I grandi mammiferi marini non sono minacciati solo da inquinamento e cambiamenti climatici. A rendere sempre più incerta la loro sopravvivenza è la voracità dell’essere umano. Balenottere, beluga, delfini; ma anche foche, trichechi e addirittura orsi polari: l’uomo riesce a cibarsi veramente di tutto. Un trend in crescita costante, soprattutto laddove queste specie sono ormai fra le poche forme di sostentamento, che ha portato le nazioni in cui ci si ciba di questi animali dalle 107 del 1981 alle 125 di oggi. Lo rivela uno scioccante studio della Wildlife Conservation Society (WCS) e dell’Okapi Wildlife Associates, che vedono le cause principali di ciò nell’aumento vertiginoso della popolazione mondiale, nella diffusione della povertà e nell’esaurimento delle riserve ittiche.

Sono ben 87 le specie di mammiferi marini che stanno rischiando di scomparire. Una conseguenza del peggioramento delle condizioni di moltissime persone nelle zone più povere del pianeta, parallelo al crescente consumo di cibi di origine animale che caratterizza il resto del mondo ed alla riduzione degli stock ittici. Che, sovra-sfruttati a livello globale del 75%, portano il pesce disponibile a scarseggiare, e i pescatori dei Paesi più svantaggiati a consumare tutto ciò che viene accidentalmente o intenzionalmente catturato. Inclusi orsi e leoni marini, la cui carne è parte della dieta di alcune popolazioni indigene delle zone più remote del nord America.

Questo inquietante fenomeno è stato portato a galla da uno studio durato tre anni, in cui i ricercatori della WCS hanno analizzato i dati di 900 diverse fonti, tutti riguardanti il consumo a scopi alimentari. Non si sono infatti presi in considerazione i casi in cui questi mammiferi vengono catturati per diventare esche o cibo per altri animali, o per ricavarne medicinali.

“Il nostro studio evidenzia un’escalation nell’uccisione di piccoli cetacei presi durante le attività di pesca a partire dal 1970”, affermano gli autori: “Dove il consumo è collegato alla sicurezza alimentare e alla povertà, abbiamo spesso riscontrato che gli animali catturati per sbaglio vengono poi uccisi di proposito”. In Madagascar, Congo e Gabon, ad esempio, gli scienziati della WCS Salvatore Cerchio e Tim Collins hanno identificato una cospicua crescita nelle catture di delfini destinati ad essere venduti come cibo nei mercati locali, e stanno lavorando di conseguenza con le comunità di pescatori per ridurre la portata di questa preoccupante tendenza.

Il dottor Martin D. Robards, leading author della ricerca, ricorda invece che “queste specie rappresentano solamente una frazione della diversità presente nel mondo dei mammiferi marini”: il 6% delle oltre 1.400 specie marine destinate all’alimentazione umana. Ma questo studio suggerisce di muoversi subito per evitarne l’estinzione. Se non altro per scongiurare gli effetti nefasti che ciò avrebbe sull’intera catena alimentare.

Un problema legato solamente ai Paesi poveri? Non proprio. Anche nei civilissimi Stati Uniti, Canada e Giappone, ad esempio, la carne di questi mammiferi è spesso considerata una prelibatezza. Ma in generale sarebbe opportuno considerare se minacciano maggiormente l’esistenza di queste specie i pescatori delle nazioni più povere o i metodi di pesca intensiva dei Paesi industrializzati. Come quelli dell’Unione europea, le cui riserve ittiche sono sovra-sfruttate nell’88% dei casi; e i cui pescherecci, di conseguenza, si dirigono in modo sempre più pressante verso i mari dell’Africa occidentale, dove i pescatori locali sono costretti a dirigersi altrove, pescando tutto quel che gli capita.

È probabilmente per questo che secondo Tim Collins “la susa atlantica può essere il mammifero più raro nella regione del bacino del Congo”, ma nonostante ciò “in pochi ne sanno qualcosa”. “Meno di tutti – fa presente lo scienziato – i pescatori che se ne cibano per una questione di sopravvivenza”.

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