: secondo il comma 7 dell’articolo 143 del Tuel, “nel caso in cui non sussistano i presupposti per lo scioglimento o l’adozione di altri provvedimenti di cui al comma 5, il Ministro dell’interno, entro tre mesi dalla trasmissione della relazione del prefetto, emana comunque un decreto di conclusione del procedimento in cui dà conto degli esiti dell’attività di accertamento”. Cosa che il Viminale non ha fatto, perché il procedimento non è concluso.
Quindi il ministero si trova di fronte a due alternative, entrambe così rischiose da dover essere evitate: “Se il governo commissaria Sacrofano – conclude Barone – e quindi stabilisce che nel paese regno di Carminati c’è un sodalizio mafioso, saranno in molti quelli che si domanderanno per quale motivo l’assemblea comunale di Roma non è stata sciolta, come ha già fatto lo stesso Luzzi. D’altra parte, mettere nero su bianco che a Sacrofano la mafia non c’è e che tutto è stato risolto con la rimozione di due dirigenti è pericoloso per Alfano: se, infatti, Carminati e soci venissero condannati nel processo, il ministro verrebbe sbugiardato. Meglio quindi lasciare tutto a bagnomaria”. Ovvero non fare nulla, rimandare ogni intervento e attendere l’esito del processo.
Riceviamo e pubblichiamo
Roma, 16 marzo 2016
Gentile dr. Pasciuti,
in relazione al suo articolo, apparso sull’edizione on line di oggi del “Fatto Quotidiano”, si precisa che il Prefetto di Roma, dr. Franco Gabrielli, ha rassegnato le proprie proposte al Ministro dell’interno il 7 agosto 2015 e non, come da Lei riferito, il 19 dello stesso mese.
A parte questo dettaglio, preme sottolineare che, come chiaramente stabilito dall’art. 143 del T.U. degli Enti Locali, la decisione circa i provvedimenti da adottare nei confronti dei Comuni ispezionati a fine di prevenzione “anti mafia” fuoriesce dall’orizzonte e dalla disponibilità del Prefetto.
E’, quindi, inesatta ed impropria l’ affermazione secondo cui il Prefetto di Roma avrebbe “cambiato idea” in merito alle misure da applicare nei confronti dell’Amministrazione comunale di Sacrofano. In realtà, le proposte formulate in merito il 7 agosto 2015 non sono state mai modificate o ritirate.
Cordialmente
L’Addetto Stampa
Mafie
Mafia Capitale, il caso Sacrofano: paese regno di Carminati, guidato dall’ex ras del Msi e impossibile da sciogliere
A 15 mesi dallo scoppio dello scandalo e a 14 mesi dall'avvio dell'iter di commissariamento, il governo non ha ancora deciso il destino del comune alle porte di Roma, per i magistrati base operativa del clan del "cecato". Alfano parla di un nuovo "monitoraggio", ma in municipio nessuno sa nulla e lo scorso agosto il prefetto Gabrielli aveva annunciato che ne avrebbe chiesto lo scioglimento. Risultato: i sospetti non sono stati fugati e il sindaco Tommaso Luzzi, nato e cresciuto politicamente nella destra romana e indagato per associazione mafiosa, rimane al suo posto
E’ tutto coperto da segreto. Secretata la relazione della commissione di accesso, secretata anche quella del prefetto Gabrielli. Il ministro dell’Interno ha annunciato ieri che nel comune è stato “attivato un gruppo di esperti per un costante monitoraggio”, ma in municipio non ne sanno nulla. Intanto è passato oltre un anno dal 2 gennaio 2015, giorno in cui vennero nominati i commissari chiamati a stabilire se a Sacrofano, 7mila anime sulla via Flaminia, c’era la mafia. Quella stessa Mafia Capitale capeggiata da Massimo Carminati, che a Sacrofano aveva residenza e base operativa, capace secondo i pm di piazzale Clodio di infiltrare il Campidoglio e le amministrazioni pubbliche di Roma e provincia. Quattordici mesi senza che nessuno abbia detto una parola chiara sulla questione, passati i quali Tommaso Luzzi, il sindaco indagato per associazione di stampo mafioso, è ancora al suo posto.
Tutto comincia la mattina del 2 dicembre 2014, quando scoppia lo scandalo di Mafia Capitale che investe, oltre a Roma, 4 comuni della provincia: Castelnuovo di Porto, Morlupo, Sant’Oreste e, appunto, Sacrofano. La macchina dei controlli si mette subito in moto: per Sacrofano la commissione di accesso agli atti viene nominata dal prefetto Giuseppe Pecoraro il 2 gennaio 2015, si insedia l’8 gennaio, conclude i propri lavori l’8 luglio e invia la propria relazione al nuovo prefetto Franco Gabrielli. Il quale, il 19 agosto 2015, nel corso della riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza, annuncia che avrebbe sottoposto al Viminale la proposta di scioglimento per infiltrazioni mafiose solo nel caso di Sacrofano.
Sulla faccenda cade una coltre di silenzio che dura mesi, poi il 26 gennaio 2016 il prefetto cambia idea: “Con riferimento alle commissioni d’accesso nei 4 comuni toccati dall’inchiesta del Mondo di mezzo, l’attività si è conclusa – spiega quel giorno in audizione in commissione Antimafia – su Sacrofano ci sono alcuni interventi su alcuni dirigenti. Non si è ritenuto di sciogliere nessuna delle assemblee dei 4 comuni”. Quali sono gli interventi? Vengono rimossi la responsabile dell’ufficio urbanistico e uno dei dirigenti dell’ufficio raccolta rifiuti. Provvedimenti ritenuti insufficienti da Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, che nella stessa sede avanza una richiesta precisa: Morlupo e Sacrofano “sono realtà che necessitano di un monitoraggio dal quale si possa prevedere la nomina di nuove commissioni d’accesso”. In particolare a Sacrofano “il monitoraggio deve esser particolarmente penetrante e potrebbe portare ad ulteriori approfondimenti“.
Solo 24 ore dopo, il 27 gennaio, il maresciallo capo del Ros Roberta Cipolla viene ascoltata come testimone nell’aula bunker del tribunale di Roma in cui si celebra il processo a Mafia Capitale. E fa da contraltare alle parole di Gabrielli confermando i legami tra Carminati e Luzzi: a fare da collante tra i due – spiega il maresciallo – è Giuseppe Ietto, imprenditore che il gip definisce “colluso” perché “partecipa all’associazione mettendo a disposizione le proprie imprese e attività economiche nel settore della ristorazione”. Detto l’ingegnere, Ietto aiuta Carminati a organizzare una cena di fine campagna elettorale per Luzzi. “Vonno fatto pesce, famo pesce, volemo fa’ de carne, famo de carne. (…) Per Tommaso la faccio de lusso”, spiegava il cecato a Gaglianone il 6 maggio 2013, due settimane prima della cena imbandita in piazza il 24 maggio, a due giorni dalle elezioni.
Passano altri due mesi di silenzio e il 15 marzo il ministro Alfano spiega in Antimafia: “E’ stato attivato su mia precisa indicazione, presso la prefettura di Roma, un gruppo di esperti per un costante monitoraggio dei comuni di S. Oreste, Sacrofano e Morlupo. Queste tre amministrazioni verranno controllate negli ambiti più sensibili fino al mese di dicembre prossimo e anche oltre, se sarà necessaria una proroga della misura”.
A Sacrofano nessuno sa nulla. “Qui non risulta – spiega a IlFattoQuotidiano.it Gianluigi Barone, consigliere comunale di Sacrofano Progetto Comune – a noi non è stato comunicato l’insediamento né l’inizio dei lavori di alcun gruppo di esperti”. Altra singolarità: per Sant’Oreste e Morlupo i procedimenti erano stati dichiarati dallo stesso Viminale conclusi da tempo. Lo si legge sul sito del ministero, nell’apposita sezione, intitolata “Insussistenza dei presupposti per lo scioglimento degli enti locali per condizionamento mafioso“, dove vengono pubblicati i decreti con i quali – in base all’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali che regola l’iter di commissariamento – il ministero certifica la fine dei procedimenti: sul procedimento relativo a Sant’Oreste il Viminale aveva messo una pietra sopra l’11 novembre 2015, quello in carico al comune di Morlupo era stato dichiarato concluso il 28 ottobre.
Per avere un’idea più chiara bisognerebbe leggere le relazioni della commissione d’accesso e del prefetto, ma non si può. “Noi abbiamo chiesto di leggere la relazione del prefetto attraverso una richiesta di accesso agli atti – spiega ancora Barone – ma il 12 ottobre 2015 ci è stato risposto che il procedimento era ancora secretato perché in fase istruttoria”. Impossibile conoscere anche la data in cui la prefettura ha inviato la relazione al Viminale: alla nostra richiesta, il ministero ha risposto con il silenzio.
Il comma 5 dell’articolo 143, poi, prevede che in casi come questo “in cui non sia disposto lo scioglimento, qualora la relazione prefettizia rilevi la sussistenza degli elementi di cui al comma 1 (collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori, ndr) con decreto del Ministro dell’interno, su proposta del prefetto, è adottato ogni provvedimento utile a far cessare immediatamente il pregiudizio in atto e ricondurre alla normalità la vita amministrativa dell’ente”. Ma il ministero non è obbligato a pubblicare il decreto e anche sulle motivazioni per le quali il Viminale ha deciso per il supplemento di indagine è sceso il silenzio. Morale della favola: a 15 mesi dallo scoppio di Mafia Capitale e a 14 mesi dall’avvio dell’iter di commissariamento per mafia, i sospetti non sono stati fugati e il sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi, indagato per associazione mafiosa, rimane al suo posto.
Eppure “la legge ha una logica ben precisa – spiega Giulio Marotta, responsabile dell’Osservatorio di Avviso Pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie – quando ci sono dei gravi sospetti sull’esistenza di possibili infiltrazioni mafiose in un’amministrazione pubblica, bisogna prendere una decisione in tempi brevi“. “Il procedimento dell’art. 143 – continua Marotta – è estremamente scadenzato: la commissione di accesso ha tre mesi, rinnovabili per altri tre mesi, per indagare e inviare la sua relazione al prefetto; quest’ultimo ha 45 giorni per inviare la sua relazione al ministero; il governo poi ha 3 mesi per decidere, qualunque sia la decisione finale, scioglimento oppure archiviazione. Lo scopo della legge è chiaro: occorre acquisire celermente tutti gli elementi utili e poi informare l’opinione pubblica e gli elettori sulle responsabilità accertate e su tutte le misure utili a ripristinare la legalità, evitando che un’amministrazione su cui pende un sospetto di infiltrazione mafiosa rimanga sottoposta a tale sospetto troppo a lungo“. Troppo tardi.
SACROFANO, LA TERRAZZA DALLA QUALE CARMINATI COMANDAVA SU ROMA
I pm di Roma non hanno dubbi: Sacrofano era il quartier generale della cupola. Lì, in via Monte Cappelletto 12, c’è la villa in cui viveva Carminati; lì ha la sua ditta Agostino Gaglianone, costruttore, braccio operativo del Nero nel settore del mattone, arrestato pure lui per associazione di stampo mafioso; lì viveva Riccardo Brugia, braccio militare del sodalizio; lì è domiciliato anche Cristiano Guarnera, altro ras del cemento cui la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 100 milioni di euro. Ma fino al 30 novembre 2014 era stato un paesino come tanti. Tutto cambiò quella mattina, quando i carabinieri bloccarono una Smart in una stradina di campagna e fecero scendere l’uomo alla guida: per una volta impaurito, Carminati, uno dei quattro re di Roma, alzò le mani e scese dalla macchina. Quel giorno si cominciò a capire che Sacrofano, 7mila abitanti sulla via Flaminia, era la terrazza dalla quale l’imperatore comandava su Roma.
Per comandare servono i luogotenenti. Nel 2013 Tommaso Luzzi è presidente e amministratore delegato di Astral, società che gestisce la viabilità della regione Lazio. A gennaio i rapporti con la cupola si fanno più stretti, quando Salvatore Buzzi fa assumere nelle sue cooperative alcune persone di Sacrofano su richiesta del sindaco. Risultato: “6 segnalati, 4 assunti, 1 ha rinunciato, 1 inadeguata”. Ben presto a Carminati serve che Luzzi diventi sindaco a Sacrofano. Così si mette a disposizione per organizzare con Gaglianone una bella cena di fine campagna elettorale: “Tu metti il locale, io metto il catering“. “Perché Tommaso a me – raccontava Carminati al figlio Andrea il 4 maggio 2013 in un bar di Vigna Stelluti – me serve lì in zona da noi come sindaco”. “La settimana prossima – continua – vieni a cena con me. Quella sera verrà forse anche Gramazio. Luca c’ha trent’anni e fa il capogruppo alla Regione. Il padre è senatore”.
Il trentenne è Luca Gramazio, figlio del senatore Domenico: alla Pisana è capogruppo del Pdl. “Gramazio aveva sostenuto la candidatura a sindaco del Luzzi – si legge nell’ordinanza del dicembre 2014 – ma la politica amministrativa del sindaco di Sacrofano appariva, nelle parole dei sodali, ampiamente vincolata alle decisioni intraprese dall’organizzazione”. Cosa spingeva Luzzi, effettivamente eletto il 27 maggio 2013, a obbedire a Carminati? “Gramazio – continuano gli inquirenti – in Consiglio regionale era anche membro della Commissione Bilancio, pertanto, nelle condizioni di influire sulla disposizione di fondi da assegnare agli enti locali“. Una “capacità coercitiva dell’organizzazione” esemplificata come meglio non si potrebbe dallo stesso Carminati: Luzzi “non può fare nulla – domanda in via retorica il boss a Gaglianone il 18 aprile 2014 – perché i soldi vengono dalla Regione, se lui non fa quello che dimo noi, Luca (Gramazio, ndr) gli blocca tutto“.
LUZZI, LE RADICI NELLA DESTRA ROMANA E IL GRUPPO STORICO DI ALLEANZA NAZIONALE
Un humus politico e umano, quello della destra romana, in cui si muovono diversi protagonisti dell’inchiesta di Mafia Capitale – da Gianni Alemanno a Carlo Pucci, fino a Luca Gramazio – figlio del senatore Domenico cui Luzzi è “da sempre al fianco“, si legge sul sito del comune di Sacrofano – a processo per associazione mafiosa. “Il 19 ottobre 2015 Luzzi ha organizzato una manifestazione a sostegno dell’amministrazione comunale – continua Barone – da Roma sono venuti il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri e il senatore Domenico Gramazio, padre di Luca”. Amici “di tante battaglie”, come scriveva Gasparri in un tweet del 24 maggio 2013, il giorno della cena organizzata da Carminati e 3 giorni prima che Luzzi venisse eletto sindaco, in una manifestazione a sostegno dell’amico. Un’amicizia pluridecennale, un rapporto che si perde nella storia della destra romana per Luzzi, che vanta un passato illustre nel Movimento Sociale Italiano: dal 1975 al 2001, segretario politico (“il più giovane d’Italia”) del circolo Appio Latino Metronio, prima sede nella capitale del Msi dal 1947, poi membro del gruppo storico di Alleanza Nazionale con i vari Gianfranco Fini, Francesco Storace, Domenico Gramazio, Altero Matteoli, lo stesso Gasparri. E poi una vita nel consiglio della Regione Lazio, di cui diventerà vice-presidente, sotto le insegne di An.
IL COMMISSARIAMENTO? UNA QUESTIONE POLITICA
Diversi i processi nel curriculum di Luzzi, da ultimo lo scandalo Mafia Capitale. “Perché rimuovere due dirigenti non indagati e lasciare al suo posto il sindaco indagato?”, domanda ancora Barone. La questione è di natura politica: secondo il comma 7 dell’articolo 143 del Tuel, “nel caso in cui non sussistano i presupposti per lo scioglimento o l’adozione di altri provvedimenti di cui al comma 5, il Ministro dell’interno, entro tre mesi dalla trasmissione della relazione del prefetto, emana comunque un decreto di conclusione del procedimento in cui dà conto degli esiti dell’attività di accertamento”. Cosa che il Viminale non ha fatto, perché il procedimento non è concluso.
Quindi il ministero si trova di fronte a due alternative, entrambe così rischiose da dover essere evitate: “Se il governo commissaria Sacrofano – conclude Barone – e quindi stabilisce che nel paese regno di Carminati c’è un sodalizio mafioso, saranno in molti quelli che si domanderanno per quale motivo l’assemblea comunale di Roma non è stata sciolta, come ha già fatto lo stesso Luzzi. D’altra parte, mettere nero su bianco che a Sacrofano la mafia non c’è e che tutto è stato risolto con la rimozione di due dirigenti è pericoloso per Alfano: se, infatti, Carminati e soci venissero condannati nel processo, il ministro verrebbe sbugiardato. Meglio quindi lasciare tutto a bagnomaria”. Ovvero non fare nulla, rimandare ogni intervento e attendere l’esito del processo.
Riceviamo e pubblichiamo
Roma, 16 marzo 2016
Gentile dr. Pasciuti,
in relazione al suo articolo, apparso sull’edizione on line di oggi del “Fatto Quotidiano”, si precisa che il Prefetto di Roma, dr. Franco Gabrielli, ha rassegnato le proprie proposte al Ministro dell’interno il 7 agosto 2015 e non, come da Lei riferito, il 19 dello stesso mese.
A parte questo dettaglio, preme sottolineare che, come chiaramente stabilito dall’art. 143 del T.U. degli Enti Locali, la decisione circa i provvedimenti da adottare nei confronti dei Comuni ispezionati a fine di prevenzione “anti mafia” fuoriesce dall’orizzonte e dalla disponibilità del Prefetto.
E’, quindi, inesatta ed impropria l’ affermazione secondo cui il Prefetto di Roma avrebbe “cambiato idea” in merito alle misure da applicare nei confronti dell’Amministrazione comunale di Sacrofano. In realtà, le proposte formulate in merito il 7 agosto 2015 non sono state mai modificate o ritirate.
Cordialmente
L’Addetto Stampa
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"Questa aggressione non passerà senza una risposta e le nostre forze armate yemenite sono pienamente pronte ad affrontare l'escalation con l'escalation", ha affermato l'ufficio politico dei ribelli in una dichiarazione alla televisione Al-Masirah.
In un'altra dichiarazione citata da Ynet, un funzionario Houthi si è rivolto direttamente a Trump e a Netanyahu, che "stanno scavando tombe per i sionisti. Iniziate a preoccuparvi per le vostre teste".
Damasco, 15 mar. (Adnkronos) - L'esplosione avvenuta nella città costiera siriana di Latakia ha ucciso almeno otto persone. Lo ha riferito l'agenzia di stampa statale Sana, secondo cui, tra le vittime della detonazione di un ordigno inesploso, avvenuta in un negozio all'interno di un edificio di quattro piani, ci sono tre bambini e una donna. "Quattordici civili sono rimasti feriti, tra cui quattro bambini", ha aggiunto l'agenzia.
Sana'a, 15 mar. (Adnkronos) - Almeno nove civili sono stati uccisi e nove feriti negli attacchi statunitensi su Sanaa, nello Yemen. Lo ha dichiarato un portavoce del ministero della Salute guidato dagli Houthi su X.
Washington, 15 mar. (Adnkronos) - "Sono lieto di informarvi che il generale Keith Kellogg è stato nominato inviato speciale in Ucraina. Il generale Kellogg, un esperto militare molto stimato, tratterà direttamente con il presidente Zelensky e la leadership ucraina. Li conosce bene e hanno un ottimo rapporto di lavoro. Congratulazioni al generale Kellogg!". Lo ha annunciato su Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Washington, 15 mar. (Adnkronos) - "Oggi ho ordinato all'esercito degli Stati Uniti di lanciare un'azione militare decisa e potente contro i terroristi Houthi nello Yemen. Hanno condotto una campagna implacabile di pirateria, violenza e terrorismo contro navi, aerei e droni americani e di altri paesi". Lo ha annunciato il presidente americano Donald Trump su Truth. Senza risparmiare una stoccata all'ex inquilino della Casa Bianca, il tycoon aggiunge nel suo post che "la risposta di Joe Biden è stata pateticamente debole, quindi gli Houthi sfrenati hanno continuato ad andare avanti".
"È passato più di un anno - prosegue Trump - da quando una nave commerciale battente bandiera statunitense ha navigato in sicurezza attraverso il Canale di Suez, il Mar Rosso o il Golfo di Aden. L'ultima nave da guerra americana ad attraversare il Mar Rosso, quattro mesi fa, è stata attaccata dagli Houthi più di una decina di volte. Finanziati dall'Iran, i criminali Houthi hanno lanciato missili contro gli aerei statunitensi e hanno preso di mira le nostre truppe e i nostri alleati. Questi assalti implacabili sono costati agli Stati Uniti e all'economia mondiale molti miliardi di dollari, mettendo allo stesso tempo a rischio vite innocenti".
"L'attacco degli Houthi alle navi americane non sarà tollerato - conclude Trump - Utilizzeremo una forza letale schiacciante finché non avremo raggiunto il nostro obiettivo. Gli Houthi hanno soffocato le spedizioni in una delle più importanti vie marittime del mondo, bloccando vaste fasce del commercio globale e attaccando il principio fondamentale della libertà di navigazione da cui dipendono il commercio e gli scambi internazionali. I nostri coraggiosi Warfighters stanno in questo momento portando avanti attacchi aerei contro le basi, i leader e le difese missilistiche dei terroristi per proteggere le risorse navali, aeree e di spedizione americane e per ripristinare la libertà di navigazione. Nessuna forza terroristica impedirà alle navi commerciali e navali americane di navigare liberamente sulle vie d'acqua del mondo".
Whasington, 15 mar. (Adnkronos) - Funzionari statunitensi hanno affermato che gli attacchi aerei contro l'arsenale degli Houthi, gran parte del quale è sepolto in profondità nel sottosuolo, potrebbero durare diversi giorni, intensificandosi in portata e scala a seconda della reazione dei militanti. Lo scrive il New York Times. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno lottato in passato per identificare e localizzare i sistemi d'arma degli Houthi, che i ribelli producono in fabbriche sotterranee e contrabbandano dall'Iran.
Washington, 15 mar. (Adnkronos) - Funzionari statunitensi hanno detto al New York Times che il bombardamento su larga scala contro decine di obiettivi nello Yemen controllato dagli Houthi - l'azione militare più significativa del secondo mandato di Donald Trump - ha anche lo scopo di inviare un segnale di avvertimento all'Iran. Il presidente americano - scrive il quotidiano Usa- vuole mediare un accordo con Teheran per impedirgli di acquisire un'arma nucleare, ma ha lasciato aperta la possibilità di un'azione militare se gli iraniani respingono i negoziati.