Atm deve ridurre i dipendenti e ha varato un piano di incentivi all'esodo. Per il ruolo di amministratori e consulenti, invece, i politici trovano sempre la porta aperta
Tutto ha origine dalla normativa che obbliga gli enti territoriali a mettere a gara i servizi pubblici. Atm, che fa viaggiare i milanesi dal lontano 1931, il primo maggio “vince” senza difficoltà il bando indetto dalla giunta guidata da Letizia Moratti. Solo che ad aggiudicarselo non è Atm spa, ma la controllata Atm servizi, fino ad allora una stella minore del gruppo. Dove Elio Catania è presidente, ma ci sono altri due uomini forti, il vicepresidente Di Luca e l’amministratore delegato Tofoni. Allo scadere del loro mandato, il Comune sistema le cose e dà il benservito a questi ultimi due. Risultato, Catania resta solo al comando della società a cui sta per passare il controllo su 600 milioni di euro di fondi comunali e 5000 dipendenti. Oggi Atm servizi non ha più né un vicepresidente né un amministratore delegato.
Solo che non si possono lasciare a casa due pedine della lottizzazione targata centrodestra, piazzate ai loro posti dopo lunghe contrattazioni, essendo l’Atm una delle più grandi aziende pubbliche di Milano. Così i due vengono immediatamente riassunti. Dal 21 giugno, il sessantacinquenne Tofoni è nominato direttore dei Servizi innovativi (per esempio il noleggio dei mezzi). Non solo: conserva un posto nel consiglio d’amministrazione della capogruppo Atm spa, un prezioso doppio incarico. Conserva anche un autista personale, un pensionato Atm richiamato appositamente in azienda con un contratto di collaborazione. Quanto al cinquantottenne Di Luca, dal 15 giugno è direttore della Rete commerciale, quella che gestisce la vendita di biglietti e abbonamenti. Come auto aziendale ha scelto una scattante Golf Gti, con benzina e pedaggi autostradali pagati, adatta ai suoi trascorsi di campione di motonuatica a livello mondiale. A tutto questo si aggiunge la lauta pensione da deputato per tre legislature (1994, 1996, 2001), che ammonta a oltre 6 mila euro mensili.
I due neodirigenti entrano nei loro nuovi uffici nuotando controcorrente. La crisi, infatti, colpisce anche qui. Mentre dirigenti e impiegati fanno sempre più fatica a ottenere una risma di fogli o il toner per la stampante, l’azienda ha varato un piano di riduzione dello staff del 15 per cento in tre anni. Fino a questo momento una sessantina di dipendenti ha già risposto di sì agli incentivi all’esodo messi sul tavolo, vale a dire tre anni di stipendio al 70 per cento e tutti i contributi pagati. L’obiettivo dell’azienda era di farne uscire almeno 150. I transfughi saranno sostituiti da forze fresche meno costose, reclutate con contratti ben diversi da quelli che un tempo facevano dell’Atm il “posto” pubblico più ambito dai milanesi (e non solo). Il tutto avverrà verso fine anno, quando comincerà la campagna elettorale per l’elezione del sindaco, maligna qualcuno.
Questa storia di “meritocrazia” alla milanese non finisce qui. Con grande discrezione, nel nuovo consiglio d’amministrazione di Atm servizi, il Comune di Milano ha pensato bene di chiamare un altro esponente di An, Fulvio Caradonna. Chi è Caradonna? E’ l’ex assessore alle Grandi opere di Como, travolto dalle polemiche per la costruzione di un muro che averebbe deturpato irrimediabilmente il lungolago. La popolazione è insorta, la porzione di muro già costruita è stata abbattuta e Caradonna è stato costretto a dimettersi, a settembre dell’anno scorso, anche su pressione di molti colleghi di maggioranza. Anche lui, però, è caduto in piedi.
Mario Portanova