Sono migliaia, armati degli inseparabili trolley carichi di costosi codici, libri e ultramoderni smartphone. Una generazione di ricchi dal futuro incerto, pieni di speranza mista a rassegnazione e voglia di farcela nonostante tutto, nonostante i posti a disposizione siano pochi e i partecipanti sempre troppi, nonostante la fatica e i continui costi. E’ l’esercito dei concorsisti italiani, collocati nel girone infernale che sta tra la laurea e il futuro, appena sopra il baratro della disoccupazione.

Sono le otto di un giorno qualunque, in una città italiana qualunque, e li vedi arrivare in truppa davanti al capannone industriale o all’albergo a cinque stelle (perché a chi bandisce i concorsi non manca una certa ironia), attrezzati per una giornata che si annuncia piuttosto lunga. Nei loro zaini c’è di tutto, dall’acqua alla penna porta fortuna, ma soprattutto ci sono tante storie, fatte di sacrifici delle loro famiglie per farli studiare nelle università migliori e per manntenerli in città dove la vita costa cara, per offrirgli un futuro diverso.

Arrivano da tutta Italia, molti dal Sud, per inseguire i loro sogni e non si arrendono mai, neppure quando il tanto agognato concorso viene rimandato più volte, neppure se il numero dei partecipanti aumenta ogni anno di almeno un migliaio, neppure se sanno che tra questi ci sarà quello che, meno preparato di tanti, riuscirà comunque a salire sul podio. Si guardano mentre espletano le numerose formalità necessarie per varcare quella soglia, oltre la quale comincia l’avventura: consegnate i cellulari, fuori adesso i bigliettini o verrete esclusi, sul tavolo soltanto foglio e penna. All’inizio sembrano diffidenti, si annusano l’un l’altro pronti alla battaglia, poi, inevitabilmente, durante la lunga attesa che li separa dall’inizio della prova, fanno amicizia: dove hai studiato, quante volte hai provato questo concorso, cosa farai dopo, e quando il tempo delle chiacchiere finisce si augurano in bocca al lupo perché, nonostante si tratti di una guerra, molti sono leali e, in fondo, tra concorsisti disperati ci si comprende. Perché se prima sono in mille, duemila, tremila, davanti a quel foglio sono da soli con i loro sogni e la speranza di segnare quella svolta che cambierà la loro vita.

Solo che tra loro e il sogno ci sono tanti, troppi ostacoli; i concorsi pubblici ultimamente vengono banditi con il contagocce e sono diventati un enorme calderone che fagocita laureati disperati, che non sanno più neanche cosa vogliono fare, molti di loro sono lì soltanto per “provare” un concorso e sperare che vada bene. L’importante è fare qualcosa per poter credere che tutti quegli anni di studio tra laurea, master e costosissimi corsi, siano serviti almeno a salvarsi dal gorgo dei contratti a tempo determinato e dei lavori precari.

In un’Italia che sforna ogni anno migliaia di laureati per gettarli in pasto a un futuro incerto verrebbe da farsi qualche domanda: perché è diventato così facile laurearsi e così difficile trovare un lavoro dignitoso? Perché non basta più la laurea e vengono richiesti costosi master anche solo per accedere a un colloquio di lavoro? Perché ci hanno insegnato che il lavoro è un diritto e un dovere, per poi farlo diventare quasi un sogno irraggiungibile? e quando le istituzioni risponderanno a tutte queste domande con azioni concrete? Tante domande, nessuna risposta, un solo imperativo, non arrendersi. Mai.

Viviana Verri

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