Sempre più frequentemente, negli ultimi anni, i media pubblicano sondaggi che investigano sui più diversi argomenti, ma in particolare su quelli di carattere politico. Ne riportano i risultati, commentandoli e verificando quanto siano in linea con tesi e ipotesi aprioristiche.

Il sondaggio d’opinione – attraverso un campione, che rappresenta una sorta di fotografia a formato ridotto dell’intera collettività su cui si intende indagare – ha lo scopo di scoprire quali siano i giudizi, i pareri, i comportamenti, gli atteggiamenti di una popolazione nel suo complesso o di una sua particolare categoria, quale, ad esempio, quella degli elettori, dei disoccupati, dei consumatori di un  prodotto, degli utenti di un servizio.

Soffermiamoci ora sui soli sondaggi politici, i più “delicati”. Appare chiaro, soprattutto nel caso in cui i risultati del sondaggio vengano divulgati a un così vasto pubblico come quello dei telespettatori, l’effetto che informazioni poco precise, distorte, oppure non errate, possano creare nell’opinione pubblica. Ma la scorretta informazione è dannosa anche al commentatore giornalistico, al politico indotto a modificare orientamenti in base ad esse.

L’informazione è un aspetto estremamente delicato in una democrazia: diffondere, artatamente o solo per superficialità o ignoranza, notizie non corrispondenti al vero, anche solo in parte, può modificare il modo in cui ci si comporta, perché esse contribuiscono a “formare” l’opinione di ognuno di noi e, “migliori” sono, maggiore sarà la capacità di ciascuno di giudicare e di prendere una decisione con cognizione di causa.

Per alcune riflessioni prendiamo spunto dai sondaggi commentati ogni lunedì nel telegiornale delle 20.00 su La 7.

In tale spazio Mentana – senz’altro un ottimo giornalista – ci presenta i progressi o i regressi che i diversi partiti registrano a cadenza settimanale, raffrontando le indicazioni di un campione intervistato in ogni periodo e di un campione costituito da altri, diversi elettori, interpellati nella settimana successiva.

In tal modo si intendono cogliere le modificazioni che intervengono nell’arco di sette giorni, presso l’elettorato italiano, a seguito di avvenimenti di ordine politico, che dovrebbero contribuire ad aumentare o ridurre il livello di gradimento nei confronti del partito che si voterebbe in caso di elezioni. E’ una domanda legittima e interessante: gli interventi del Governo sulla riforma della giustizia, le vicende relative ad appartamenti di alcuni leader, i passaggi da un partito all’altro di alcuni deputati, gli sbarchi a Lampedusa, ecc., quale impatto provocano nell’elettorato? Sono eventi che hanno o non hanno conseguenze sull’intenzione di votare un partito piuttosto che un altro?

Tutti i lunedì vediamo proiettata sullo schermo televisivo del telegiornale di Mentana una tabella con le percentuali di intenzione di voto espresse dagli intervistati, confrontate con quelle del lunedì precedente. In due recenti sondaggi, l’uno successivo all’altro, le variazioni più ampie in valore assoluto sono di 0,6 punti percentuali.

Il giornalista evidenzia per ogni partito le variazioni positive o negative intercorse tra le ultime due settimane e le presenta, con interventi del “sondaggista” (che brutto termine!) che lo aiuta integrandone i commenti. Peccato che quelle variazioni per tutti i partiti minori non abbiano alcun senso statistico! La statistica è una cosa seria, non può essere usata come un “giocherello”, non le si può far dire quello che non può dire.

Perché diciamo che quelle differenze percentuali tra i due sondaggi non hanno senso? Proveremo a spiegarlo, semplificando al massimo. Le percentuali sulle intenzioni di voto, calcolate dalla società Emg, si riferiscono solo a coloro che hanno dichiarato che voterebbero, escludendo gli indecisi, gli astensionisti e chi vota scheda bianca. Pertanto, non si riferiscono a tutti i 1.000 individui che costituiscono ciascun campione, ma ai 536 per quanto riguarda l’ultimo sondaggio e ai 530 per quel che concerne il precedente, che hanno fornito una risposta in merito al partito che voterebbero in caso di elezioni politiche.

Riferendoci, dunque, a questi soli intervistati, abbiamo calcolato, nel primo e nel secondo sondaggio, quanti individui hanno espresso la propria intenzione di voto relativamente a ciascuno dei partiti citati e quindi, a quanti intervistati si riferiscono quelle differenze percentuali, verificatesi nell’arco della settimana, di 0,2%, 0,6%, ecc. Occorre commentare? Basta osservare le ultime tre colonne della tabella, e in particolare l’ultima, per comprendere immediatamente che le induzioni sugli spostamenti di voto dell’intero elettorato italiano sono basate, esclusivamente, sulle dichiarazioni di 1 persona, massimo 4.

C’è poi da chiedersi come mai la somma di coloro che hanno dichiarato un’intenzione di voto non raggiunga il 100%, ma solo il 98,2% nell’ultimo sondaggio e il 98,5% nel primo. Che fine hanno fatto quei 13 intervistati dell’ultimo sondaggio e quei 6 del precedente?

Un’ultima osservazione per gli scettici. Tutto questo non li deve indurre a rivangare la “statistica del pollo” di trilussiana memoria. La statistica è basata sulla probabilità e quando si realizza un campione si stabilisce anche con quale probabilità i risultati che ne scaturiranno corrispondano all’intera popolazione di riferimento e di quanto se ne possano discostare, ovvero quale sia l’intervallo di confidenza (e non lo “sbaglio” come affermava un deputato del Pdl in una trasmissione televisiva) da cui siano affetti. E’ palese che per avere una più elevata probabilità che i risultati siano quelli della popolazione e che se ne discostino in un modo accettabile, occorre realizzare campioni di una consistenza più ampia rispetto a quella dei sondaggi or ora analizzati, che si basano su poco più di 520 risposte. In realtà, qualche elaborazione sull’orientamento politico degli indecisi sarebbe effettuabile, con metodologie statistiche e in presenza di informazioni idonee su tutti gli intervistati (soddisfazione sull’attività del governo, temi sociali ritenuti prioritari, ecc.).

D’altra parte, non deve stupire che un risultato campionario sia probabile e non coincidente perfettamente con il valore della popolazione. Difatti, non esiste nessun fenomeno sociale, economico, fisico e via dicendo di cui l’uomo possa avere certezza. Chi, infatti, dopo avere ascoltato le previsioni di pioggia è certo al 100% che effettivamente pioverà? Chi può dire in che ora, giorno, mese, anno si verificherà un terremoto e di quale magnitudo in una zona pur riconosciuta altamente sismica? Chi può calcolare esattamente di quanti punti o decimi di punto varierà il Pil a seguito, per esempio, all’aumento dei prezzi dei cereali e di materie prime, all’aumento dei tassi di interesse, alla rimodulazione delle aliquote fiscali, ecc.?

Per misurare la significatività delle differenze, ossia delle variazioni che intercorrono tra due rilevazioni, da molto tempo i “sondaggisti” potrebbero ricorrere a una soluzione, che risale al 1940, introdotta dal sociologo Paul Lazarsfeld negli Usa – proprio in campo politico-elettorale, che si chiama panel (rilevazioni periodiche effettuate sempre sul medesimo campione).

Infine, un invito a tutti: non giochiamo con i numeri. Rispettiamoli!

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