Basta scorrere i titoli dei giornali russi: che essendo tutti nell’orbita del Cremlino, riflettono il pensiero dello Zar. La Russia non riconosce il ritiro dalla Siria come una sconfitta. Ma come una vittoria: “Stimolerà il processo di pace”. Putin non è quel guerrafondaio dipinto dall’Occidente, ma uno che sa guardare avanti, e agire quando è necessario. Mosca ha tenuto in piedi Assad, per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein. Si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Assad alle trattative con l’opposizione: non è questa una vittoria, dopo cinque anni di caos, terrorismo e rischio di guerra mondiale?
Dunque, guardiamo i fatti, dicono a Mosca. Mentre l’Occidente ciancicava e la Siria precipitava nell’inferno più totale, la Russia è intervenuta con decisione. Senza farsi condizionare dalla solita indecisione degli europei, sempre divisi, e degli americani. Il 30 settembre 2015 i cacciabombardieri russi cominciarono a colpire le postazioni dei ribelli anti-Saddad e, in minore misura, quelle dell’Isis. Putin lasciò di stucco le cancellerie di tutto l’Occidente, e spiazzò clamorosamente la Casa Bianca. Il copione si è ripetuto la sera del 14 marzo 2016, con l’annuncio del ritiro (seppur parziale) delle sue truppe, salvo mantenere la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo di Mosca nel Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Per molti osservatori, quella di lunedì 14 marzo è “la svolta” di Putin. Lui ha usato una frase da film: missione compiuta. Magari non del tutto, “la maggior parte” degli obiettivi prefissati sono stati raggiunti in 166 giorni di attacchi e bombardamenti. L’attività aerea russa diminuirà, pure quella della base navale. Però adesso è tempo di colloqui. Di trattative. Di negoziati. Si passa dai mitra alle parole. Continueremo a combattere i terroristi dello Stato Islamico. Gli Stati Uniti incassano. Storcono la bocca. Palesano scetticismo: “Vedremo”.
Ecco, è in quel vedremo che si misurano le conseguenze della “svolta”. Perché in realtà, più che una svolta, è un’astuta mossa ad effetto. Il che ruga agli americani, padroni della manipolazione mediatica, inventori della pubblica opinione come strumento politico, sovrani della comunicazione. Putin li ha battuti sul loro terreno preferito: la sua mossa, infatti, è politica. Mica militare: gran parte degli aerei mandati in Siria ci restano. Anche gli “istruttori”. Tornano a casa marines e truppaglia. Riduzioni tattiche. Quel che conta di più, per Putin, è ben altro. E’ lui a scandire il ritmo della crisi siriana. E’ lui il regista del processo di pace. Senza di lui, non ci sarebbero i negoziati (ricominciati guarda caso proprio il 14 marzo a Ginevra) tra Bashar al-Assad e i ribelli moderati.
Washington abbozza. Come scrive il New York Times, prevale la cautela: spesso quel che afferma Putin – vedi il caso dell’Ucraina – non trova riscontro sul campo. E’ uno spregiudicato. Di certo Obama, dopo la telefonata con la quale veniva informato dallo stesso Putin della sua decisione, è stato piuttosto guardingo, nell’esprimere la soddisfazione per la prospettiva della riduzione delle violenze in Siria: “Le continue azioni offensive da parte del regime rischiano di compromettere il processo politico”. Non solo. Obama ha chiesto “pieno accesso” per gli aiuti umanitari, sinora ostacolati da Damasco, e soprattutto ha ribadito che “la transizione politica è necessaria per mettere fine alle ostilità in Siria”. Chiaro il messaggio recapitato al Cremlino: la normalizzazione in Siria non ci sarà se Assad resterà al suo posto. Cosa vuole per davvero Putin?
Il presidente russo gioca un’ambiziosa partita doppia geopolitica. Con l’Occidente, che lo ha sanzionato per la Crimea e il Donbass. E con gli alleati regionali di Nato e Stati Uniti: Israele, Arabia Saudita, Turchia. L’annuncio del ritiro è plateale. Significa: sono io il regista dei negoziati. Confido nella stabilità di Assad, e sono in grado di far pressione su di lui per negoziare con gli avversari. Non lo lascio alla mercé dei nemici: ad appoggiarlo ci sono Hezbollah e l’Iran, senza dimenticare le nostre basi, pronte a mobilitarsi per qualsiasi eventualità. Abbiamo portato a termine la nostra missione, abbiamo fatto riconquistare a Damasco 10mila chilometri quadrati. Dopo cinque anni di devastazioni, è venuto il momento di voltar pagina. Ecco, a voltare quella pagina sarò io. Vi fornisco una carta per navigare nella complessità di questa intricata situazione. Per risolvere la crisi ed affrontare l’emergenza umanitaria.
Putin il Negoziatore si sta dimostrando un maestro della creatività flessibile: nella ricerca di una soluzione, insegnano i teorici delle negoziazioni, il pensiero creativo può dimostrarsi appropriato. Serve a prendere tempo, a ragionare cioè per analizzare il contesto prima di formulare dei veri e propri punti di negoziazione. L’imprevisto è sempre in agguato: la tregua, per esempio, entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, ha resistito in qualche modo e oltre ogni aspettativa. Tuttavia, è sempre un accordo assai precario, basta un niente per sabotare l’iniziativa di pace. Strutturalmente il tempo sta dalla parte del negoziatore. Putin ha in mano qualche carta da giocare. Mentre Mosca dava l’annuncio del ritiro, l’Itar-Tass – agenzia di stampa governativa – riportava, a firma Alexei Borovavkin, che presso la base aerea russa di Hmeimin c’era stato un incontro con un nuovo gruppo dell’opposizione siriana “che non ha preso parte alla lotta armata contro Assad” (puntualizzazione significativa), tra i quali alcuni esponenti curdi “finora esclusi dai negoziati”. E‘ un “piano B” del Cremlino? Di certo, il presidente russo vuole dimostrare che è pronto a vedere “oltre” Assad.
Ed è qui che le cose si aggrovigliano. Avere aperto ai curdi, può sollecitare reazioni turche, specie dopo l’attentato di Ankara, il terzo in pochi mesi. Uno degli scopi di Mosca, oltre al salvataggio di Assad, era quello di blindare le frontiere siriane con la Turchia, ed infatti via via che l’intervento aereo di Mosca si intensificava, gli sforzi si concentravano sul settore a nord di Aleppo, per spezzare i rifornimenti di armi ai ribelli sunniti: questi attacchi sistematici avevano di fatto impedito i primi negoziati di Ginevra, a fine gennaio. L’esercito siriano, e i curdi, sono avanzati a nord di Aleppo. Ma la frontiera con la Turchia non è stata neutralizzata. Così come le conquiste a nord di Latakia – caposaldo degli Assad – restano militarmente fragili. Il 2015 ha visto emergere una nuova entità ribelle, “l’Esercito della Conquista”, un raggruppamento di parecchie formazioni sostenute da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in cui è confluito Ahrar al-Sham, sostenuto da Ankara, e il Fronte al-Nusra, considerato una filiazione di al-Qaeda. L’Esercito della Conquista ha respinto l’esercito siriano della provincia di Idlib. Nondimeno, è una coalizione che fa concorrenza all’Isis, tuttora meglio organizzata, più ricca, più feroce, più compatta. I raid degli Stati Uniti e dei suoi alleati hanno indebolito l’Isis, su questo non ci piove. Quelli russi sono stati mirati principalmente sugli oppositori del regime di Damasco. La tregua, in teoria, potrebbe ridare ossigeno a chi combatte l’esercito siriano.
Allora perché questa mossa a sorpresa del ritiro? Intanto c’è il sospetto che sia solamente una opzione tattica. Dettata da realpolitik. E anche da problemi economici: quanti miliardi ha già speso la Russia in questi cinque mesi e mezzo di “missione Siria”? Se lo può permettere, in un momento di grosse problematiche economiche e finanziarie, aggravate dalla criti petrolifera e dalle sanzioni? Inoltre, c’è il nodo dell’Arabia Saudita. Re Salman aveva prospettato, a fine gennaio, l’intervento del suo esercito entro due mesi, per schierarlo a fianco dei ribelli sunniti. E di volerlo fare anche “se solo col consenso degli Stati Uniti”. Non a caso, nei giorni scorsi, c’è stato un fitto intrecciarsi di telefonate fra Salman e Putin. Il ritiro potrebbe essere un gesto di “buona volontà”, e l’Arabia Saudita potrebbe scansare un escalation pericolosa: Teheran non starebbe a guardare. L’esercito dell’Arabia Saudita è dotato di armamenti di ultima generazione, principalmente forniti dagli Usa, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Quello dell’Iran è agguerrito ma tecnologicamente inferiore, Mosca ha appena firmato un mega accordo di 8 miliardi di dollari per adeguarlo alle necessità di una difesa in uno scacchiere così instabile.
Resta lo scoglio di Assad. Quello di una transizione “morbida”, che il capo del regime siriano dovrebbe gestire personalmente. Una transizione controllata da Putin, tenuto conto di un certo disimpegno americano. Ma Damasco ha già messo le mani avanti: l’uscita di scena di Assad “non è sul tavolo delle trattative”, lo ha detto l’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jaafari, che guida la delegazione governativa a Ginevra e che ha incontrato Staffan De Mistura. Assad, ha fatto sapere il portavoce Dmitri Peskov, nella telefonata di Putin col leader del regime di Damasco, ha lodato “la professionalità e il coraggio” delle forze russe e ha espresso la “sua profonda riconoscenza”, mentre il presidente russo non avrebbe “evocato la sorte” di Assad, bensì la necessità di cominciare “un processo di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite”, giacché “le condizioni attuali” lo permettono. Parole piuttosto misurate. Che non hanno convinto più di tanto l’opposizione siriana. Vogliono constatare sul terreno se si tratta o no di un’azione positiva quella di ritirare le forze russe. E in che misura. Prevale la diffidenza. Il rischio è di avviare il solito dialogo tra sordi.
Non senza motivo. L’ong Osdh, vicina al fronte dei ribelli, è anche l’unica che sia stata in grado di quantificare i numeri della guerra, dopo cinque anni di orrori e di caos. E sono cifre per difetto: 271.138 morti, di cui 79106 civili (fra i quali 13500 bimbi e 8760 donne). Tredici milioni di persone, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, sono rimaste senza casa, ossia più di metà della popolazione che all’inizio del conflitto era di 23 milioni di abitanti. C’è stato un esodo senza precedenti. La Turchia ospita 2.750 profughi. Il Libano 1,5 milioni. La Giordania ne dichiara ufficialmente 640mila, in realtà sarebbero 1,4 milioni; 260mila sono in Egitto, 250mila in Iraq, 50mila in Africa del Nord. Per sminare il territorio occorreranno almeno trent’anni. Per ricostruirlo, mezzo secolo.
Mondo
Siria, Putin “ritira le truppe” per spiazzare ancora gli Usa e guidare processo di pace
Mosca ha tenuto in piedi Assad - è il ragionamento del presidente russo - per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein, e si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Damasco alle trattative con l’opposizione: una vittoria del Cremlino, che mantiene la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo russo nel Medio Oriente e nel Mediterraneo
Basta scorrere i titoli dei giornali russi: che essendo tutti nell’orbita del Cremlino, riflettono il pensiero dello Zar. La Russia non riconosce il ritiro dalla Siria come una sconfitta. Ma come una vittoria: “Stimolerà il processo di pace”. Putin non è quel guerrafondaio dipinto dall’Occidente, ma uno che sa guardare avanti, e agire quando è necessario. Mosca ha tenuto in piedi Assad, per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein. Si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Assad alle trattative con l’opposizione: non è questa una vittoria, dopo cinque anni di caos, terrorismo e rischio di guerra mondiale?
Dunque, guardiamo i fatti, dicono a Mosca. Mentre l’Occidente ciancicava e la Siria precipitava nell’inferno più totale, la Russia è intervenuta con decisione. Senza farsi condizionare dalla solita indecisione degli europei, sempre divisi, e degli americani. Il 30 settembre 2015 i cacciabombardieri russi cominciarono a colpire le postazioni dei ribelli anti-Saddad e, in minore misura, quelle dell’Isis. Putin lasciò di stucco le cancellerie di tutto l’Occidente, e spiazzò clamorosamente la Casa Bianca. Il copione si è ripetuto la sera del 14 marzo 2016, con l’annuncio del ritiro (seppur parziale) delle sue truppe, salvo mantenere la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo di Mosca nel Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Per molti osservatori, quella di lunedì 14 marzo è “la svolta” di Putin. Lui ha usato una frase da film: missione compiuta. Magari non del tutto, “la maggior parte” degli obiettivi prefissati sono stati raggiunti in 166 giorni di attacchi e bombardamenti. L’attività aerea russa diminuirà, pure quella della base navale. Però adesso è tempo di colloqui. Di trattative. Di negoziati. Si passa dai mitra alle parole. Continueremo a combattere i terroristi dello Stato Islamico. Gli Stati Uniti incassano. Storcono la bocca. Palesano scetticismo: “Vedremo”.
Ecco, è in quel vedremo che si misurano le conseguenze della “svolta”. Perché in realtà, più che una svolta, è un’astuta mossa ad effetto. Il che ruga agli americani, padroni della manipolazione mediatica, inventori della pubblica opinione come strumento politico, sovrani della comunicazione. Putin li ha battuti sul loro terreno preferito: la sua mossa, infatti, è politica. Mica militare: gran parte degli aerei mandati in Siria ci restano. Anche gli “istruttori”. Tornano a casa marines e truppaglia. Riduzioni tattiche. Quel che conta di più, per Putin, è ben altro. E’ lui a scandire il ritmo della crisi siriana. E’ lui il regista del processo di pace. Senza di lui, non ci sarebbero i negoziati (ricominciati guarda caso proprio il 14 marzo a Ginevra) tra Bashar al-Assad e i ribelli moderati.
Washington abbozza. Come scrive il New York Times, prevale la cautela: spesso quel che afferma Putin – vedi il caso dell’Ucraina – non trova riscontro sul campo. E’ uno spregiudicato. Di certo Obama, dopo la telefonata con la quale veniva informato dallo stesso Putin della sua decisione, è stato piuttosto guardingo, nell’esprimere la soddisfazione per la prospettiva della riduzione delle violenze in Siria: “Le continue azioni offensive da parte del regime rischiano di compromettere il processo politico”. Non solo. Obama ha chiesto “pieno accesso” per gli aiuti umanitari, sinora ostacolati da Damasco, e soprattutto ha ribadito che “la transizione politica è necessaria per mettere fine alle ostilità in Siria”. Chiaro il messaggio recapitato al Cremlino: la normalizzazione in Siria non ci sarà se Assad resterà al suo posto. Cosa vuole per davvero Putin?
Il presidente russo gioca un’ambiziosa partita doppia geopolitica. Con l’Occidente, che lo ha sanzionato per la Crimea e il Donbass. E con gli alleati regionali di Nato e Stati Uniti: Israele, Arabia Saudita, Turchia. L’annuncio del ritiro è plateale. Significa: sono io il regista dei negoziati. Confido nella stabilità di Assad, e sono in grado di far pressione su di lui per negoziare con gli avversari. Non lo lascio alla mercé dei nemici: ad appoggiarlo ci sono Hezbollah e l’Iran, senza dimenticare le nostre basi, pronte a mobilitarsi per qualsiasi eventualità. Abbiamo portato a termine la nostra missione, abbiamo fatto riconquistare a Damasco 10mila chilometri quadrati. Dopo cinque anni di devastazioni, è venuto il momento di voltar pagina. Ecco, a voltare quella pagina sarò io. Vi fornisco una carta per navigare nella complessità di questa intricata situazione. Per risolvere la crisi ed affrontare l’emergenza umanitaria.
Putin il Negoziatore si sta dimostrando un maestro della creatività flessibile: nella ricerca di una soluzione, insegnano i teorici delle negoziazioni, il pensiero creativo può dimostrarsi appropriato. Serve a prendere tempo, a ragionare cioè per analizzare il contesto prima di formulare dei veri e propri punti di negoziazione. L’imprevisto è sempre in agguato: la tregua, per esempio, entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, ha resistito in qualche modo e oltre ogni aspettativa. Tuttavia, è sempre un accordo assai precario, basta un niente per sabotare l’iniziativa di pace. Strutturalmente il tempo sta dalla parte del negoziatore. Putin ha in mano qualche carta da giocare. Mentre Mosca dava l’annuncio del ritiro, l’Itar-Tass – agenzia di stampa governativa – riportava, a firma Alexei Borovavkin, che presso la base aerea russa di Hmeimin c’era stato un incontro con un nuovo gruppo dell’opposizione siriana “che non ha preso parte alla lotta armata contro Assad” (puntualizzazione significativa), tra i quali alcuni esponenti curdi “finora esclusi dai negoziati”. E‘ un “piano B” del Cremlino? Di certo, il presidente russo vuole dimostrare che è pronto a vedere “oltre” Assad.
Ed è qui che le cose si aggrovigliano. Avere aperto ai curdi, può sollecitare reazioni turche, specie dopo l’attentato di Ankara, il terzo in pochi mesi. Uno degli scopi di Mosca, oltre al salvataggio di Assad, era quello di blindare le frontiere siriane con la Turchia, ed infatti via via che l’intervento aereo di Mosca si intensificava, gli sforzi si concentravano sul settore a nord di Aleppo, per spezzare i rifornimenti di armi ai ribelli sunniti: questi attacchi sistematici avevano di fatto impedito i primi negoziati di Ginevra, a fine gennaio. L’esercito siriano, e i curdi, sono avanzati a nord di Aleppo. Ma la frontiera con la Turchia non è stata neutralizzata. Così come le conquiste a nord di Latakia – caposaldo degli Assad – restano militarmente fragili. Il 2015 ha visto emergere una nuova entità ribelle, “l’Esercito della Conquista”, un raggruppamento di parecchie formazioni sostenute da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in cui è confluito Ahrar al-Sham, sostenuto da Ankara, e il Fronte al-Nusra, considerato una filiazione di al-Qaeda. L’Esercito della Conquista ha respinto l’esercito siriano della provincia di Idlib. Nondimeno, è una coalizione che fa concorrenza all’Isis, tuttora meglio organizzata, più ricca, più feroce, più compatta. I raid degli Stati Uniti e dei suoi alleati hanno indebolito l’Isis, su questo non ci piove. Quelli russi sono stati mirati principalmente sugli oppositori del regime di Damasco. La tregua, in teoria, potrebbe ridare ossigeno a chi combatte l’esercito siriano.
Allora perché questa mossa a sorpresa del ritiro? Intanto c’è il sospetto che sia solamente una opzione tattica. Dettata da realpolitik. E anche da problemi economici: quanti miliardi ha già speso la Russia in questi cinque mesi e mezzo di “missione Siria”? Se lo può permettere, in un momento di grosse problematiche economiche e finanziarie, aggravate dalla criti petrolifera e dalle sanzioni? Inoltre, c’è il nodo dell’Arabia Saudita. Re Salman aveva prospettato, a fine gennaio, l’intervento del suo esercito entro due mesi, per schierarlo a fianco dei ribelli sunniti. E di volerlo fare anche “se solo col consenso degli Stati Uniti”. Non a caso, nei giorni scorsi, c’è stato un fitto intrecciarsi di telefonate fra Salman e Putin. Il ritiro potrebbe essere un gesto di “buona volontà”, e l’Arabia Saudita potrebbe scansare un escalation pericolosa: Teheran non starebbe a guardare. L’esercito dell’Arabia Saudita è dotato di armamenti di ultima generazione, principalmente forniti dagli Usa, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Quello dell’Iran è agguerrito ma tecnologicamente inferiore, Mosca ha appena firmato un mega accordo di 8 miliardi di dollari per adeguarlo alle necessità di una difesa in uno scacchiere così instabile.
Resta lo scoglio di Assad. Quello di una transizione “morbida”, che il capo del regime siriano dovrebbe gestire personalmente. Una transizione controllata da Putin, tenuto conto di un certo disimpegno americano. Ma Damasco ha già messo le mani avanti: l’uscita di scena di Assad “non è sul tavolo delle trattative”, lo ha detto l’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jaafari, che guida la delegazione governativa a Ginevra e che ha incontrato Staffan De Mistura. Assad, ha fatto sapere il portavoce Dmitri Peskov, nella telefonata di Putin col leader del regime di Damasco, ha lodato “la professionalità e il coraggio” delle forze russe e ha espresso la “sua profonda riconoscenza”, mentre il presidente russo non avrebbe “evocato la sorte” di Assad, bensì la necessità di cominciare “un processo di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite”, giacché “le condizioni attuali” lo permettono. Parole piuttosto misurate. Che non hanno convinto più di tanto l’opposizione siriana. Vogliono constatare sul terreno se si tratta o no di un’azione positiva quella di ritirare le forze russe. E in che misura. Prevale la diffidenza. Il rischio è di avviare il solito dialogo tra sordi.
Non senza motivo. L’ong Osdh, vicina al fronte dei ribelli, è anche l’unica che sia stata in grado di quantificare i numeri della guerra, dopo cinque anni di orrori e di caos. E sono cifre per difetto: 271.138 morti, di cui 79106 civili (fra i quali 13500 bimbi e 8760 donne). Tredici milioni di persone, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, sono rimaste senza casa, ossia più di metà della popolazione che all’inizio del conflitto era di 23 milioni di abitanti. C’è stato un esodo senza precedenti. La Turchia ospita 2.750 profughi. Il Libano 1,5 milioni. La Giordania ne dichiara ufficialmente 640mila, in realtà sarebbero 1,4 milioni; 260mila sono in Egitto, 250mila in Iraq, 50mila in Africa del Nord. Per sminare il territorio occorreranno almeno trent’anni. Per ricostruirlo, mezzo secolo.
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Roma, 28 feb. (Adnkronos/Labitalia) - Btm 2025 si conclude con una conferma del successo della manifestazione, che ha ribadito la sua centralità nel panorama turistico nazionale. Oltre 500 gli espositori, inclusi comuni, associazioni di categoria e aziende dei vari segmenti, su 16mila metri quadrati di area espositiva, la partecipazione di 80 buyer nazionali e internazionali, più di 100 eventi e 400 relatori hanno animato tre giorni intensi di incontri, approfondimenti e opportunità di business che hanno visto 49.950 ingressi alla Fiera del Levante di Bari, con numeri in leggero aumento rispetto al 2024.
Il tema di questa edizione, 'Il viaggio nel viaggio', ha riscosso grande interesse, portando alla luce nuove prospettive sul concetto stesso di viaggio e sulle trasformazioni che stanno investendo il settore. Mary Rossi, responsabile eventi Btm, ha sottolineato il valore di questa riflessione: "Da Btm 2025 ci portiamo a casa tante interessanti riflessioni. Uno degli aspetti chiave che volevamo far emergere con il tema 'Il viaggio nel viaggio' è il percorso verso la destinazione scelta, perché crediamo che sia proprio il cammino a generare emozioni, sensazioni e pensieri che ci fanno crescere. Abbiamo affrontato il tema in molteplici declinazioni, spingendoci anche oltre i confini terrestri con il turismo spaziale. Btm è stata un’occasione di confronto che ha arricchito operatori e professionisti con nuovi strumenti da applicare nel loro lavoro".
L’edizione 2025 ha messo al centro argomenti chiave come digitalizzazione, sostenibilità, intelligenza artificiale, turismo esperienziale, extralberghiero e wedding tourism. Tra i momenti più apprezzati, i panel su smart destination, big data per il turismo, nuove strategie di marketing e il ruolo della narrazione nella scelta delle destinazioni. Numerosi gli interventi istituzionali e dei principali protagonisti del settore. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché, ha aperto la manifestazione con un intervento in streaming sulle strategie nazionali per la crescita del turismo, sottolineando l’importanza dell’innovazione e della sostenibilità per il futuro del settore. Tra i tanti interventi, l’onorevole Gianluca Caramanna, il senatore Gianmarco Centinaio, la presidente di Federturismo Confindustria, Marina Lalli, Alessandro Callari, Regional Manager di Booking.com, Antonio Laveneziana,Territory Manager Italy di Airbnb, Valentina Sumini, Architetta dello spazio e Roberta Milano, marketing strategist.
Tra le novità più apprezzate di questa edizione, il focus sul turismo extralberghiero, che ha visto una grande partecipazione da parte di operatori e property manager, e il T-Trade, ampliato con un’area business dedicata al turismo organizzato e alle destinazioni internazionali che ha visto ampia vivacità durante i tre giorni grazie alla presenza di espositori di spicco come Msc Crociere, Azemar, Croazia, Malta, Polonia, Seychelles, Visit Brussels e Repubblica Ceca. Confermata l’ottima accoglienza per le sezioni Btm Gusto, che ha valorizzato il turismo enogastronomico, e Btm Say Yes, dedicato al wedding tourism, con un proprio programma buyer. Grande fermento anche per l’Apulia Tourism Investment, che ha ospitato il Forum della Tornanza, un momento di confronto sulle nuove opportunità di investimento e sviluppo per il turismo in Puglia.
Nevio D’Arpa, Ceo & founder di Btm, ha espresso soddisfazione per il successo dell’evento e ha voluto ringraziare le istituzioni: "Un plauso particolare va all’assessore al Turismo, Gianfranco Lopane, per il supporto che ha dato alla manifestazione e per la visione strategica sul futuro del turismo in Puglia. La differenza che rende Btm unica è il nostro investimento nei contenuti: qui non ci limitiamo a mettere in mostra prodotti e destinazioni, ma costruiamo un dibattito di qualità che aiuta gli operatori a comprendere e anticipare i cambiamenti del settore. Il Comitato scientifico di Btm ha lavorato con grande attenzione per costruire un programma ricco di spunti e soluzioni. I numeri ci vedono in una leggera ma costante crescita, segno che il format funziona e che BtmM continua a rappresentare un punto di riferimento per il turismo del Sud Italia".
Gaetano Frulli, presidente della Fiera del Levante, ha sottolineato il valore strategico dell’evento: "La grande partecipazione e l’alta qualità degli operatori presenti hanno ribadito l’importanza di questa manifestazione".
L’assessore al turismo di Regione Puglia, Gianfranco Lopane, ha aggiunto: “I progressi fatti da Btm negli anni sono sotto gli occhi di tutti, già oggi è uno dei più importanti eventi fieristici del turismo e ci auguriamo che questa crescita prosegua in futuro per il bene del turismo e della Puglia”
Luca Scandale, direttore generale di Pugliapromozione, ha evidenziato il valore della collaborazione tra pubblico e privato per lo sviluppo turistico della regione: "La proficua sinergia tra gli operatori del turismo realizzata a Btm, in collaborazione con il Buy Puglia Meet & Connect a cura di Pugliapromozione, rappresenta una solida base per la crescita qualitativa del turismo in Puglia. E per questo motivo la collaborazione tra pubblico e privato resta essenziale".
Dopo il successo di questa edizione, l’organizzazione di Btm è già al lavoro per l’edizione 2026, con l’obiettivo di ampliare ulteriormente l’evento e offrire nuovi spunti di riflessione sul turismo del futuro.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - “Nello studio ovale è andata in scena la rappresentazione plastica del bullismo diplomatico con cui la nuova amministrazione americana intenderebbe governare il mondo. Trump bullizza e umilia Zelensky e attraverso di lui il popolo ucraino che da tre anni resiste alla violenta aggressione russa, difendendo i confini e con essi i valori dell’Europa. Cosa ne pensa Meloni dell’atteggiamento indegno del suo amico Trump verso Zelensky? La premier condannerà l’atteggiamento del presidente americano o fuggirà anche stavolta facendo finta di nulla?”. Lo afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Bulli che aggrediscono nello studio ovale, davanti alla stampa, un leader coraggioso che guida un popolo che difende la sua libertà dall’aggressione di un dittatore assassino. A questo sono ridotti gli Usa oggi. I leader europei dovrebbero mostrare meno compiacenza e più forza. I bulli si affrontano così. #StandWithUkraine oggi e sempre". Lo scrive Carlo Calenda.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - La proposta è stata lanciata da Michele Serra su Repubblica. "Una piazza per l'Europa". Senza bandiere di partito, solo il "blu monocromo della piazza europeista". Per la libertà e l'unità dell'Ue, sotto attacco come mai prima d'ora. "Qualcosa che dica, con la sintesi a volte implacabile degli slogan: 'qui o si fa l’Europa o si muore'", scrive Serra. La possibile data e il luogo li ha suggeriti Ivan Scalfarotto di Iv, il primo tra i politici stamattina ad aderire: "Facciamola a Milano, presto, il 15 marzo. Tutti in piazza per l’Europa". Da lì in poi le adesioni "al sassolino lanciato nello stagno", come lo ha definito Serra, si sono moltiplicate.
A partire da Italia Viva e poi Azione e Più Europa. Mezzo Pd ha mandato via social dichiarazioni a sostegno dell'iniziativa e domani ne parlerà Elly Schlein su Repubblica. Anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni accolgono l'appello per la piazza. Ci tengono però, in un momento in cui si parla di riarmo europeo, a rimarcare la posizione: no a spendere in armi, sì alla spesa sociale. Chi resta defilato per ora è Giuseppe Conte oggi impegnato nel lancio della manifestazione M5S del 5 aprile. "Non ci confondiamo con le piazze, io ho parlato della nostra", ha risposto il leader pentastellato interpellato dai cronisti.
"Noi ci siamo: gli Stati Uniti d’Europa sono un sogno, ma l’Europa unita e forte è una necessità", twitta di buon mattino Matteo Renzi. Poi Carlo Calenda: "Aderiamo con convinzione all'appello lanciato da Michele Serra per una piazza che celebri il significato profondo dell'essere europei. Ci saremo. Oggi più che mai. Senza simboli di partito ma uniti, insieme, per ribadire e difendere i nostri valori". Riccardo Magi di Più Europa aderisce e lancia una possibile data alternativa: "Una grande piazza che potrebbe essere organizzata il 25 di marzo, giorno in cui si celebra la firma del Trattato di Roma".
Nel Pd le adesioni arrivano man mano allo spicciolata. Molte dall'area riformista dem con Piero De Luca, Simona Malpezzi, Piero Fassino, Lia Quartapelle, tra gli altri. Quindi Stefano Bonaccini: "Con tutto quello che sta accadendo nel mondo, in Occidente in particolare: se non ora, quando?". Aderiscono anche Matteo Ricci, Sandra Zampa, Gianni Cuperlo che scrive: "Caro Michele, fissa giorno, ora, piazza e città. Io, come tante e tanti, ci sarò". Poi arriva anche il post del capodelegazione del Pd in Europa, Nicola Zingaretti: "Ottima idea una piazza per rilanciare un’Europa più forte e unita. Incontrarsi sotto tante bandiere europee per costruire il futuro. Noi ci siamo".
Ne parla anche l'ex-commissario Ue, Paolo Gentiloni, intervenendo alla scuole di politiche per amministratori di Dario Nardella: "Ho visto l’appello di Michele Serra a fare una manifestazione tutti insieme, senza bandiere, ecco penso che anche questo è un regalo del nuovo presidente degli Stati Uniti".
Accolgono l'appello anche Bonelli e Fratoianni puntualizzando la loro posizione sull'Ue. Scrive Bonelli: "Certamente con alcuni avremo visioni diverse su quale Europa vogliamo, ma la nostra è un’Europa che costruisce la pace, non lavora per il riarmo e sceglie la via del dialogo e della diplomazia e si batte per politiche che contrastino la crisi climatica". Considerazioni simili a quelle di Fratoianni: "Giustissimo dire 'o si fa l'Europa o si muore'. Ma perchè l'Europa si faccia, e si salvi, ha bisogno di capire quale è la sua prospettiva che per noi non può che essere quella di un'Europa di pace e non quella di scorporare dal patto di stabilità le spese per il riarmo, ma che lo si faccia semmai per la spesa sociale. Se dovesse continuare a ripetere gli errori che oggi la rendono così fragile, l'Europa non solo non si farà, ma rischia di non farcela".
Roma, 28 feb. (Adnkronos/Labitalia) - Nelle scorse settimane si è tenuto il secondo Congresso confederale di Cne e Federimprese Europa alla presenza di Enti, istituzioni e organizzazioni sindacali facenti parte del circuito confederale e non. Il presidente nazionale, Mary Modaffari, confermata alla guida della Confederazione, ha esposto le linee guida programmatiche confederative delle due realtà che in poco tempo hanno raccolto una consenso importante nel mondo sindacale datoriale.
"L’attuale fase storica è segnata dallo sviluppo di tecnologie incredibilmente innovative, che mutano le modalità produttive. Altresì l’apertura dei mercati e l’ascesa di importanti realtà economiche extra-occidentali stanno spostando il baricentro del mondo. Pure in Occidente assistiamo alla crisi delle logiche istituzionali che hanno caratterizzato la scena pubblica dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La Cne imprese si inserisce entro questo quadro, dato che, da realtà giovane e innovativa quale siamo, ci candidiamo a interpretare con decisione le forze produttive del Paese, che intendiamo difendere e far crescere. Vogliamo condividere i nostri progetti con tutte le istituzioni pubbliche e private, con le altre realtà associative degli imprenditori e dei lavoratori, con il mondo dell’informazione e della cultura. Tutto ciò per costruire un’Italia più libera e forte, meglio in grado di rispondere alle sfide del presente", ha detto nel suo discorso di apertura congressuale la presidente Modaffari.
"Vogliamo individuare, con l’aiuto di tutti, soluzioni condivise che sappiano affrontare i problemi strutturali. Le nostre imprese sono tra le migliori al mondo e i nostri lavoratori non hanno eguali. Le une e gli altri, però, potranno esprimersi al meglio se la politica farà la sua parte: ciò che raramente è avvenuto in passato. Abbiamo allora il compito di costruire, insieme, un quadro di stabilità che sia capace di favorire progetti e investimenti di lungo periodo. Noi siamo un’associazione di associazioni e di Federazioni: siamo una Confederazione e questo è uno dei nostri punti di forza in quanto ogni realtà associata nel contesto confederale porta le proprie esperienze in diversi settori integrandosi le une sulle altre. Un sistema nuovo di associazionismo che vede un solo corpo con tanti parti imprenditoriali. Il nostro obiettivo è contribuire al rinnovamento della società italiana e cercheremo di farlo dialogando con le altre realtà associative e con il governo", ha concluso.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Non levatemi i miei sogni", cantava Vincenzo Capua nel brano autobiografico 'Faccio il cantautore' che dava il titolo al suo album uscito l'anno scorso. E adesso quella stessa passione lo porterà sabato 8 marzo sul palco della finale del San Marino Song Contest, il concorso che incoronerà l'artista che rappresenterà la Repubblica del Titano all'Eurovision Song Contest. Capua, entrato tra i 20 finalisti, presenta al concorso di San Marino il brano inedito 'Sei sempre tu'. Una scelta coraggiosa, visto che il concorso permette di presentare anche brani già pubblicati, purché usciti non prima di settembre 2024. "Certo, ci sono brani già noti, quello di Gabry Ponte poi è già un tormentone. E questo probabilmente è un bene per lui perché è già nelle orecchie e nel cuore del pubblico e della giuria. Però è previsto dal regolamento che si possano portare anche brani già editi, quindi è stata una mia precisa scelta presentarmi con un inedito. Ho voluto lavorare a questo pezzo come fosse per Sanremo. Mi piace che questa canzone venga scoperta per l'occasione: sarà più complicato ma anche più emozionante", dice Capua, classe 1989, in un'intervista all'Adnkronos.
Il brano che l'artista romano, noto anche come conduttore radiofonico e per le sue partecipazioni a Castrocaro, all'Edicola Fiore e a 'L'anno che verrà', presenterà sul palco del Teatro Nuovo di Dogana "è una canzone che ho scritto recentemente ed è molto autobiografica - spiega Capua - un brano che parla di amore e di forza interiore, della lotta costante che ognuno affronta con i propri demoni interiori e che in qualche modo si vince quando si ha accanto una persona che ti ama, ti supporta e a volte ti sopporta". 'Sei sempre tu', che uscirà solo il giorno prima della finale, il 7 marzo, è prodotto dall'etichetta della Nazionale italiana cantanti ("voglio ringraziare la Nazionale di cui faccio parte perché ha prodotto già il mio album e continua a produrre le mie canzoni", dice) ed è dedicato idealmente alla compagna dell'artista: "Alla mia compagna Claudia - spiega - con cui convivo da tanti anni. Lei è la mia musa ispiratrice. Abbiamo una bellissima famiglia allargata composta anche dai nostri figli, avuti da precedenti relazioni. Mia figlia Giorgia, già molto appassionata di musica, e Gaia e Diego". Per Capua, 'Sei sempre tu' è "il primo singolo del nuovo album che spero di far uscire entro la fine di quest'anno", sottolinea. Mentre si dice contento di ritrovare a San Marino anche Pierdavide Carone (in gara con il brano 'Mi vuoi sposare?', ndr.) con il quale ha duettato in 'Ci credi ancora', uno dei brani dell'album 'Faccio il cantautore' uscito l'anno scorso.
Un album la cui title-track era dedicata proprio alla vita non sempre facile di chi vuol fare il cantautore: "Ho voluto scrivere quella canzone proprio per chi come me deve scontrarsi ogni giorno con gli alti e bassi di questo mestiere, che spesso non viene riconosciuto perché appunto è considerato poco sicuro e instabile, rispetto al mito del posto fisso che Checco Zalone ha raccontato tanto bene. Ma forse qualcosa sta cambiando se anche a Sanremo c'è stato un grande ritorno di cantautori, che hanno ottenuto risultati importanti. Questa edizione è stata un po' la rivincita dei cantautori", rimarca.
Quanto ai pronostici su San Marino, il commento di Capua è all'insegna del fair play: "Ci sono tanti artisti importanti che hanno molte più possibilità di me di vincere. Per me la vittoria è essere lì in finale a presentare la mia musica. Poi può succedere di tutto. Ma quello che voglio è dare il massimo e fare bene la mia performance", conclude. (di Antonella Nesi)
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Penso che dire oggi 'o si fa l'Europa o si muore', sia assolutamente giusto e condivisibile. Lo diciamo da tempo. E a maggior ragione oggi di fronte all'aggressione di Trump e delle destre nazionaliste sostenute da autocrati come Putin e lo stesso presidente Usa". Nicola Fratoianni risponde così interpellato dall'Adnkronos sulla proposta di una piazza per l'Europa lanciata da Michele Serra su Repubblica.
"Ma perchè l'Europa si faccia, e si salvi, ha bisogno di capire quale è la sua prospettiva che per noi non può che essere quella di un'Europa di pace e non quella di scorporare dal patto di stabilità, le spese per il riarmo, ma che lo faccia semmai per la spesa sociale, per politiche industriali che vadano verso la transizione verde".
"Se dovesse continuare a ripetere gli errori che oggi la rendono così fragile, l'Europa non solo non si farà, ma rischia di non farcela. Occorre avere chiara questa prospettiva. Detto questo bene l'appello di Michele Serra ma non basta evocazioni, servono scelte politiche".