“Concorso esterno in associazione mafiosa” è l’intestatazione del fascicolo intestato dalla Procura di Catania all’imprenditore Mario Ciancio. Da decenni al centro delle inchieste dei pochi giornalisti liberi della città, l’editore catanese – a lungo presidente degli editori italiani – era diventato uno degli uomini più potenti non solo della Sicilia ma di tutto un sottobosco italiano politico-imprenditoriale. Ai suoi piedi intellettuali e politici, mafiosi e principi del foro: vent’anni di servilismo, connivenza e omertà.

Dopo più di vent’anni, finalmente alla Procura di Catania si accorgono che esiste un Mario Ciancio. Lo indagano, a quanto pare, per uno dei tanti centri commerciali; si parla di concorso per associazione mafiosa, ma alcuni sembrano anche orientati (se non cambieranno idea) a indagare sul terrificante episodio dell’editoriale di Vincenzo Santapaola, pubblicato su La Sicilia sotto forma di lettera al giornale.

Vent’anni di articoli sui Siciliani, sui Siciliani nuovi, su Avvenimenti, sull’Isola Possibile, su Ucuntu e infine da qualche mese anche su altri giornali son dunque infine serviti a qualcosa? Riusciremo a vedere, nei prossimi vent’anni, non solo le prime indagini ma anche un po’ di giustizia?

Forse il clima politico, di si-salvi-chi-può e di sfacelo generale potrebbe aiutare a vincere tante annose timidezze. Forse – poiché nulla è impossibile – una genuina volontà di giustizia s’intrufola persino nei palazzi tradizionalmente più lontani da essa, come – a Catania – quello di Giustizia. Chi lo sa. In ogni caso, a caval donato non si guarda in bocca.

Descrivere tutte le imprese – in senso imprenditoriale e no – di Ciancio, i sui incontri e rapporti con mafiosi di vario genere, i suoi intrecci politici, i suoi interessati sostegni, di volta in volta, a tutti i politici catanesi – da Andò a Drago, da Bianco a Scapagnini – sarebbe troppo lungo per queste pagine; del resto l’abbiamo già scritto in tante pagine che chi ne ha voglia può rileggersele in santa pace.

Per ora, vogliamo solo sottolineare l’estremo servilismo con cui il ceto intellettuale e politico di questa città si è prestato a fargli da corte e a difenderlo in ogni occasione, dall’elegante “fascista” Buttafuoco al feroce “compagno” Barcellona. Una vergogna che sarà difficile cancellare.

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