Le ultime statistiche sulla disoccupazione hanno occupato, purtroppo, la scena mediatica sia a livello nazionale, che internazionale, e ad acquistare un triste protagonismo è stata la questione dei giovani (secondo i dati dell’Epa – istituto nazionale di statistica spagnolo – il 91% del lavoro distrutto negli ultimi quattro anni riguarda gli under 35). L’alto tasso di disoccupazione giovanile mostra un panorama desolante per l’economia spagnola. Nelle sue ultime dichiarazioni, Angela Merkel lamentava l’aumento della disoccupazione per colpa della crisi in Spagna e metteva la problematica al centro delle future politiche di azione comunitaria. Pochi giorni dopo, si approvavano i bilanci 2014-2020 dell’Ue nei quali si destinava lo 0,05% degli stessi alla lotta contro questa piaga. Inoltre, lo scorso 14 febbraio, il governo spagnolo e le parti sociali si sono accordate nel destinare 3.500 milioni di euro per combattere la disoccupazione giovanile attraverso il Piano strategico per l’apprendimento e il lavoro composto da 100 misure.

E’ evidente che il problema inizia ad inquietare tanto la Spagna come l’Europa. L’insostenibilità di questa situazione nel breve termine ha obbligato i dirigenti politici a riflettere e a mettere al centro misure per la riduzione dei livelli di disoccupazione giovanile, che, secondo Eurostat, è arrivata nel 2012 al 23,7% in Europa e il 57% in Spagna.

Ma, disgraziatamente, né con le ultime riforme del lavoro, né con il pacchetto di misure che ora si vogliono attuare si raggiungerà la tanto desiderata pietra filosofale. Se è certo che il tasso di disoccupazione è esploso man mano che si è sviluppata la crisi, la situazione lavorativa che presenta la Spagna è lontana dall’essere un problema congiunturale. L’insieme di fattori politici, sociali, storici e economico-produttivi che hanno determinato l’attuale mercato del lavoro, mostrano la complessità e il carattere strutturale della suddetta problematica, il che a sua volta obbliga a visualizzarla in uno spazio temporale che va oltre la crisi.

Se torniamo agli anni ’90, la disoccupazione totale, giovanile e non, raggiungeva allora un tasso esorbitante e molto superiore alla media Ue (tabella).

Col modello di crescita che iniziò a nascere durante gli anni ’90, la Spagna raggiunse il successo di un tasso di crescita economica e assorbì gran parte della popolazione senza lavoro. Nonostante questo, l’ubriacatura di queste esemplari statistiche sembrava ovviare al fatto che la realtà lavorativa si stesse configurando sulla base di una debole struttura economica e sociale, con alti tassi di disoccupazione addirittura negli anni di maggiore crescita e politiche di lavoro che hanno deteriorato le condizioni di lavoro e di vita.

La deregulation lavorativa permanente è sfociata in una precarizzazione e peggioramento della qualità del lavoro. La temporaneità si è stabilita come forma contrattuale abituale molto al di sopra della promessa europea. Sono cresciuti anche i contratti part-time che, descritti allora come una relazione lavorativa volontaria per favorire la conciliazione della vita professionale con quella familiare, ha dato luogo a soluzioni non volontarie e è diventata fonte di segregazione lavorativa tra uomini e donne, visto che sono state queste ultime le uniche ad usufruire della maggior parte di contratti di questo tipo.

Allo stesso modo, si sono estese altre forme di precarizzazione attraverso i contratti a turno, a ore, socialmente sfavorevoli e l’incremento di ore extra, che hanno presupposto un deterioramento della vita professionale e personale della popolazione.

Le politiche e le strategie promosse hanno seguito una tendenza globale fino alla flessibilizzazione del mercato del lavoro e hanno creato un importante cambiamento nella correlazione tra forze nella negoziazione tra capitale e lavoro, che si è riflesso a sua volta nel crollo dei redditi da salario sul Pil. Politiche ispirate a “rigorosi” modelli che difendono matematicamente il fatto che la riduzione della disoccupazione si ottiene soltanto con la riduzione de: 1) la negoziazione collettiva; 2) la protezione del lavoro; 3) i salari minimi e 4) la prestazione di disoccupazione, o altrimenti, raggiungendo un equilibrio rivedendo al ribasso i salari.

Partendo da questi presupposti si sono avallate le numerose riforme e decreti sul lavoro come verità inconfutabili, quando non esistono fondamenti che provino una relazione diretta tra minori salari e diritti del lavoro con maggiore creazione di lavoro. In questo senso alcuni studi mostrano che non esiste correlazione alcuna tra disoccupazione e rigidità/flessibilità lavorativa.

Aggrappati alla necessità di “modernizzare” e far convergere la struttura del mercato del lavoro verso quella dei nostri vicini europei, le distinte riforme della legislazione del lavoro hanno ripetuto sistematicamente misure collettive, la precarizzazione delle forme contrattuali e l’instabilità dei sussidi per disoccupazione. Un aggregato di politiche che né sono isolate né nascono alla luce delle ultime riforme del lavoro, ma che formano parte di un largo processo di ristrutturazione in cui il consumo ha potuto mantenersi con l’indebitamento, che ha supplito alle insufficienti retribuzioni salariali.

Le conseguenze di questo piano mostrano un panorama desolante per la popolazione giovane. Più di una generazione, con un alto livello di specializzazione, si sta vedendo toccata dalla disoccupazione di lunga durata (40% dei giovani disoccupati nel 2012) e dall’incapacità di raggiungere l’indipendenza economica a causa dell’instabilità contrattuale e i bassi salari. Una situazione che ha reso più profonda la disuguaglianza e la povertà (più del 32% dei giovani nel 2012) oltre ad obbligare quasi 400mila giovani ad emigrare davanti alla mancanza di opportunità (e non per spirito d’avventura).

Davanti ad una situazione così complessa, i meccanismi programmati per combattere la disoccupazione, e specialmente la disoccupazione giovanile, non sono nient’altro che toppe. La gravità della situazione, oltre a toccare la vita di questo gruppo, avrà conseguenze presenti e future sull’economia del paese (sostenibilità del sistema di pensioni, fuga dei cervelli, povertà, disuguaglianza…).

Continuare su questa strada, senza considerare il fatto che la disoccupazione strutturale in Spagna è strettamente relazionata con il modello di crescita, il sistema produttivo e d’impresa, renderà solo più profonda la ferita al posto di curarla. Nonostante tutto, ai giovani non resta che crearsi il futuro, nonostante i saggi cialtroni del presente.

di Mariu Ruiz-Gálvez Juzgado: Ricercatrice del Gruppo Economia Politica della Mondializzazione e membro di Econonuestra

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)

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