Basta scorrere i titoli dei giornali russi: che essendo tutti nell’orbita del Cremlino, riflettono il pensiero dello Zar. La Russia non riconosce il ritiro dalla Siria come una sconfitta. Ma come una vittoria: “Stimolerà il processo di pace”. Putin non è quel guerrafondaio dipinto dall’Occidente, ma uno che sa guardare avanti, e agire quando è necessario. Mosca ha tenuto in piedi Assad, per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein. Si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Assad alle trattative con l’opposizione: non è questa una vittoria, dopo cinque anni di caos, terrorismo e rischio di guerra mondiale?
Dunque, guardiamo i fatti, dicono a Mosca. Mentre l’Occidente ciancicava e la Siria precipitava nell’inferno più totale, la Russia è intervenuta con decisione. Senza farsi condizionare dalla solita indecisione degli europei, sempre divisi, e degli americani. Il 30 settembre 2015 i cacciabombardieri russi cominciarono a colpire le postazioni dei ribelli anti-Saddad e, in minore misura, quelle dell’Isis. Putin lasciò di stucco le cancellerie di tutto l’Occidente, e spiazzò clamorosamente la Casa Bianca. Il copione si è ripetuto la sera del 14 marzo 2016, con l’annuncio del ritiro (seppur parziale) delle sue truppe, salvo mantenere la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo di Mosca nel Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Per molti osservatori, quella di lunedì 14 marzo è “la svolta” di Putin. Lui ha usato una frase da film: missione compiuta. Magari non del tutto, “la maggior parte” degli obiettivi prefissati sono stati raggiunti in 166 giorni di attacchi e bombardamenti. L’attività aerea russa diminuirà, pure quella della base navale. Però adesso è tempo di colloqui. Di trattative. Di negoziati. Si passa dai mitra alle parole. Continueremo a combattere i terroristi dello Stato Islamico. Gli Stati Uniti incassano. Storcono la bocca. Palesano scetticismo: “Vedremo”.
Ecco, è in quel vedremo che si misurano le conseguenze della “svolta”. Perché in realtà, più che una svolta, è un’astuta mossa ad effetto. Il che ruga agli americani, padroni della manipolazione mediatica, inventori della pubblica opinione come strumento politico, sovrani della comunicazione. Putin li ha battuti sul loro terreno preferito: la sua mossa, infatti, è politica. Mica militare: gran parte degli aerei mandati in Siria ci restano. Anche gli “istruttori”. Tornano a casa marines e truppaglia. Riduzioni tattiche. Quel che conta di più, per Putin, è ben altro. E’ lui a scandire il ritmo della crisi siriana. E’ lui il regista del processo di pace. Senza di lui, non ci sarebbero i negoziati (ricominciati guarda caso proprio il 14 marzo a Ginevra) tra Bashar al-Assad e i ribelli moderati.
Washington abbozza. Come scrive il New York Times, prevale la cautela: spesso quel che afferma Putin – vedi il caso dell’Ucraina – non trova riscontro sul campo. E’ uno spregiudicato. Di certo Obama, dopo la telefonata con la quale veniva informato dallo stesso Putin della sua decisione, è stato piuttosto guardingo, nell’esprimere la soddisfazione per la prospettiva della riduzione delle violenze in Siria: “Le continue azioni offensive da parte del regime rischiano di compromettere il processo politico”. Non solo. Obama ha chiesto “pieno accesso” per gli aiuti umanitari, sinora ostacolati da Damasco, e soprattutto ha ribadito che “la transizione politica è necessaria per mettere fine alle ostilità in Siria”. Chiaro il messaggio recapitato al Cremlino: la normalizzazione in Siria non ci sarà se Assad resterà al suo posto. Cosa vuole per davvero Putin?
Il presidente russo gioca un’ambiziosa partita doppia geopolitica. Con l’Occidente, che lo ha sanzionato per la Crimea e il Donbass. E con gli alleati regionali di Nato e Stati Uniti: Israele, Arabia Saudita, Turchia. L’annuncio del ritiro è plateale. Significa: sono io il regista dei negoziati. Confido nella stabilità di Assad, e sono in grado di far pressione su di lui per negoziare con gli avversari. Non lo lascio alla mercé dei nemici: ad appoggiarlo ci sono Hezbollah e l’Iran, senza dimenticare le nostre basi, pronte a mobilitarsi per qualsiasi eventualità. Abbiamo portato a termine la nostra missione, abbiamo fatto riconquistare a Damasco 10mila chilometri quadrati. Dopo cinque anni di devastazioni, è venuto il momento di voltar pagina. Ecco, a voltare quella pagina sarò io. Vi fornisco una carta per navigare nella complessità di questa intricata situazione. Per risolvere la crisi ed affrontare l’emergenza umanitaria.
Putin il Negoziatore si sta dimostrando un maestro della creatività flessibile: nella ricerca di una soluzione, insegnano i teorici delle negoziazioni, il pensiero creativo può dimostrarsi appropriato. Serve a prendere tempo, a ragionare cioè per analizzare il contesto prima di formulare dei veri e propri punti di negoziazione. L’imprevisto è sempre in agguato: la tregua, per esempio, entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, ha resistito in qualche modo e oltre ogni aspettativa. Tuttavia, è sempre un accordo assai precario, basta un niente per sabotare l’iniziativa di pace. Strutturalmente il tempo sta dalla parte del negoziatore. Putin ha in mano qualche carta da giocare. Mentre Mosca dava l’annuncio del ritiro, l’Itar-Tass – agenzia di stampa governativa – riportava, a firma Alexei Borovavkin, che presso la base aerea russa di Hmeimin c’era stato un incontro con un nuovo gruppo dell’opposizione siriana “che non ha preso parte alla lotta armata contro Assad” (puntualizzazione significativa), tra i quali alcuni esponenti curdi “finora esclusi dai negoziati”. E‘ un “piano B” del Cremlino? Di certo, il presidente russo vuole dimostrare che è pronto a vedere “oltre” Assad.
Ed è qui che le cose si aggrovigliano. Avere aperto ai curdi, può sollecitare reazioni turche, specie dopo l’attentato di Ankara, il terzo in pochi mesi. Uno degli scopi di Mosca, oltre al salvataggio di Assad, era quello di blindare le frontiere siriane con la Turchia, ed infatti via via che l’intervento aereo di Mosca si intensificava, gli sforzi si concentravano sul settore a nord di Aleppo, per spezzare i rifornimenti di armi ai ribelli sunniti: questi attacchi sistematici avevano di fatto impedito i primi negoziati di Ginevra, a fine gennaio. L’esercito siriano, e i curdi, sono avanzati a nord di Aleppo. Ma la frontiera con la Turchia non è stata neutralizzata. Così come le conquiste a nord di Latakia – caposaldo degli Assad – restano militarmente fragili. Il 2015 ha visto emergere una nuova entità ribelle, “l’Esercito della Conquista”, un raggruppamento di parecchie formazioni sostenute da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in cui è confluito Ahrar al-Sham, sostenuto da Ankara, e il Fronte al-Nusra, considerato una filiazione di al-Qaeda. L’Esercito della Conquista ha respinto l’esercito siriano della provincia di Idlib. Nondimeno, è una coalizione che fa concorrenza all’Isis, tuttora meglio organizzata, più ricca, più feroce, più compatta. I raid degli Stati Uniti e dei suoi alleati hanno indebolito l’Isis, su questo non ci piove. Quelli russi sono stati mirati principalmente sugli oppositori del regime di Damasco. La tregua, in teoria, potrebbe ridare ossigeno a chi combatte l’esercito siriano.
Allora perché questa mossa a sorpresa del ritiro? Intanto c’è il sospetto che sia solamente una opzione tattica. Dettata da realpolitik. E anche da problemi economici: quanti miliardi ha già speso la Russia in questi cinque mesi e mezzo di “missione Siria”? Se lo può permettere, in un momento di grosse problematiche economiche e finanziarie, aggravate dalla criti petrolifera e dalle sanzioni? Inoltre, c’è il nodo dell’Arabia Saudita. Re Salman aveva prospettato, a fine gennaio, l’intervento del suo esercito entro due mesi, per schierarlo a fianco dei ribelli sunniti. E di volerlo fare anche “se solo col consenso degli Stati Uniti”. Non a caso, nei giorni scorsi, c’è stato un fitto intrecciarsi di telefonate fra Salman e Putin. Il ritiro potrebbe essere un gesto di “buona volontà”, e l’Arabia Saudita potrebbe scansare un escalation pericolosa: Teheran non starebbe a guardare. L’esercito dell’Arabia Saudita è dotato di armamenti di ultima generazione, principalmente forniti dagli Usa, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Quello dell’Iran è agguerrito ma tecnologicamente inferiore, Mosca ha appena firmato un mega accordo di 8 miliardi di dollari per adeguarlo alle necessità di una difesa in uno scacchiere così instabile.
Resta lo scoglio di Assad. Quello di una transizione “morbida”, che il capo del regime siriano dovrebbe gestire personalmente. Una transizione controllata da Putin, tenuto conto di un certo disimpegno americano. Ma Damasco ha già messo le mani avanti: l’uscita di scena di Assad “non è sul tavolo delle trattative”, lo ha detto l’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jaafari, che guida la delegazione governativa a Ginevra e che ha incontrato Staffan De Mistura. Assad, ha fatto sapere il portavoce Dmitri Peskov, nella telefonata di Putin col leader del regime di Damasco, ha lodato “la professionalità e il coraggio” delle forze russe e ha espresso la “sua profonda riconoscenza”, mentre il presidente russo non avrebbe “evocato la sorte” di Assad, bensì la necessità di cominciare “un processo di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite”, giacché “le condizioni attuali” lo permettono. Parole piuttosto misurate. Che non hanno convinto più di tanto l’opposizione siriana. Vogliono constatare sul terreno se si tratta o no di un’azione positiva quella di ritirare le forze russe. E in che misura. Prevale la diffidenza. Il rischio è di avviare il solito dialogo tra sordi.
Non senza motivo. L’ong Osdh, vicina al fronte dei ribelli, è anche l’unica che sia stata in grado di quantificare i numeri della guerra, dopo cinque anni di orrori e di caos. E sono cifre per difetto: 271.138 morti, di cui 79106 civili (fra i quali 13500 bimbi e 8760 donne). Tredici milioni di persone, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, sono rimaste senza casa, ossia più di metà della popolazione che all’inizio del conflitto era di 23 milioni di abitanti. C’è stato un esodo senza precedenti. La Turchia ospita 2.750 profughi. Il Libano 1,5 milioni. La Giordania ne dichiara ufficialmente 640mila, in realtà sarebbero 1,4 milioni; 260mila sono in Egitto, 250mila in Iraq, 50mila in Africa del Nord. Per sminare il territorio occorreranno almeno trent’anni. Per ricostruirlo, mezzo secolo.
Mondo
Siria, Putin “ritira le truppe” per spiazzare ancora gli Usa e guidare processo di pace
Mosca ha tenuto in piedi Assad - è il ragionamento del presidente russo - per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein, e si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Damasco alle trattative con l’opposizione: una vittoria del Cremlino, che mantiene la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo russo nel Medio Oriente e nel Mediterraneo
Basta scorrere i titoli dei giornali russi: che essendo tutti nell’orbita del Cremlino, riflettono il pensiero dello Zar. La Russia non riconosce il ritiro dalla Siria come una sconfitta. Ma come una vittoria: “Stimolerà il processo di pace”. Putin non è quel guerrafondaio dipinto dall’Occidente, ma uno che sa guardare avanti, e agire quando è necessario. Mosca ha tenuto in piedi Assad, per garantire una parvenza di stabilità: si è visto cosa è successo in Iraq, liquidando frettolosamente il regime di Saddam Hussein. Si è visto quel che è successo in Libia dopo la morte di Gheddafi. Così, la Russia ha costretto Assad alle trattative con l’opposizione: non è questa una vittoria, dopo cinque anni di caos, terrorismo e rischio di guerra mondiale?
Dunque, guardiamo i fatti, dicono a Mosca. Mentre l’Occidente ciancicava e la Siria precipitava nell’inferno più totale, la Russia è intervenuta con decisione. Senza farsi condizionare dalla solita indecisione degli europei, sempre divisi, e degli americani. Il 30 settembre 2015 i cacciabombardieri russi cominciarono a colpire le postazioni dei ribelli anti-Saddad e, in minore misura, quelle dell’Isis. Putin lasciò di stucco le cancellerie di tutto l’Occidente, e spiazzò clamorosamente la Casa Bianca. Il copione si è ripetuto la sera del 14 marzo 2016, con l’annuncio del ritiro (seppur parziale) delle sue truppe, salvo mantenere la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo di Mosca nel Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Per molti osservatori, quella di lunedì 14 marzo è “la svolta” di Putin. Lui ha usato una frase da film: missione compiuta. Magari non del tutto, “la maggior parte” degli obiettivi prefissati sono stati raggiunti in 166 giorni di attacchi e bombardamenti. L’attività aerea russa diminuirà, pure quella della base navale. Però adesso è tempo di colloqui. Di trattative. Di negoziati. Si passa dai mitra alle parole. Continueremo a combattere i terroristi dello Stato Islamico. Gli Stati Uniti incassano. Storcono la bocca. Palesano scetticismo: “Vedremo”.
Ecco, è in quel vedremo che si misurano le conseguenze della “svolta”. Perché in realtà, più che una svolta, è un’astuta mossa ad effetto. Il che ruga agli americani, padroni della manipolazione mediatica, inventori della pubblica opinione come strumento politico, sovrani della comunicazione. Putin li ha battuti sul loro terreno preferito: la sua mossa, infatti, è politica. Mica militare: gran parte degli aerei mandati in Siria ci restano. Anche gli “istruttori”. Tornano a casa marines e truppaglia. Riduzioni tattiche. Quel che conta di più, per Putin, è ben altro. E’ lui a scandire il ritmo della crisi siriana. E’ lui il regista del processo di pace. Senza di lui, non ci sarebbero i negoziati (ricominciati guarda caso proprio il 14 marzo a Ginevra) tra Bashar al-Assad e i ribelli moderati.
Washington abbozza. Come scrive il New York Times, prevale la cautela: spesso quel che afferma Putin – vedi il caso dell’Ucraina – non trova riscontro sul campo. E’ uno spregiudicato. Di certo Obama, dopo la telefonata con la quale veniva informato dallo stesso Putin della sua decisione, è stato piuttosto guardingo, nell’esprimere la soddisfazione per la prospettiva della riduzione delle violenze in Siria: “Le continue azioni offensive da parte del regime rischiano di compromettere il processo politico”. Non solo. Obama ha chiesto “pieno accesso” per gli aiuti umanitari, sinora ostacolati da Damasco, e soprattutto ha ribadito che “la transizione politica è necessaria per mettere fine alle ostilità in Siria”. Chiaro il messaggio recapitato al Cremlino: la normalizzazione in Siria non ci sarà se Assad resterà al suo posto. Cosa vuole per davvero Putin?
Il presidente russo gioca un’ambiziosa partita doppia geopolitica. Con l’Occidente, che lo ha sanzionato per la Crimea e il Donbass. E con gli alleati regionali di Nato e Stati Uniti: Israele, Arabia Saudita, Turchia. L’annuncio del ritiro è plateale. Significa: sono io il regista dei negoziati. Confido nella stabilità di Assad, e sono in grado di far pressione su di lui per negoziare con gli avversari. Non lo lascio alla mercé dei nemici: ad appoggiarlo ci sono Hezbollah e l’Iran, senza dimenticare le nostre basi, pronte a mobilitarsi per qualsiasi eventualità. Abbiamo portato a termine la nostra missione, abbiamo fatto riconquistare a Damasco 10mila chilometri quadrati. Dopo cinque anni di devastazioni, è venuto il momento di voltar pagina. Ecco, a voltare quella pagina sarò io. Vi fornisco una carta per navigare nella complessità di questa intricata situazione. Per risolvere la crisi ed affrontare l’emergenza umanitaria.
Putin il Negoziatore si sta dimostrando un maestro della creatività flessibile: nella ricerca di una soluzione, insegnano i teorici delle negoziazioni, il pensiero creativo può dimostrarsi appropriato. Serve a prendere tempo, a ragionare cioè per analizzare il contesto prima di formulare dei veri e propri punti di negoziazione. L’imprevisto è sempre in agguato: la tregua, per esempio, entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, ha resistito in qualche modo e oltre ogni aspettativa. Tuttavia, è sempre un accordo assai precario, basta un niente per sabotare l’iniziativa di pace. Strutturalmente il tempo sta dalla parte del negoziatore. Putin ha in mano qualche carta da giocare. Mentre Mosca dava l’annuncio del ritiro, l’Itar-Tass – agenzia di stampa governativa – riportava, a firma Alexei Borovavkin, che presso la base aerea russa di Hmeimin c’era stato un incontro con un nuovo gruppo dell’opposizione siriana “che non ha preso parte alla lotta armata contro Assad” (puntualizzazione significativa), tra i quali alcuni esponenti curdi “finora esclusi dai negoziati”. E‘ un “piano B” del Cremlino? Di certo, il presidente russo vuole dimostrare che è pronto a vedere “oltre” Assad.
Ed è qui che le cose si aggrovigliano. Avere aperto ai curdi, può sollecitare reazioni turche, specie dopo l’attentato di Ankara, il terzo in pochi mesi. Uno degli scopi di Mosca, oltre al salvataggio di Assad, era quello di blindare le frontiere siriane con la Turchia, ed infatti via via che l’intervento aereo di Mosca si intensificava, gli sforzi si concentravano sul settore a nord di Aleppo, per spezzare i rifornimenti di armi ai ribelli sunniti: questi attacchi sistematici avevano di fatto impedito i primi negoziati di Ginevra, a fine gennaio. L’esercito siriano, e i curdi, sono avanzati a nord di Aleppo. Ma la frontiera con la Turchia non è stata neutralizzata. Così come le conquiste a nord di Latakia – caposaldo degli Assad – restano militarmente fragili. Il 2015 ha visto emergere una nuova entità ribelle, “l’Esercito della Conquista”, un raggruppamento di parecchie formazioni sostenute da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in cui è confluito Ahrar al-Sham, sostenuto da Ankara, e il Fronte al-Nusra, considerato una filiazione di al-Qaeda. L’Esercito della Conquista ha respinto l’esercito siriano della provincia di Idlib. Nondimeno, è una coalizione che fa concorrenza all’Isis, tuttora meglio organizzata, più ricca, più feroce, più compatta. I raid degli Stati Uniti e dei suoi alleati hanno indebolito l’Isis, su questo non ci piove. Quelli russi sono stati mirati principalmente sugli oppositori del regime di Damasco. La tregua, in teoria, potrebbe ridare ossigeno a chi combatte l’esercito siriano.
Allora perché questa mossa a sorpresa del ritiro? Intanto c’è il sospetto che sia solamente una opzione tattica. Dettata da realpolitik. E anche da problemi economici: quanti miliardi ha già speso la Russia in questi cinque mesi e mezzo di “missione Siria”? Se lo può permettere, in un momento di grosse problematiche economiche e finanziarie, aggravate dalla criti petrolifera e dalle sanzioni? Inoltre, c’è il nodo dell’Arabia Saudita. Re Salman aveva prospettato, a fine gennaio, l’intervento del suo esercito entro due mesi, per schierarlo a fianco dei ribelli sunniti. E di volerlo fare anche “se solo col consenso degli Stati Uniti”. Non a caso, nei giorni scorsi, c’è stato un fitto intrecciarsi di telefonate fra Salman e Putin. Il ritiro potrebbe essere un gesto di “buona volontà”, e l’Arabia Saudita potrebbe scansare un escalation pericolosa: Teheran non starebbe a guardare. L’esercito dell’Arabia Saudita è dotato di armamenti di ultima generazione, principalmente forniti dagli Usa, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Quello dell’Iran è agguerrito ma tecnologicamente inferiore, Mosca ha appena firmato un mega accordo di 8 miliardi di dollari per adeguarlo alle necessità di una difesa in uno scacchiere così instabile.
Resta lo scoglio di Assad. Quello di una transizione “morbida”, che il capo del regime siriano dovrebbe gestire personalmente. Una transizione controllata da Putin, tenuto conto di un certo disimpegno americano. Ma Damasco ha già messo le mani avanti: l’uscita di scena di Assad “non è sul tavolo delle trattative”, lo ha detto l’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jaafari, che guida la delegazione governativa a Ginevra e che ha incontrato Staffan De Mistura. Assad, ha fatto sapere il portavoce Dmitri Peskov, nella telefonata di Putin col leader del regime di Damasco, ha lodato “la professionalità e il coraggio” delle forze russe e ha espresso la “sua profonda riconoscenza”, mentre il presidente russo non avrebbe “evocato la sorte” di Assad, bensì la necessità di cominciare “un processo di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite”, giacché “le condizioni attuali” lo permettono. Parole piuttosto misurate. Che non hanno convinto più di tanto l’opposizione siriana. Vogliono constatare sul terreno se si tratta o no di un’azione positiva quella di ritirare le forze russe. E in che misura. Prevale la diffidenza. Il rischio è di avviare il solito dialogo tra sordi.
Non senza motivo. L’ong Osdh, vicina al fronte dei ribelli, è anche l’unica che sia stata in grado di quantificare i numeri della guerra, dopo cinque anni di orrori e di caos. E sono cifre per difetto: 271.138 morti, di cui 79106 civili (fra i quali 13500 bimbi e 8760 donne). Tredici milioni di persone, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, sono rimaste senza casa, ossia più di metà della popolazione che all’inizio del conflitto era di 23 milioni di abitanti. C’è stato un esodo senza precedenti. La Turchia ospita 2.750 profughi. Il Libano 1,5 milioni. La Giordania ne dichiara ufficialmente 640mila, in realtà sarebbero 1,4 milioni; 260mila sono in Egitto, 250mila in Iraq, 50mila in Africa del Nord. Per sminare il territorio occorreranno almeno trent’anni. Per ricostruirlo, mezzo secolo.
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Trump mette alla porta Zelensky: incontro finito dopo venti minuti. “Giochi con la terza guerra mondiale. Torna quando sei pronto per la pace” | Testo integrale
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Meloni: “Vertice Usa-Ue-alleati per parlare di sfide come l’Ucraina”. Salvini: “Forza Trump”. Da Tusk a Macron, i leader europei con Kiev
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La rottura – Zelensky chiede agli Usa garanzie di sicurezza per Kiev: salta l’accordo sulle materie prime
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Il bullismo di Stato di Trump&Vance nei confronti di Zelensky rappresenta il punto più basso della storia degli Usa. Il mondo libero e l’Europa agiscano senza tentennamenti: non è più tempo di giocare a nascondino e anche per Giorgia Meloni è il momento di dire da che parte sta". Lo scrive la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno, sui social.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - “Dopo quanto di inaudito è accaduto oggi nello studio ovale della Casa Bianca e il trattamento profondamente ingiusto riservato da Trump e Vance nei confronti del Presidente Zelensky, occorre che la Ue e l’Italia, con misura ma con assoluta fermezza, ribadiscano il sostegno pieno e leale all’Ucraina che si difende dall’aggressione putiniana". Lo afferma il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova.
"Se Trump abdica al ruolo americano di difesa della democrazia e della libertà di una paese sovrano e democratico, forse pensando che l’Ucraina sia lontana dai confini americani, l’Europa non può sottrarsi. Ne va del nostro futuro, del futuro della nostra sovranità. A questo punto, però, la presidente Meloni non potrà sottrarsi dal confronto con il Parlamento per chiarire qual è la posizione del suo governo, visto che sostiene giustamente la resistenza ucraina, ma che contemporaneamente cerca di coltivare un rapporto privilegiato con Trump”.
Milano, 28 feb. (Adnkronos) - La denuncia presentata dalla difesa di Fares Bouzidi - l'amico alla guida dello scooter su cui è morto Ramy Elgaml - ha come conseguenza (come atto dovuto) l'apertura di un fascicolo 'parallelo' in procura a Milano che vede come indagati i due carabinieri alla guida dell'auto protagonista dell'inseguimento dello scorso 24 novembre lungo le strade del centro di Milano.
Da quanto si apprende il militare alla guida è indagato di lesioni e falso, solo di falso deve rispondere il collega che viaggiava sulla stessa gazzella. Entrambi hanno firmato il verbale in cui hanno dichiarato che non c'è stato nessun urto tra l'auto di servizio e lo scooter.
La procura - dopo la relazione cinematica che dovrà ricostruire le fasi dell'incidente attesa per la prossima settimana - dovrà quindi decidere quale strada percorrere: l'altro fascicolo vede indagati per omicidio stradale Fares e il carabiniere alla guida, una tesi (in contrasto con il fascicolo sulle lesioni) che ipotizza una responsabilità del ventiduenne nell'incidente avvenuto in zona Corvetto, all'incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Conosco bene la questione dell’energia nucleare, molti giornalisti mi stanno incalzando per avere un parere critico sul ddl approvato dal Consiglio dei ministri questa mattina. Ho sempre detto e pensato che nessuno può porre limiti alla ricerca sul nucleare sostenibile e questo provvedimento la garantisce. Sarà secondo me più difficile giungere al micro nucleare da fissione che più razionalmente alla fusione, che invece risolve più problemi di quanti ne crei. Ma non possiamo dare noi il verdetto, staremo a vedere cosa ci riserverà la scienza". E' quanto dichiara il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d'Italia.
"Il ddl è gravido di vincoli di sicurezza, è un testo completo e molto rispettoso della salute dei cittadini, cita perfino il rispetto dell’art. 9 della Costituzione sulla tutela del paesaggio. Se fosse stato applicato per parchi fotovoltaici ed eolici oggi non produrremmo un solo kw da queste fonti. Tutti auspichiamo che ci sia una strada possibile per avere energia pulita, sovrana, rinnovabile, programmabile, immediatamente disponibile, ad alto potenziale e a basso costo. E non è un sogno. Questa energia esiste ed è l’idroelettrico".
"Da un lato negoziando in Europa, per espungere la messa a gara della gestione dei nostri bacini idrici primari dalle condizionalità del Pnrr volute da Draghi, dall’altro recuperando almeno il 35% dell’acqua piovana (siamo al 4%), investendo sulla manutenzione dei grandi bacini idrici, sulla riattivazione di quelli dismessi nonché sullo sviluppo di un micro idroelettrico a conduzione forzata che appare molto più concreto e tempestivo degli Smr. L’acqua è pragmaticamente il presente, da cui possiamo trarre il 40% del nostro fabbisogno di energia prodotta, risorsa italiana e pulita con cui alimentare anche l’industria pesante, superando il gas e invertendo la tendenza. Sul futuro si vedrà, senza pregiudizi".
Roma, 28 feb. (Adnkronos/Labitalia) - Btm 2025 si conclude con una conferma del successo della manifestazione, che ha ribadito la sua centralità nel panorama turistico nazionale. Oltre 500 gli espositori, inclusi comuni, associazioni di categoria e aziende dei vari segmenti, su 16mila metri quadrati di area espositiva, la partecipazione di 80 buyer nazionali e internazionali, più di 100 eventi e 400 relatori hanno animato tre giorni intensi di incontri, approfondimenti e opportunità di business che hanno visto 49.950 ingressi alla Fiera del Levante di Bari, con numeri in leggero aumento rispetto al 2024.
Il tema di questa edizione, 'Il viaggio nel viaggio', ha riscosso grande interesse, portando alla luce nuove prospettive sul concetto stesso di viaggio e sulle trasformazioni che stanno investendo il settore. Mary Rossi, responsabile eventi Btm, ha sottolineato il valore di questa riflessione: "Da Btm 2025 ci portiamo a casa tante interessanti riflessioni. Uno degli aspetti chiave che volevamo far emergere con il tema 'Il viaggio nel viaggio' è il percorso verso la destinazione scelta, perché crediamo che sia proprio il cammino a generare emozioni, sensazioni e pensieri che ci fanno crescere. Abbiamo affrontato il tema in molteplici declinazioni, spingendoci anche oltre i confini terrestri con il turismo spaziale. Btm è stata un’occasione di confronto che ha arricchito operatori e professionisti con nuovi strumenti da applicare nel loro lavoro".
L’edizione 2025 ha messo al centro argomenti chiave come digitalizzazione, sostenibilità, intelligenza artificiale, turismo esperienziale, extralberghiero e wedding tourism. Tra i momenti più apprezzati, i panel su smart destination, big data per il turismo, nuove strategie di marketing e il ruolo della narrazione nella scelta delle destinazioni. Numerosi gli interventi istituzionali e dei principali protagonisti del settore. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché, ha aperto la manifestazione con un intervento in streaming sulle strategie nazionali per la crescita del turismo, sottolineando l’importanza dell’innovazione e della sostenibilità per il futuro del settore. Tra i tanti interventi, l’onorevole Gianluca Caramanna, il senatore Gianmarco Centinaio, la presidente di Federturismo Confindustria, Marina Lalli, Alessandro Callari, Regional Manager di Booking.com, Antonio Laveneziana,Territory Manager Italy di Airbnb, Valentina Sumini, Architetta dello spazio e Roberta Milano, marketing strategist.
Tra le novità più apprezzate di questa edizione, il focus sul turismo extralberghiero, che ha visto una grande partecipazione da parte di operatori e property manager, e il T-Trade, ampliato con un’area business dedicata al turismo organizzato e alle destinazioni internazionali che ha visto ampia vivacità durante i tre giorni grazie alla presenza di espositori di spicco come Msc Crociere, Azemar, Croazia, Malta, Polonia, Seychelles, Visit Brussels e Repubblica Ceca. Confermata l’ottima accoglienza per le sezioni Btm Gusto, che ha valorizzato il turismo enogastronomico, e Btm Say Yes, dedicato al wedding tourism, con un proprio programma buyer. Grande fermento anche per l’Apulia Tourism Investment, che ha ospitato il Forum della Tornanza, un momento di confronto sulle nuove opportunità di investimento e sviluppo per il turismo in Puglia.
Nevio D’Arpa, Ceo & founder di Btm, ha espresso soddisfazione per il successo dell’evento e ha voluto ringraziare le istituzioni: "Un plauso particolare va all’assessore al Turismo, Gianfranco Lopane, per il supporto che ha dato alla manifestazione e per la visione strategica sul futuro del turismo in Puglia. La differenza che rende Btm unica è il nostro investimento nei contenuti: qui non ci limitiamo a mettere in mostra prodotti e destinazioni, ma costruiamo un dibattito di qualità che aiuta gli operatori a comprendere e anticipare i cambiamenti del settore. Il Comitato scientifico di Btm ha lavorato con grande attenzione per costruire un programma ricco di spunti e soluzioni. I numeri ci vedono in una leggera ma costante crescita, segno che il format funziona e che BtmM continua a rappresentare un punto di riferimento per il turismo del Sud Italia".
Gaetano Frulli, presidente della Fiera del Levante, ha sottolineato il valore strategico dell’evento: "La grande partecipazione e l’alta qualità degli operatori presenti hanno ribadito l’importanza di questa manifestazione".
L’assessore al turismo di Regione Puglia, Gianfranco Lopane, ha aggiunto: “I progressi fatti da Btm negli anni sono sotto gli occhi di tutti, già oggi è uno dei più importanti eventi fieristici del turismo e ci auguriamo che questa crescita prosegua in futuro per il bene del turismo e della Puglia”
Luca Scandale, direttore generale di Pugliapromozione, ha evidenziato il valore della collaborazione tra pubblico e privato per lo sviluppo turistico della regione: "La proficua sinergia tra gli operatori del turismo realizzata a Btm, in collaborazione con il Buy Puglia Meet & Connect a cura di Pugliapromozione, rappresenta una solida base per la crescita qualitativa del turismo in Puglia. E per questo motivo la collaborazione tra pubblico e privato resta essenziale".
Dopo il successo di questa edizione, l’organizzazione di Btm è già al lavoro per l’edizione 2026, con l’obiettivo di ampliare ulteriormente l’evento e offrire nuovi spunti di riflessione sul turismo del futuro.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - “Nello studio ovale è andata in scena la rappresentazione plastica del bullismo diplomatico con cui la nuova amministrazione americana intenderebbe governare il mondo. Trump bullizza e umilia Zelensky e attraverso di lui il popolo ucraino che da tre anni resiste alla violenta aggressione russa, difendendo i confini e con essi i valori dell’Europa. Cosa ne pensa Meloni dell’atteggiamento indegno del suo amico Trump verso Zelensky? La premier condannerà l’atteggiamento del presidente americano o fuggirà anche stavolta facendo finta di nulla?”. Lo afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
Roma, 28 feb. (Adnkronos) - "Bulli che aggrediscono nello studio ovale, davanti alla stampa, un leader coraggioso che guida un popolo che difende la sua libertà dall’aggressione di un dittatore assassino. A questo sono ridotti gli Usa oggi. I leader europei dovrebbero mostrare meno compiacenza e più forza. I bulli si affrontano così. #StandWithUkraine oggi e sempre". Lo scrive Carlo Calenda.