“Non sono un esperto, un tecnico di sanità. Sono un esperto (…) nella frequentazione da ormai 34 anni di tutti i meandri regionali per quanto riguarda la sanità e sì, so cosa bisogna fare, come intervenire, quando intervenire…”. L’imprenditore Pierangelo Daccò, arrestato nell’ambito di due inchieste milanesi sulla sanità San Raffaele e Fondazione Maugeri, ha risposto così alle domande che gli sono state rivolte dal giudice per le indagini preliminari di Milano Vincenzo Tutinelli, durante l’interrogatorio di garanzia, dopo l’arresto per aver “ricevuto” 70 milioni di euro dalla clinica pavese, grazie a false consulenze e contratti.

Per risolvere i problemi in Regione Lombardia per conto della fondazione, insisteva con “il direttore generale” dell’assessorato alla Sanità, e “anche a lui davo un pacco a Natale e colomba a Pasqua”. Nel verbale di Daccò, depositato dai pm al Tribunale del Riesame, emerge che il lobbista – così vicino al governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, da avergli pagato cene, vacanze, oltre ad ospitarlo su una delle sue barche – si adoperava quindi con il direttore generale di turno dell’assessorato alla Sanità per facilitare la fondazione. “E poi al limite mi… come dire, dirottava, perché non ne poteva più al… anche a lui davo un pacco a Natale e una colomba a Pasqua. Addirittura, c’è stato un anno o forse due – spiega – che li ha rifiutati, perché c’era aria che non si poteva più dare il pacco con dentro il vino, i fichi secchi, il panettone”. Daccò ha poi precisato: “Lucchina (l’attuale direttore generale della Sanità, ndr) me l’ha mandato indietro due anni, gli altri (direttori generali, ndr) no. Poi dopo l’ha ripreso”. Del resto come ha sottolineato al Pirellone ha “sempre avuto un tecnico di riferimento … In questo caso, negli ultimi anni, è il dottor Merlino, che è il braccio destro del dottor Lucchina”.

I referenti non erano solo a Milano o in Sicilia, ma Daccò aveva conoscenze e aderenze anche a Roma e quando aveva bisogno poteva rivolgersi a loro. “Io non avevo necessità nel ministero, perché il ministero a livello centrale (…) sulle Regioni poco conta. E quando avevo bisogno di qualcuno, avevo referenti politici importanti a Roma e potevo rivolgermi a loro. In particolare, negli ultimi anni, adesso purtroppo è andato in cielo anche lui, era il senatore Comincioli del Pdl (…) e altri, avevo Miccichè, che è un amico; Pippo Fallica, che è un altro amico”. Questi ultimi due “assieme a Cammarata e Cuffaro (l’ex presidente della regione Siciliana in carcere, ndr)”, ha spiegato ancora l’uomo d’affari, erano i suoi punti di riferimento per “gli affari in Sicilia”.

Intanto la Cassazione, che aveva annullato il primo ordine di arresto per l’inchiesta San Raffaele, ha stabilito che permangono le esigenze di custodia cautelare in carcere nei suoi confronti, tuttavia il gip deve meglio motivare sulla conoscenza, da parte dell’uomo d’affari, dello stato di “decozione” della struttura ospedaliera – dalla quale aveva ricevuto molto denaro in nero – affinchè l’indagato possa essere considerato “complice” nel reato di bancarotta per distrazione. Comunque per gli ermellini il giudice  ha motivato in maniera logica e “corrispondente ai parametri fissati dalla legge” a proposito del rischio di fuga e di quello di reiterazione del reato. E’ stato invece accolto il ricorso, firmato dall’avvocato Gianpiero Biancolella, nel quale si lamentava la assenza di motivazione sul dolo, elemento necessario da individuare in chi da “extraneus” concorre nel reato di bancarotta per distrazione. Il gip dovrà quindi spiegare meglio perché ritiene che Daccò fosse a conoscenza del “concreto rischio di insolvenza” del San Raffaele. “Il che non è avvenuto nel caso di specie, avendo il Tribunale omesso di motivare in ordine alla consapevolezza in capo all’imprenditore dello stato di “grave crisi” della Fondazione da cui aveva ricevuto le cospicue somme indicate nel capo di imputazione”. 

Per l’affaire San Raffaele è già tempo di processo. I pm di Milano Luigi Orsi, Laura Pedio e Gaetano Ruta, titolari del fascicolo sul buco da oltre un miliardo della Fondazione creata dal defunto don Luigi Verzè e di quello sulla fondazione Maugeri, in udienza preliminare hanno insistito con il chiedere il rinvio a giudizio proprio di Daccò, dell’ex direttore amministrativo del gruppo ospedaliero, Mario Valsecchi e degli altri coimputati, sostenendo peraltro che “sono tutti rei confessi”. Oltre a Dacco’ e Valsecchi, il pm ha insistito per la richiesta di rinvio a giudizio per gli imprenditori Piero e Giovanni Luca Zammarchi e il loro socio Andrea Bezzicheri, l’imprenditore vicentino Fernando Lora e il suo contabile Carlo Freschi. Le accuse sono associazione per delinquere, bancarotta e altri reati. Valsecchi starebbe valutando di patteggiare la pena e quindi i suoi legali starebbero cercando di accordarsi con la Procura, altri imputati potrebbero chiedere il rito abbreviato. Il giudice per l’udienza preliminare Maria Cristina Mannocci ha accolto la costituzione di parte civile della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor e ha respinte, invece, le istanze del sindacato Usb – Lavoro privato e di Medicina Democratica. La Fondazione è parte civile nei confronti di tutti i reati contestati che sono, a vario titolo, concorso in bancarotta, associazione per delinquere finalizzata a frodi fiscali, appropriazione indebita e distrazione di beni. I tre commissari nominati dal Tribunale, invece, sono stati ammessi come parte civile per il reato di bancarotta e per alcuni reati fine ma non per l’associazione per delinquere. Il processo è stato aggiornato al 2 maggio

 

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