Ha il suono di un aereo che arriva, e tutti, è un istante, si guardano, le parole che si spengono in bocca: ma è solo un cancello che scorre e si chiude. Un’accetta che spacca la legna è una raffica di kalashnikov, il passo di un tacco femminile il colpo secco di un cecchino. Sembriamo normali, ad Aleppo. E invece la paura è un cancro che ci sta consumando dentro. 

A otto mesi dall’inizio della battaglia, una sola cosa non è cambiata, qui: i caccia di Assad sono così imprecisi che non bombardano mai le linee del fronte – rischierebbero di centrare non i ribelli, ma i lealisti. E se prima l’obiettivo più gettonato era l’ospedale al-Shifa, ora che dei suoi muri non resta che polvere, dei suoi medici un fiore e una foto in cornice, il luogo più pericoloso sono le file per il pane e gli aiuti umanitari. Non sono che donne e bambini, stamattina. In duecento, si contendono una manciata di scatole con un po’ di olio, riso ceci, zucchero. Hanno dita, orecchie che mancano, gli occhi rossi e sgualciti, addosso, tra gli aculei di vento di questo scampolo d’inverno, stravolti e smagriti, una maglia sdrucita e poco altro, le ossa che scolpiscono la pelle come un bassorilievo. Le madri ti vedono, straniera, e tentano di lasciarti il figlio in braccio, ti dicono: “Bring him with you, save him”. Salvalo. Portalo via.

E’ alla fame, Aleppo, travolta da un’epidemia di tifo, per strada si vende di tutto, sembra ognuno abbia rovesciato a terra il salotto di casa, teiere, televisori telefoni, tovaglie, interruttori della luce, qualsiasi cosa – più esattamente: pezzi di qualsiasi cosa: perché Aleppo non è che macerie, poi, uno ti vende il passeggino, un altro le ruote. Ibtisam Ramdan ha 25 anni, abita con i suoi tre figli e la tubercolosi in un trancio di fognatura sotto l’argine del fiume, la porta che è una grata di pollaio, il focolare un bidoncino di vernice, e questi tre bambini, nel buio umido di un angolo rancido, che piangono e tossiscono, tossiscono così forte e piangono così disperati che rantolano – su un ritaglio di cartone, tra i vermi, un residuo di riso: non hanno neppure dei piatti: e comunque qui intorno, al momento, non c’è niente di commestibile. E come loro decine d’altri: tutto l’argine del fiume è faglie e tuguri, non sono baracche, non sono grotte, non sono che pezzi di cose, lamiere, assi di legno, teli di plastica – cumuli, cumuli di pezzi di cose, a un certo punto, semplicemente, ti ci ritrovi dentro, tra donne, bambini, anziani mutilati e muti, queste bocche senza denti, passi a un centimetro e neppure ti guardano, anneriti dal carbone delle stufe, i piedi nel fango. Non hanno che l’acqua piovana, la pelle tempestata di infezioni, persino i gatti, qui, sono malati, mentre un aereo, improvviso, ti ringhia in testa, provi a scostare un’anta, e trovi un uomo che sta morendo di leucemia, provi a scostarne un’altra, e trovi un uomo che sta scuoiando un topo, un’altra, ancora, e solo questa ragazza, immobile, e come assente, addosso, inequivoca, l’orma dello stupro – provi a fare una domanda, e il tuo interprete che crolla in pianto e ti dice scusa, ma non ho più parole, non ho più parole per tutto questo.

E’ così alla fame, Aleppo, così sfinita che i missili di Assad colpiscono, e si rimane ad abitare tra le macerie. Come a Ard al-Hamra, 117 morti – di cui 17 ancora qui, sparsi sotto di te. I vivi ti sbucano da scale, soffitti collassati, uno a uno, da pavimenti sgretolati, mozziconi di pilastri, un tappeto che pende da un ventilatore: non hanno che quello che hanno addosso, nel telefono di Fouad Zytoon, 36 anni, la foto di una testa scagliata su una mensola, è sua figlia. Insistono per raccontarti tutto nei dettagli, vuoi i nomi delle vittime?, ti chiedono, ho l’elenco completo, e tu ti vergogni a dirlo, ma no, non hai bisogno dei nomi, è sufficiente il numero, e poi è tardi, e Aleppo è mille storie e questo è solo un rigo del tuo articolo, è tardi, davvero, e poi sei stanco, e impolverato, e sei terrorizzato da questo aereo, sulla tua testa, che continua a girare, e girare e girare, il pilota che sta scegliendo chi bombardare, che forse sta scegliendo te e no: hai bisogno solo del numero, grazie è sufficiente, 117, di cui 17 mai recuperati – e il ragazzo, a bruciapelo, che ti guarda, ti dice: hai visto? non resta più niente, delle nostre vite, neppure un nome. 

Sembra normale, Aleppo. E i giornalisti sono andati via. Tra le macerie è cresciuta l’erba, tanto la guerra è diventata carne di questa città, i tassisti ti vedono con la Nikon al collo, e ti fermano, come fossi un turista, ti chiedono: ti accompagno al fronte? – ma poi incroci una bambina, e ti fa il saluto militare: poi incroci uno spazzino, per strada, un elettricista che ripara un’antenna, e come una sferzata di frusta, all’improvviso, il corpo che cade: abbattuti: un cecchino. Poi all’ingresso dell’ospedale, mentre l’aereo scompare, riappare plana, torna in quota, all’ingresso dell’ospedale sono stesi i cadaveri senza carta di identità, la gente passa, solleva appena il lenzuolo, si accerta non sia un fratello, un cugino. Poi entri in un campo giochi, mentre forse sta scegliendo te, e tra le altalene c’è un sacco a pelo, mentre forse tocca a te, e dentro il sacco a pelo un ragazzo violaceo, un foro alla tempia, poi entri in un portone, e i muri che sono uno schizzo di sangue, mentre sono i minuti più spietati, ti guardi intorno, e ovunque, sfiancate dall’artiglieria, queste case che sono un piano abitato un piano dilaniato, un triciclo carbonizzato appeso a mezz’aria, nel vento, nell’attesa dondolano una lampada una tenda, fossili di vite comuni. Perché sembra normale, Aleppo: poi entri in una scuola, un’aula, e ai mortai, i bambini che neppure si girano: solo a una grandinata di proiettili cominciano a discutere: è una doshka, dice Ahmed, 6 anni, no è un kalashnikov a canna corta, dice Omar, 6 anni anche lui, senti?, è più leggero di un draganov – mentre forse tocca a te, adesso, e non ti rimane che stringerti a te stesso, insieme a tutto quello che non hai detto, nella tua vita, le volte in cui non sei stato capace di amare, le volte che non sei stato capace di osare, le parole che ti sono rimaste impigliate tra le dita le volte che adesso è tardi, invece, è tardi per tutto, e la vita di una bellezza feroce: adesso che forse tocca a te.

Fino a quando per strada, poi, concitato, un uomo arriva, annuncia: bombardato Sheik Said. E perché è ruvido ammetterlo, ma – è feroce: ma è un sollievo infinito. Sheik Said: non tu. Un sollievo infinito. Sapere che qualcuno è morto. E perché è come se questa guerra ti avesse derubato non dell’umanità, ma all’improvviso, e con ancora più violenza: come se ti avesse lasciato nudo allo specchio, nudo in quello che davvero sei: perché conti solo tu, nella tua vita, sanguina ammetterlo, ma questa guerra non ti ha derubato di niente, la tua umanità, semplicemente, la tua diversità, sanguina – ma non è mai esistita: conti solo tu. E una vita così, che vita è? 

Sono andati via, i giornalisti – sembra normale, Aleppo. E il fronte, però, è ancora qui: capisci che ti è vicino quando in direzione opposta alla tua, inizia la fila dei siriani in fuga. Decine di furgoncini si stagliano contro un cielo che ribolle di esplosioni, carichi di tutto: e non è esattamente l’immagine che associeresti alla parola ‘liberazione’. Ma perché avanza così, il fronte: città a città, quartiere a quartiere: avanza come uno tsunami, dopo il suo passaggio non rimane niente, solo bambini che giocano a pallone nella polvere, mentre il regime bombarda tutto. Giocano come niente fosse. E d’altra parte: per rassicurare la popolazione, i ribelli si aggirano in jeep bardate di doshka: ma è una mitragliatrice placebo, contro un caccia ha l’effetto della cerbottana. Come dice Wael: l’unica contraerea, qui, è la pioggia. “L’unico rifugio è la fortuna”. Ha 8 anni.

L’unità dell’Esercito Libero in cui siamo embedded è composta da 13 uomini, di cui due in ciabatte – e gli altri non sempre hanno due scarpe uguali. Erano 17, in tre sono morti per recuperare il cadavere di un quarto che è ancora lì, in fondo alla strada. Dietro l’angolo, un cecchino del regime. Siedono con un bicchiere di tè in quello che un tempo deve essere stato un negozio, impegnati da un’ora in un’animata discussione di strategia per la presa di Damasco. Una donna, intanto, si affaccia guardinga: deve passare dall’altra parte. Ma nessuno se la fila: e dopo un po’, rassegnata, attraversa così, sola – mormorando in preghiera versetti del Corano. Eppure, lo raccomanda anche Wikipedia: si chiama ‘fuoco di copertura’. Sono due dollari a proiettile, mi fulmina Fahdi: “Ma sei matta?”, e torna a pianificare la presa di Damasco. I rinforzi, nel pomeriggio, saltano giù da una jeep sotto forma di Ayman Haj Jaeed, 18 anni. E’ il suo secondo giorno al fronte. Scrivi, mi dice: Assad è agli sgoccioli – e attraversa di corsa la strada con il suo kalashnikov, sparando il più possibile. Scrivi scrivi, mi urla di là dalla strada: ancora due mesi, e Aleppo sarà libera. Solo che ha sparato a sinistra. E il cecchino era alla sua destra.

Sono contro il regime, i siriani, ma anche, sempre più, contro i ribelli. Accusati di avere trascinato Aleppo in una guerra che non erano pronti a combattere, con le loro scatolette di tonno convertite in granate: e adesso, accusati anche di saccheggi e estorsioni, e soprattutto, di avere consegnato il paese a Jabhat al-Nusra. Significa Fronte del Sostegno: sono gli uomini di al-Qaeda, sbarcati qui da Iraq, Cecenia Afghanistan. Marsiglia, Londra: dalle periferie, dalle discariche della globalizzazione. Con la loro esperienza, e le loro armi sofisticate, stanno cambiando gli equilibri della guerra: ma anche gli equilibri della Siria, paese laico. A favore dell’Islam. 

Quello che era il quartier generale dell’Esercito Libero è ora il quartier generale di Jabhat al-Nusra. “Nelle aree liberate, il governo è costituito da corti islamiche in cui qualcuno poggia un Corano sul tavolo e chiama giustizia la propria volontà”, spiega il leader delle manifestazioni del venerdì, Abu Maryam: perseguitato dal regime, pestato dai ribelli, processato dagli islamisti. “Non abbiamo perso solo la rivoluzione. Abbiamo perso la Siria”. Perché gli jihadisti, secondo le stime, non sono che una minoranza, il 5 percento: ma sono i più addestrati, i più organizzati: sono quelli che decidono. Nelle aree sotto il loro controllo, non è raro imbattersi in lealisti trascinati per i capelli, fradici di sangue. La pelle una mappa di torture. “Ma la Siria sarà una democrazia“, ti assicurano. Fino a quando non piove un mortaio, all’improvviso – “rispetteremo tutti”, un secondo un terzo: mi infilo nella prima porta che trovo. Solo che sono tutti uomini, dentro: e sotto l’elmetto, non ho il velo. Sarà una Siria di liberi e uguali, ripetono: ma per ora, mi lasciano fuori.

Ti fissano stralunati, gli abitanti di Aleppo, fermi a bordo strada come un presepe dell’Armageddon. Perché poi passa un autobus verde, ed è un istante: pensi: come quello dietro cui ci siamo nascosti, quella volta, cecchini ovunque, e quel bambino, era quasi arrivato, anche lui, quasi salvo – ma è un istante: e tiri dritto. Solo che entri in una casa, poi, e a destra: un sottoscala. E come quello in cui quell’uomo, bombardavano, ti ricordi? e ti cedette il posto: perché potessi rimanere viva e raccontare al mondo. E all’angolo dello Shifa, poi, lì, quell’asfalto appena mosso: e ma perché c’erano due voragini, lì, due aerei, lì dove per poco non è morto Alessio, lì dove per poco non è morto Narciso e quel muro, davanti a te – ma perché c’era un cadavere, lì, e un mortaio che l’ha centrato in pieno, che l’ha disintegrato non lo senti? c’è un cadavere nell’aria, e ogni angolo, ogni angolo, cammini, e provi a tirare dritto, ma ogni angolo, e ti sembra di impazzire, l’intera città, e come un monumento al civile ignoto mentre improvviso, un bambino: ti si aggrappa al braccio, Ho perso tutto! Ho perso tutto!, urla, e ti strattona, e urla, ti implora, Ho perso tutto!, lì dove galleggiava una mano, e ti sembra solo di precipitare, mentre tutto torna, e Aleppo, davanti a te, si fa un caleidoscopio dell’orrore, scompare riappare, Ho perso tutto! urla, e non va via, non va via, ti si aggrappa addosso, Ho perso tutto!, lì, ti ricordi?, lì dove galleggiava una testa, lì dove credevi fossero calcinacci ed erano cocci di cranio, lì l’ultima volta che hai visto Abdallah, la prima volta che hai detto ti amo. 

E perché poi esausto, e ormai grigio di polvere, ti snodi tra gli ennesimi sacchi di sabbia per schivare l’ennesimo cecchino. Ma tra quanto arriviamo?, chiedi, i nervi in frantumi, è ancora lontano? – ed è solo allora che capisci questa guerra: quando in mezzo al nulla, Alaa ti dice: siamo già arrivati. 

Perché dell’antico souk di Aleppo, i 4mila metri quadrati più incantevoli del Medio Oriente, la cartolina più famosa della Siria, una vertigine di voci, e storie colori, uno straripare di vita, non è rimasto che questo: macerie. I piedi che cammini e affondano fino alle caviglie, spunzoni contorti di ferri arrugginiti, vetri, lamiere, le serrande sventrate e traforate dai proiettili. Polvere e pietre. Nient’altro. Ma veramente nient’altro. Ti guidano vicolo per vicolo, i ribelli, negozio a negozio: questo è il mercato del cotone, ti spiegano, questo il mercato degli orefici, a destra le spezie, lì in fondo l’argento. E invece non sono che macerie. Qui le spose vengono a comprare l’abito, e ti indicano un mozzicone di qualcosa, qui l’anello – verbi all’indicativo presente: e tu non vedi che niente. Qui dentro non è rimasto neppure un topo. 

Iyad ha 32 anni e un’aria fragile incastonata tra i muscoli larghi, fa il falegname – “Il mio laboratorio è quello all’angolo”, ti dice, anche se all’angolo non c’è che un soffitto franato, un moncone di muro, e anche se adesso fa il cecchino, due ore al giorno, ogni giorno, dorme qui, un materasso e una coperta di fianco a uno scheletro di porta, è morto il fratello è morto il padre, è morto il suo migliore amico, sono morti tutti, è morta sua figlia di due anni, nel cellulare la foto del cadavere nel sangue, e adesso fa il cecchino, semplicemente questo, due ore al giorno dietro uno scudo di sacchi di sabbia, guardi nel foro da cui spara e gli elmetti degli ultimi soldati che ha centrato sono ancora lì, in mezzo alla strada. Qualsiasi domanda, Iyad ha la stessa risposta. Ma cosa si prova, gli chiedi, la prima volta? e ti mostra il cadavere della figlia, mentre un uomo rantola, dentro il tuo mirino, cosa si pensa?, e ti mostra il cadavere della figlia, gli chiedi: ma quando tutto questo finirà, cosa farai? e che Siria sarà? e solo il cadavere della figlia, solo il sangue che cola – fino a quando ti dice: altro da sapere?, infila il telefono in tasca, e ricomincia a sparare.

Hanno diciassette, diciotto, vent’anni, e questi occhi trasparenti che puoi guardarci attraverso, e vederci le macerie alle loro spalle, per quanto sono vuoti. Combattono qui da otto mesi, l’orologio, a un muro, è fermo alle 17.47, era il 25 settembre, e Aleppo un inferno, un’esplosione ogni pochi secondi quando la città vecchia, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, fu travolta dalle fiamme. Si aggirano tra le spoglie della tempesta in kalashnikov e maglietta, sotto gli anfibi le calze dei Simpson: sono i nuovi padroni di Aleppo, ragazzini che hanno a stento un diploma, a stento un mestiere – e però hanno un kalashnikov, ora, ora hanno annusato il potere: e non torneranno a essere nessuno come ai tempi di Assad. Sono accampati qui con il loro fornellino da campeggio, il sacco a pelo, e come fosse il loro interrail, parlarci è inutile, non ricavi mezza parola mezza emozione. Presidiano ogni angolo, ogni avanzo di muro, qui, ha il suo checkpoint, le sue guardie: pattugliano le strade di una città immaginaria – “questo è il sarto migliore di Aleppo”, e non è che una catasta di lamiere taglienti sotto il tiro di un cecchino: perché quando ti imbatti in una nebbia di insetti, poi, tu che conosci Aleppo, ormai, lo sai: lì sotto ci sono resti umani.

E in uno squarcio di mortaio, a un certo punto, qualcosa di dorato ancora brilla. E’ un lampadario. Abbassi la testa, curioso, sgusci tra i sacchi di sabbia – scivoli dentro: e ti ritrovi tra decine di copie del Corano infilzate dai proiettili: è la vecchia moschea. E’ quello che ne rimane. 

I muri sfigurati dall’artiglieria, i candelabri divelti. Incisioni, decorazioni piallate via, le sfumature del rosso, sul tappeto, che sono ora sfumature di sangue. E da un pilastro all’altro, teli di plastica scura: i cecchini di Assad sono dall’altro lato del cortile. Perché è una guerra del secolo scorso, la guerra di Aleppo, è una guerra di trincea combattuta a colpi di fucili: ribelli e lealisti sono così vicini che si insultano mentre si sparano – al fronte, la prima volta non ci credi: con queste baionette che hai visto solo nei libri di storia, e pensavi non si usassero più dai tempi di Napoleone, oggi che la guerra si fa con i droni: e invece qui si combatte metro a metro, con quella lama legata alla canna, e cariata di sangue, e perché è davvero una battaglia strada a strada, corpo a corpo, i cani randagi, fuori, che si contendono un osso di tibia. Anche se non sono che pretoriani di un impero di morte, ormai, mentre ti salutano con il segno della vittoria come fossero davanti al Colosseo per una foto ricordo, e invece non sono che davanti a minareti schiantati a terra, rovi di lamiere mentre fermano il fotografo: dicono: qui è vietato entrare: è l’area riservata alle donne, e invece non sono che resti carbonizzati di cose che neppure capisci che sono – mentre montano la guardia a un’allucinazione: ma tutto, qui, tra i fantasmi delle spose, è più sacro della vita.

Sembrano strade, sono La strada di Cormac McCarthy. Neppure il muezzin, ormai, chiama più alla preghiera: cerca donatori di sangue per i feriti dell’ultimo missile, piovuto mezz’ora fa. E solo una grandinata di kalashnikov, all’improvviso, ti risveglia – fuori si ricomincia a sparare. E’ l’unico segno di vita – fuori, qualcuno muore. Qualcuno non è ancora morto.

di Francesca Borri e Stanley Greene 
(una versione ridotta di questo reportage è apparsa sul Fatto Quotidiano del 1 maggio)

 

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