Diventare europei. Un richiamo abbastanza ripetuto da molti esponenti dell’ attuale Governo, spesso finalizzato a giustificare riforme poco gradite. In mezzo, qualche errore di comunicazione grossolano, ma anche tanto qualunquismo nei giudizi sugli italiani, o sull’Europa. L’essere europei è un sentimento e insieme un fatto fra i più complessi e unici delle storie umane. Verso il 1920,  Thomas Mann scriveva di un sogno in cui ” le democrazie nazionali possano riunirsi a costituire una democrazia europea..una società dell’umanità“.

Sia detto che l’ Europa ha radici comuni fortissime e nel diritto questo è provato. Il diritto romano nell’antichità, il codice napoleonico nella prima modernità, hanno ispirato o influenzato gli ordinamenti di quasi tutti gli Stati Europei.

A queste antiche radice giuridiche, che sono anche culturali ed economiche,  da tempo si è sovrapposto il progetto comunitario.

Nel quadro di un Europa ricostruita con radici costituzionali affini nel completo riconoscimento dei diritti fondamentali quale fonte e limite di ogni decisione, il ruolo delle Istituzioni Comunitarie sarebbe dovuto essere quello di armonizzare le diverse particolarità nazionali verso standard elevati di efficienza ed efficacia.

Si trattava di prendere le matrici comuni e i migliori modelli all’interno delle esperienze giuridiche ed economiche dei singoli stati, trovare le logiche vincenti, ed elevarle a canone dell‘agire europeo.

“Europeo”, in tale ottica, significava nient’altro che elevazione e condivisione dei saperi. La cultura europea, d’altronde, si è sempre mossa in questa dinamica; Visconti impara da Renoir, De Andrè reinventa Brassens, Carmelo Bene riprende Artaud, come commenta Deleuze.

I risultati della cultura europea innovano i linguaggi, e insieme, traducono linguaggi. Sono produzioni complesse, particolari e insieme universali, di assoluta bellezza, che volano su ogni nazionalismo e ogni frontiera, adatte a ogni nazione e ogni frontiera.

Siamo sicuramente ricchi di autori “europei”; parallelamente, migliaia di lavoratori e studenti si spostano da Bruxelles a Copenaghen, da Berlino ad Almeria. Sono e saranno gli autori, consapevoli o meno, della società di domani. Ai governanti d’ Europa però sembra mancare coraggio e progettualità. L’ Europa di oggi non può funzionare. La crisi di oggi, sarà la crisi di domani.

Nel confrontarsi con i mercati internazionali, sembra che l’unica filosofia comune riconosciuto dalla attuale classe politica continentale sia l’utilitarismo inchinato al dogma del mercato e l’austerità come unica risposta.

L’ Europa non era nata per questo. Il mercato unico,  progettato come uno degli strumenti di utilità sociale,  è divento un moloch senza spiegazione, quasi l’unica concreta sostanza comunitaria. Se rinunciare a un progetto europeo significa solamente indebolire ancor di più ogni – già debole- democrazia nazionale, è altresì chiaro che si gioca una battaglia di vera selezione naturale.

I territori di mercato più selvaggio, tendono ad attirare più capitali. Nessun singolo Stato ha la forza per determinare svolte in questo processo epocale.

L’errore più grave che l’ Europa può commettere è di cedere a questo fenomeno concorrendo in una fallimentare race to the bottom, una rincorsa al peggio, rinunciando alla composizione politica nel dettare le regole  per l’economia.

Oggi, in mancanza di un’originale bilancia europea dell’autonomia privata e dell’ordine sociale, si lascia strada all’autoregolamentazione o si statualizzano le linee guida dettate dai poteri prevalenti.

Il ruolo delle sovranità e democrazie, è svuotato, più che da un’Europa tecnocratica, dalle sue rinunce e debolezze. Di fronte alle sfide del futuro, l’unico vero pensiero europeista è quello di un’Europa profondamente diversa, capace dunque di disegnare in primis una vera costituzione economica.

Solo così l’Europa potrà dirsi europea, solo così la faticosa complessità del progetto può avere significato.

Tornando all’ Italia, purtroppo, la politica appare in eterna retroguardia. Nonostante le dichiarazioni di Ministri e vice-ministri, i giovani italiani sono molto più europei del narrato:  studiano le lingue e lavorano all’estero,vivono l’ Europa quotidianamente.

Nel quadro nazionale, l’ Europa la si usa a intermittenza; vicina quando si parla di abrogazione dellart.18, lontana quando si parla di reddito minimo di cittadinanza.

Siamo distanti dall’Europa, più che nell’essere pigri e mammoni, nelle legislazioni sulle unioni civili e le coppie di fatto, sulla tutela degli omosessuali e degli stranieri, sulla fecondazione assistita e il testamento biologico, sulle terapie alternative, le garanzie sociali, i tempi dei processi, le azioni risarcitorie collettive. E molti settori bloccati necessitano di vere e profonde liberalizzazioni (altro che tassisti e avvocati).

Tanto ci manca di europeo e a pensare male, in un mondo in cui i capitali corrono liberi, sembra che siano solo i diritti a restare prigionieri dei vecchi confini.


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