La spending review ieri sera era ancora un mistero, perché Enrico Bondi è arrivato a palazzo Chigi con il piano in una chiavetta usb, non l’ha spedita a nessuno via mail, non si fidava. E l’ha fatta vedere ai ministri, riuniti dalle tre del pomeriggio, tranne una pausa perché il premier Mario Monti doveva andare a presentare il libro di Andrea Riccardi. Tutte le indiscrezioni di questi giorni ieri sera sono state spazzate via. “Decisioni così delicate, come l’intervento sui dipendenti pubblici, le può prendere soltanto il presidente del Consiglio con il ministro dell’Economia, cioè sempre Mario Monti. E Monti in questi giorni era a Bruxelles, quindi solo ieri ha preso in mano il dossier”, spiega una fonte del governo.

I ministri coinvolti, soprattutto quello della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi, hanno preparato delle forchette, ipotesi diverse, più o meno drastiche. E per gli statali lo scenario peggiore prevede la cancellazione di poco meno di 100mila posti. Non licenziamenti di massa, ovvio, ma un misto di interventi a breve e a medio termine, riduzione delle piante organiche (cioè blocco di nuove assunzioni eliminando le posizioni) non solo nei ministeri ma anche in tutto il settore parapubblico, a cominciare dalle società partecipate controllate dai Comuni. Ma anche mobilità e, addirittura, si è anche ragionato su una parziale deroga alla riforma Fornero delle pensioni per agevolare pensionamenti anticipati.

Questa mattina Monti dovrà fornire qualche dettaglio in più all’incontro con i sindacati. La Cisl di Raffaele Bonanni è sempre più preoccupata. Anche perché il governo ha già gli strumenti pronti per intervenire: basta dare attuazione alla legge di stabilità approvata nel 2011, l’ultimo atto del governo Berlusconi (il Cavaliere si dimise il giorno dopo). All’articolo 16 è sancita la norma secondo la quale si possono mettere in mobilità i dipendenti pubblici “in sovrannumero o eccedenti” e che non è “possibile impiegare diversamente nell’ambito della pubblica amministrazione”. Dalla data di collocamento in mobilità il lavoratore ha diritto a un’indennità pari all’80 per cento dello “stipendio e dell’indennità integrativa speciale” escludendo qualsiasi altro emolumento retributivo. Per i sindacati significa un reddito che non oltrepasserebbe il 60 per cento di quanto percepito in busta paga. Trascorsi 24 mesi senza opportunità di ricollocazione il dipendente viene licenziato. Se la misura fosse limitata ai soli dipendenti dei ministeri riguarderebbe una platea di 175 mila lavoratori. Che sale a 622mila se si intervenisse sull’intero comparto in regime di diritto pubblico – quindi non contrattualizzato. Il settore definito “statale”, invece, comprensivo anche della scuola ammonta a 1 milione 853mila unità mentre l’impiego pubblico nel suo insieme (comprensivo di Enti pubblici, Regioni, Sanità, Università, etc.) è indicato dalla Ragioneria di Stato in 3.437.433 unità a fine 2010.

In realtà, la norma Brunetta è stata corretta da un “Protocollo di intesa” che il ministro Patroni Griffi ha firmato insieme ai sindacati e nel quale si stabilisce una maggiore consultazione tra le parti sociali. Ed è questo che i sindacati si apprestano a spiegare al governo. Non è che non si possano fare operazioni di razionalizzazione della spesa ma basta che lo si faccia coinvolgendo i sindacati e individuando uno spettro ampio di riduzioni di spesa: il peso delle partecipate e delle consulenze, un processo di innovazione nella pubblica amministrazione e un sistema premiante e incentivante a livello integrativo.

Per far digerire le misure più drastiche, il governo ha anche una lunga lista di tagli più apprezzati, indicati da Bondi: auto blu, consigli di amministrazione delle società partecipate, accorpamento delle Province (misura annunciata almeno tre volte negli ultimi dodici mesi), tagli alla sanità di cui dovrebbero risentire soprattutto le imprese farmaceutiche fornitrici. L’entità complessiva del provvedimento è però ancora incerta: di sicuro servono 4,2 miliardi nel 2012 (che su base annua sono 7,2) per evitare l’aumento dell’Iva a settembre. Ma per non alzare l’imposta sui consumi anche nel 2013 ne serivrebbero un’altra decina. Oltre al decreto quasi pronto, ce ne sarebbe un altro previsto per agosto e, se serve, un altro intervento di manutenzione in autunno nella legge di stabilità, per gestire gli effetti sui prossimi anni.

di Salvatore Cannavò e Stefano Feltri

da Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2012

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