Fra le tante balle di cui i politici si riempiono la bocca in queste ore per provare a essere sexy e anticasta ce n’é una di cui tutti abusano. É la cosiddetta leggenda metropolitana del dimezzamento dei parlamentari, che tutti a parole vogliono, perché é la cosa più populista e censitaria che si possa dire o fare. Passa per essere una misura anti-casta, cioè, ma – secondo me – é una misura filo-casta. Ovvero quella che riduce la giá martoriata rappresentanza.

Provate infatti a immaginare: con le liste bloccate, se scompare dal parlamento un eletto su due, chi verrebbe tutelato? Ovviamente i capibastone e i leccascarpe dei leader. Essere eletti, a destra e a sinistra, costerebbe molto di più, e avremmo fatto un altro passo verso la democrazia censitaria. La democrazia degli oligarchi che sembra la nuova passione trasversale della politica italiana, la ricetta per uscire dalla crisi.

L’unica argomentazione apparentemente convincente, quella secondo cui ci sarebbe un risparmio economico, per me é risibile: basterebbe abolire un ente per gli orfani dei garibaldini o un’autorità di bacino per risparmiare di più. Mentre invece, tutto questo fumo negli occhi dei gerarchi di partito ha un unico obiettivo: sviare l’attenzione dalla madre di tutte le sciagure. Ovvero dal porcellum. Finché ci saranno i nominati, infatti, 500 o 1.000 non fa differenza, ci sarà una rappresentanza azzoppata nel nostro Paese.

Ecco, questo per me é un esempio di come l’anticasta talebana possa tornare utili alle vecchie volpi della politica. Combattere la casta davvero, significa spostare il potere di scelta dei rappresentanti dalle segreterie agli elettori.

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