Amanda “se n’è andata via, stupida nella sua follia, libera dovunque sia”. Non so perché ma da quando la Knox è partita alla volta delle verde Seattle, mi girano nella testa le parole di questa vecchia canzone. Buon viaggio Amanda, sappiamo che non tornerai, ma tutto sommato preferiamo crederti colpevole e libera, piuttosto che innocente e seppellita da un ergastolo sulla base di puri indizi. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, era troppo bella, troppo fotogenica, troppo diavolo e acqua santa, l’americana perché la triste storia che l’ha vista protagonista non si trasformasse in una soap opera o in un legal thriller perverso e irresolubile. Molti diranno, anzi già lo dicono, che la giustizia italiana esce a pezzi di fronte al mondo intero per la soluzione pasticciata offerta dal processo di Perugia. Un caso, ormai più diplomatico che giudiziario, che ha diviso l’opinione pubblica, anche se a prevalere stavolta sono i colpevolisti. Ma è stato difficile per tutti, non soltanto per i giornalisti stranieri districarsi nel labirinto di sospetti, intrighi, coltelli con l’impronta che inchioda, reggiseni contaminati, tabulati definitivi. Anzi no.

Quel che resta, e che presto ispirerà un film ne siamo certi (già si parla di una proposta alla Knox per un milione di dollari), è l’immagine di due ragazzi che avevano già la faccia di attori sul banco degli imputati, coppia diabolica in primo grado, innocenti e vittime designate in appello. Lei precoce “femme fatale”, lui ancora vergine il giorno del primo incontro, ma subito irretito dalla voglia di sesso che emanava dalla cinica ragazza americana. Una che segnava sul diario con una crocetta tutti gli uomini con cui andare a letto. Una che non aveva esitato ad accusare il suo datore di lavoro, il nero Lumumba, nel corso del primo interrogatorio. Cinica e senza scrupoli, ma anche senza avvocato e traduttore. Frammenti di verità fluttuanti, ruoli invertiti tra lei e Raffaele, il boyfriend con la faccia da bambino, sullo sfondo un’orgia finita male, vittima Meredith Kercher, che solo la famiglia oggi piange.

Ma forse l’orgia non c’è mai stata, è soltanto il frutto di fantasie giudiziarie e alchimie peritali malriuscite. Una ricostruzione da laboratorio con troppi punti che non coincidono per offrire una scena del delitto davvero convincente. In appello, si sa, l’eco dello scandalo è più lontana e i toni sfumano e nel lungo giorno del giudizio, il più lungo, lei è apparsa già redenta prima della sentenza. Ancora più giovane e acqua e sapone che mai, faticava a respirare. Lui invece dopo quattro anni di carcere è diventato uomo. Con lo sguardo la protegge, in cuor suo non l’ha mai abbandonata e continua a ripetere “noi” ogni volta che apre bocca. I ruoli sono tornati al posto giusto. Pontifica Giulia Bongiorno, il grande avvocato: “Bastava fare una perizia in primo grado, noi l’abbiamo ottenuta e abbiamo dimostrato che avevamo ragione”. Quando arriva il momento è un’esplosione di grida e pianti liberatori. Ma quale America, sembrava Piedigrotta.

Il problema è come uscire dal groviglio delle sentenze che in questi anni hanno dimostrato tutto e il contrario di tutto. Dice la sua anche Scott Turow, l’avvocato-scrittore di Presunto Innocente: “La sentenza di Perugia era l’unica giusta e possibile, Amanda Knox non poteva che essere assolta, in America l’aspetta una vita normale e felice”. Se non fosse che nel suo paese rischiava la sedia elettrica e qui in definitiva se l’è cavata con quattro anni di carcere. Sarà la Cassazione a dire l’ultima parola, questa è la strada che la famiglia Kercher intende percorrere anche se già sappiamo che Amanda non ci sarà e anche Raffaele potrebbe scegliere di mettersi al sicuro, con la sua laurea da 110 e lode. Il punto è un altro, pochi hanno ricordato che per la morte di Meredith, un colpevole in carcere già c’è: Rudi Guede, condannato a 16 anni, in quanto complice dei futuri colpevoli, Amanda e Raffaele, che invece sono stati assolti. Contro l’ex studente ivoriano c’erano prove certe sulla sua presenza in casa di Meredith quella notte, lui stesso lo aveva ammesso:“C’ero, ma non ho ucciso io”. Una mezza verità che non lo ha salvato. Almeno non del tutto. Perché la Corte ha scelto di non approfondire il suo ruolo? Forse ha ragione Giulia Bongiorno, quando dice: “Ma c’era davvero bisogno di tanta gente per uccidere una piccola ragazza?”. Uno solo poteva bastare. Invece abbiamo un complice di colpevoli mai identificati. Dice Scott Turow che, nei legal thriller, lo sviluppo logico dell’indagine serve a diradare le ombre, non a renderle più fitte. Il contrario di quanto accade nella vita e nei processi.

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