Un avvio dell’anno scolastico storico. Lo ha detto Maria Stella Gelmini, ovviamente riferendosi alla sua cosiddetta riforma delle superiori. Niente di più demagogico. Se è vero, infatti, che nessun governo è finora riuscito a realizzare una riforma della scuola secondaria di secondo grado, quella vantata dal ministro in carica si fa fatica a riconoscere, al di là del drastico taglio di orari e risorse, che cosa di veramente nuovo porti con sè.

E comunque è viziata da un handicap fondamentale: presidi e insegnanti, ossia cororo a cui nei fatti l’attuazione della riforma è affidata, non hanno avuto alcuna forma di aggiornamento per capire e, quindi, mettere in pratica le eventualili innovazioni. Un handicap decisivo. L’ultima grande riforma della scuola riguarda la cosiddetta media unica: nel 1962, infatti, per portare tutti gli alunni sullo stesso piano di partenza almeno nella scuola dell’obbligo, si decise di abolire gli avviamenti professionali e istituire un solo modello formativo dopo la scuola elementare. Allora, almeno, prima dell’entrata in vigore della riforma, il ministero sperimentò in alcune decine di scuola le linee della nuova didattica. Ma poi si trascurò di formare i docenti ad affrontare la nuova realtà.

Conclusione: quasi mezzo secolo dopo quella riforma è rimasta per tanti versi ancora inattuata. Una riforma fallita, dunque, perché calata dall’alto senza il coinvolgimento degli insegnanti. Quando troppo spesso si dice che la scuola media resta il buco nero dei livelli di istruzione del servizio formativo italiano, la spiegazione è questa. Facile prevedere che anche la pseudoriforma della Gelmini sia destinata a fare la stessa fine. Con un’aggravante: che per la riforma della media inferiore furono investitre non poche (e forse troppe) risorse di personale. Per quella attuale delle superiori succede invece in contrario: si taglia il numero degli insegnanti disponibili, si riducono o addirittura si annullalano le risorse finanziarie dei bilanci degli istituti, si deprime il personale bloccando persino i pochi elementi di adeguamento degli stipendi attraverso gli scatti di anzianità.

Perché, dice sempre la Gelmini, all’anzianità come criterio di incentivazione economica si vuole sostituire il merito? Fosse così. Peccato che le poche e confuse previsioni fatte per stabilire chi merita e chi no sono ancora un capitolo da cominciare a scrivere. E comunque non si capisce da dove si prenderanno i soldi per mettere in busta paga questi incentivi. Finora non c’è un euro disponibile. E l’orizzonte non è certo roseo. Perché anche per il prossimo anno calerà un’altra mannaia sugli organici delle scuole, guarda caso soprattutto sugli istituti oggi coinvolti nella pseudoriforma Gelmini: dovranno essere tagliati altri 30 mila posti.

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