Salvatore Ferraro dovrà pagare tutte le spese del giudizio e della detenzione carceraria, circa 300 mila euro: fanno parte della pena, e del resto può lavorare come avvocato e pagare una cifra che, seppure alta, non compromette il recupero e l’inserimento sociale. Lo ha stabilito la Cassazione, rigettando il suo ricorso contro l’ordinanza del magistrato di sorveglianza di Roma che confermava il suo debito di 300.468 euro.

Il giudice aveva ritenuto che Ferraro, condannato in via definitiva nel dicembre 2003 a anni 4 e mesi 2 di reclusione per favoreggiamento nell’omicidio di Marta Russo, la studentessa de La Sapienza uccisa il 9 maggio 1997, non fosse indigente, anzi disponesse di “un’attività lavorativa idonee a garantirgli una certa agiatezza (avvocato)” oltre ad essere “intestatario di beni immobili, come attestato dalla visura della Guardia di Finanza”. Nel ricorso l’uomo ha invece opposto che il giudice, nel provvedimento datato 23 aprile 2012, “fa riferimento a mere presunzioni e a inconsistenti prospettive di reddito”, poiché lavora solo come dipendente.

Una tesi che non ha convinto i giudici della Prima sezione penale della Cassazione che, nel motivare il provvedimento, richiamano una precedente sentenza: il debito per le spese di giustizia può essere rimesso se “il soggetto si trova in stato di indigenza” o quando “l’adempimento comporti un squilibrio del suo bilancio tale da precludere il suo recupero e il reiserimento sociale”. In ultimo la Corte rimarca che “le spese di giustizia sono pur sempre gli effetti derivanti dal proprio operato deviante, sicché la compressione del proprio tenore di vita è proporzionata e giustificata dalla condotta, quale espressione della funzione retributiva della pena”.

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