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Ius soli, anatomia di un razzista italiano

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Dietro molti di quelli che si oppongono, con finte scuse e teorie, alla riforma dello ius soli c’è un sentimento, vero e puro, di razzismo che è giusto denunciare. Questi xenofobi, che rifiutano perfino di essere chiamati con tale termine, parlano di “pulizia etnica, sostituzione ai danni degli italiani” qualora questa riforma venga applicata. Parole gravissime che rispecchiano la base ideologica dalla quale attingono. Per giunta, chiedono l’abolizione del politicamente corretto che, a detta loro, li censura nel dire le cose come stanno e, per questo motivo, si lamentano della scarsa libertà di espressione in Italia.

Dire o scrivere su un giornale: “Odio tutti i musulmani; gli immigrati mi fanno schifo perché puzzano”; lamentarsi di essere stati censurati nella libertà di parola, ci spinge a domandarci: cosa potrebbe dire questa gente qualora il politicamente corretto non esistesse più? Quali ‘alti pensieri’ rischieremmo di veder condivisi in un articolo di giornale?

I razzisti, per loro indole, sono dei vittimisti incalliti. Sostengono di voler bloccare l’immigrazione perché l’Italia e l’Europa sono in ‘decadenza’ e rischiano la ‘sottomissione’, mascherando il loro semplice odio contro ‘il diverso’, ‘lo ‘straniero’. Ma le uniche cose in decadenza e sottomesse sono proprio i paesi da cui questa gente scappa, attraversando deserti e mari.

Il razzista, almeno nel nostro paese, ha vita facile, sguazza nell’ignoranza, perché mancano riferimenti culturali seri. Manca una classe intellettuale che sappia rispondere a tono, argomentando, all’ignoranza dilagante di cui molti membri della politica si fanno alfieri. C’è chi, venduto come intellettuale di destra, rivendicava il diretto ad odiare. A breve qualcuno rivendicherà il diritto di essere ignorante.

In questo scenario, non biasimo Alessandro Gassmann che, dopo essersi schierato a favore dello ius soli ed essere stato ricoperto di insulti  – anche razziali – sui social, ha scelto di lasciare il favoloso mondo di internet che si è trasformato in un bar. Uno dei peggiori bar di Caracas.

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