Le parole, i concetti che usiamo intessono il “sistema” di esseri umani di cui facciamo parte: una fitta rete interconnessa di bisogni e desideri. Mi occupo della cultura delle relazioni interpersonali – una specie di microscopica psicologia sociale, o una microantropologia delle interrelazioni, della comunicazione fra le persone. Ai miei seminari all’Università Iuav di Venezia ci alleniamo alla “competenza sociale”: a comunicare in modo coerente ai nostri scopi di breve, medio e lungo periodo. Sul lungo periodo noi tutti ci auguriamo di vivere in un ambiente pacifico: ci comportiamo in modo da riuscirci? Con i nostri modi di comunicare, nel dialogo interiore con noi stessi oltre che con gli altri, creiamo disagio, o invece benessere, comprensione, solidarietà. E’ possibile renderci conto delle modalità irriflesse che vi stanno dietro, e addirittura sviluppare una sorta di solidarietà – o di felicità – che abbia una base „cognitiva“?
Tutta la nostra esperienza è fatta di percezione + aggiunte interpretative: alla percezione di quel che ci viene incontro noi stessi aggiungiamo significati, interpretazioni, giudizi, a volte condivisi, spesso vissuti “in automatico”. Ognuno cerca di comunicare agli altri con le parole l’esperienza che vive in prima persona: tuttavia nessuno sente in diretta l’esperienza dell’altro, con le caratteristiche che questa ha per la persona che gliene assegna. Come non sento il tuo mal di denti, non sento le tue buone intenzioni, né le tue paure. Cerchiamo di aiutarci comunicando, fra di noi: ci aspettiamo che funzioni, e ci stupiamo se un conflitto ci segnala che non è sempre così. Dietro ai problemi relazionali immagino desideri, bisogni e risorse, credo nella potenzialità, questo bel concetto della mente umana, che esiste solo per chi crede che esista e da forza creativa alle idee. Che servono se sono diverse dalla realtà, per progettarne varianti migliori.
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