La locandina del film "Quarto potere" di Orson WellesVoi non avete idea di quante persone, in trent’anni di ristorazione, abbia visto mangiare quel che taglio, affetto, rimesto, soffriggo e friggo, stufo, arrostisco, lesso e – per farla breve, per non parlarvi anche e non solo delle farciture – cucino tutti i giorni.

Forse nemmeno io ho idea di quante persone abbia visto bere un caffè, prendere un panino, un piatto di ribollita o una notturna parmigiana di melanzane. Diciamo una media di 200 persone al giorno fra colazione pranzo e cena, per trent’anni, calcolando più o meno 270 giorni all’anno in cui ho occasione di vedere qualcuno inforchettare, tagliare, sollevare minestre con il cucchiaio, spezzare bocconcini di pane per rispondere a ipoglicemiche e improvvise fami o semplicemente per ripulire, con mia grande soddisfazione, piatti dai loro unti, dai loro residui, da quel poco che rimane dalle porzioni sporzionate. Ho visto anche recuperare maionesi fatte a mano fuoriuscite al primo morso.

Ho visto padri porgere ciambelle zuccherate ai figli, mariti servire il vino alla proprie mogli. Ho visto amanti baciarsi ma anche schiaffeggiarsi, con lei che si alzava abbandonandolo giustamente muto e col conto da pagare. Ho visto brindare da amici per amici che non ci sono più. Ho visto consigliare e ho visto cambiare comande e ho visto un cliente prendere polpettone per vent’anni.

Ho ascoltato di politica e viaggi, di storia e filosofia, di economia e sviluppo, di sindacato e di bucato. Ho visto gente gentile di campagna e venditori di rose che, non so perché, non hanno mai fame. Ho visto indiani e africani, cinesi e metropolitani.

Ho visto acquoline in bocca che con occhio attento si percepiscono per un improvviso umido deglutire, che predispone la masticazione e predispone gli enzimi a fondare giornaliere alchimie che ci fanno tutti cuochi dal giorno in cui nasciamo e incontriamo i primi latti materni o paterni che siano. Da lì è un susseguirsi di incontri nutrienti che si dovrebbero fare, attenti a quel che producono in noi, nei territori che frequentiamo e in tutte le terre che calpestiamo. Scelte di mercati, scelte di contadini, scelte vegetariane o carnivore, scelte macrobiotiche o di auto-produzioni. Scelte di ogni genere che richiedono sapienza, conoscenza, studio, passione e mai e poi mai presupponenti certezze.

Riconoscenti al mondo del privilegio di poter mangiare e cucinare come palestra di allenamento del proprio cervello, delle proprie mani, dei propri piedi, delle emozioni e dei saperi, scorrendo sul burro fra giovanili poesie di Hikmet o l’emozione di centinaia e centinaia di film dove uno per tutti, Beautiful people di Jasmin Dizdar, mi dà l’occasione di indicarmi la potenza della vita. Vita dove non bisogna mai trovare il tempo di entrare in un museo per soddisfare plastificate mostre di un consumistico e ignorante sapere.

Vita dove il nutrirsi dipende comunque da altri, sia che si parli di cibo o di anima, di cervello o di capacità di meraviglia. Fate merenda con una poesia di Hikmet se per cena avrete shish-kebab. Un racconto di Calvino se per cena vi farete un pesto con aggiunta di patate nella bollitura dell’acqua per la pasta e fagiolini verdi. Cioccolato di Modica nel rileggere Quasimodo. E nel guardare la cupola del Brunelleschi cercate la storia dei forni che seguivano le impalcature della medesima per far sì che gli operai artigiani di cui il maestro si avvaleva non perdessero tempo nello scendere e nel salire all’ora prevista per il pranzo. Alle bettole si sostituiva il peposo all’imprunetina cucinato a quell’altezza, che fu causa di quasi sciopero a cui l’Architetto dovette cedere. Gli operai, del cibo senza le chiacchiere dell’osteria, non se ne facevano niente, coscienti che il nutrirsi senza nutrire la capacità di comunicare era poca cosa, insegnandoci così che tutti i nutrimenti, anche se musicali, se dipinti, se scolpiti, se scritti, necessitano del tavolo, di un tavolo, strumento atto alla condivisione.

Praticate dunque con voi stessi e con le persone a voi care la frequentazione del tavolo da cucina, consideratelo il vostro personale e rivoluzionario piano culturale. Immunizzandovi così dalle possibili arroganze, dall’inutile brama di potere, dai facili conformismi, allontanandovi dalla paura della solitudine e dell’invecchiare, smettendola così di pensare comodamente di dovervi semplicemente sberlusconizzare e più correttamente vi convincerete che è il vostro tele-visore che dovete spengere, dove l’elemento di gravità è solamente il “vostro come il mio” senza mai il nostro.

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