L’hanno cercata fino in Svizzera, ma non sono riusciti a trovarla a dieci chilometri da casa. Una constatazione amara a cui gli inquirenti devono ora dare una risposta, a 48 ore dal rinvenimento del cadavere di Yara in un campo desolato ai margini della zona industriale di Chignolo d’Isola. In attesa del responso dell’autopsia, che chiarirà meglio la dinamica del delitto, a Bergamo monta la polemica su tre mesi di ricerche infruttuose.

L’errore (presunto) di traduzione della frase del marocchino Fikri, che resta per ora l’unico indagato, non è stato evidentemente l’unico di un’indagine che ora deve ripartire daccapo. Tanto per cominciare, gli investigatori si sono detti più volte convinti che Yara fosse ancora in vita. La pista era quella del sequestro, nonostante nelle campagne si continuasse a cercare un corpo. Proprio nelle operazioni sul campo qualcosa non ha funzionato. “Impossibile non averla vista”, si è sfogato in lacrime Giovanni Valsecchi, capo della protezione civile di Brembate Sopra: “Il mio gruppo di qui non è passato, ma mi hanno assicurato che il campo era stato setacciato anche con l’aiuto dei cani”. Secondo quanto sta emergendo, in realtà non è stato così. Forse le squadre sono passate da lì, (“tre volte” ha assicurato il sindaco di Chignolo), però forse in maniera superficiale. Secondo il racconto di un operatore televisivo, alcuni volontari controllarono il campo adiacente verso metà dicembre, per poi abbandonare la zona. Bastava guardare dalla parte opposta del viottolo, a cento metri di distanza, per trovare Yara. L’ipotesi che il corpo sia stato portato lì negli ultimi giorni sta perdendo consistenza, anche perché sul terreno c’è l’impronta del corpicino: una piccola fossa, che rende verosimile la presenza del cadavere sul posto da un po’ di tempo.

Ora la Questura vuole vederci chiaro: i responsabili delle ricerche sono stati convocati per chiarire chi e come ha scandagliato quel campo. Poi ci sarà da capire se a trascinare Yara tra le sterpaglie sia stato un solo uomo, oppure più di uno. “Secondo me qualcuno della zona sa – continua Valsecchi – Qui c’è di mezzo un branco. Difficile che a portarla qui sia stata una sola persona”. E’ una delle tante ipotesi che in queste ore circolano in una comunità smarrita, che non sa più a cosa e a chi credere.

A sollevare ulteriori perplessità c’è anche una sinistra coincidenza, una delle tante di questa brutta storia. Il 16 gennaio un ventenne dominicano, residente ad Almenno San Bartolomeo (paese a due passi da Brembate), fu ucciso a 400 metri dal posto dove è stata trovata Yara. Eddy Castillo fu picchiato a morte in un piazzale dell’area industriale, attraversata nei weekend dai giovani che si recano nella vicina discoteca. I carabinieri setacciarono la zona, eppure non trovarono nulla. Non si spinsero fino in quel campo oppure non videro il corpo perché fu portato lì in un momento successivo? E’ una delle tante domande senza risposta. L’omicidio del povero Eddy resta oltretutto insoluto: in circolazione, nell’Isola Bergamasca, ci potrebbero essere in questo momento almeno due assassini.

Intanto la caccia al killer di Yara procede: lunedì mattina alcuni agenti hanno ripercorso la probabile strada dell’omicida, da casa Gambirasio fino alla zona industriale di Chignolo d’Isola. Poco più di dieci chilometri, lungo i quali potrebbero esserci tracce importanti: il telefonino, ad esempio. Oppure la stessa arma del delitto.

di Paolo Grasso

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