Ricerca e sviluppo (R&S) restano al palo in Italia. Non è una novità, ma adesso arriva l’ennesima riprova da Bruxelles. Il Belpaese si attesta tra gli “innovatori moderati”, un’espressione soft per dire che siamo ben al di sotto della media europea nel settore. Peggio di noi Paesi come Romania, Bulgaria e Grecia. Magra consolazione. È quanto rivela il “Quadro valutativo dell’Unione dell’innovazione 2011”, il termometro europeo su R&S in Europa.

Ad annaspare soprattutto il settore privato, dove si investe poco o non si investe per niente in ricerca e sviluppo. “Nel corso dell’ultimo decennio l’economia italiana si è orientata verso attività di non ricerca tanto che la sua intensità è diminuita gradualmente fino a raggiungere l’1,27 per cento del Pil nel 2009 tra pubblico e privato”, si legge nel bollettino Horizon 2020. Sarà che l’economia italiana è basata in buona parte sulle piccole e medie imprese, ma lo sviluppo economico sul modello “miracolo del Nord-Est” non sembra più dare i suoi frutti.

Se ne sono accorti i Paesi del centro e nord Europa che proprio su ricerca e sviluppo investono annualmente fior di milioni. A guidare la classifica europea, secondo i dati pubblicati oggi, la Svezia, dove insieme a Danimarca, Germania e Finlandia, si investe più del 3 per cento del Pil in R&S. Questi Paesi sono tutti caratterizzati da solidi sistemi nazionali di ricerca e innovazione in cui l’attività economica e la collaborazione fra pubblico e privato rivestono un ruolo essenziale. Tant’è che risultano al positivo tutti i 24 indicatori, raggruppati in 3 categorie principali e 8 ambiti individuati dallo studio Ue: “elementi abilitanti” che rendono possibile l’innovazione (risorse umane, sistemi di ricerca aperti, di eccellenza e attrattivi, finanziamenti e aiuti); “attività delle imprese” (investimenti, collaborazioni e attività imprenditoriali, patrimonio intellettuale); “risultati”, ovvero i benefici per l’intera economia (innovatori ed effetti economici, compresa l’occupazione).

Non è un segreto che investire in ricerca e sviluppo vuol dire stimolare la crescita economica, il che a sua volta crea posti di lavoro, aumento del potere d’acquisto e così via all’interno di un circolo virtuoso che, in tempi di crisi, fa bene pure ai mercati. Ecco che Svezia, Danimarca, Germania e Finlandia, guarda caso, sono tra i Paesi più sani (economicamente) d’Europa. Seguono i “Paesi che tengono il passo”, come si legge nel rapporto Ue, ovvero Belgio, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Lussemburgo, Irlanda, Francia, Slovenia, Cipro ed Estonia. Poi, appunto l’Italia insieme a Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia e Polonia. Ultimi tra gli ultimi, Romania, Lituania, Bulgaria e Lettonia. Meglio non fare paragoni.

Della necessità di invertire la rotta se n’è accorto anche Antonio Tajani, Commissario europeo all’Industria: “Quando ci sono problemi di tipo economico-finanziario la politica deve fare delle scelte”. La politica in questo caso è lui, visto che è Commissario europeo da ormai da 4 anni. Anche perché la cattiva performance di Paesi come l’Italia non è più un problema solo italiano, almeno all’interno del mercato interno e della moneta unica. Impietoso infatti il confronto su scala internazionale, dove l’Ue non riesce a ridurre il ritardo rispetto ai leader globali dell’innovazione: Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, rispetto ai quali il divario è ancora particolarmente marcato soprattutto per quanto riguarda il settore privato.

Tuttavia l’Ue resta ancora in netto vantaggio rispetto alle economie emergenti di Cina, Brasile, India, Russia e Sud Africa. Ma si tratta di tutti Paesi che stanno correndo, mentre gli europei stanno dimostrando un certo fiato corto.

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