Fra la popolazione dai 30 ai 34 anni le giovani con laurea sono il 24,2% contro il 15,5% dei maschi. Quasi nove punti che contano assai poco. Il divario tra uomini e donne e le differenze retributive, dice il Rapporto del consorzio interuniversitario AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani, segnala quanto ancora le donne, in questo caso tra quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro. Non solo: le laureate con figli lavorano e guadagnano meno rispetto alle colleghe senza figli. “E’ il segnale del persistere di un ritardo culturale e civile del Paese – commenta Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea – E’ una situazione che contribuisce anche a svalutare gli investimenti nell’istruzione universitaria femminile”.

Tra i laureati specialistici biennali, già ad un anno dalla laurea le differenze fra uomini e donne, in termini occupazionali, risultano significative (7,5 punti percentuali: lavorano 55,5 donne e 63 uomini su cento). Le donne sono meno favorite non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: 32% contro il 24% rilevato per gli uomini. A un anno dalla laurea gli uomini possono contare più delle colleghe su un lavoro stabile (le quote sono 39 e 30%) e guadagnano il 32% in più delle loro colleghe (1.220 euro contro 924 euro mensili netti). A cinque anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative e pari a 6 punti percentuali: lavorano 83 donne e 89 uomini su cento.

Il lavoro stabile è prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, l’80% degli occupati e il 66% delle occupate. Ciò dipende anche dallo sbocco prevalente nell’ambito dell’istruzione per le laureate. Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere rispetto al guadagno, lungi dal ridursi, aumentano ulteriormente: il divario cresce al 30% (1.646 contro 1.266 euro). Le differenze di genere raggiungono i 17 punti tra quanti hanno figli (il tasso di occupazione è pari all’89% tra gli uomini, contro il 72% delle laureate), mentre scendono fino a 7 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno prole (tasso di occupazione pari 61 contro 54%, rispettivamente).

Anche nel confronto tra laureate, chi ha figli risulta penalizzata: a cinque anni dal titolo lavora l’81% delle laureate senza prole e 69 di quelle con figli (differenziale di 12 punti percentuali). Il differenziale retributivo è del 14% a favore delle laureate senza figli (1.247 euro contro 1.090 euro). La percentuale vale per tutte le categorie sociali: fra i 24 e i 55 anni le donne lavoratrici con figli sono il 55%.

“Forti sono le responsabilità in termini di politiche a sostegno della famiglia e della madre-lavoratrice, soprattutto si evidenzia con forza lo scarto occupazionale esistente tra le laureate, a seconda della presenza o meno di figli”, rileva Cammelli. Perché “se da un lato in termini di salute e istruzione la parità tra i generi si può dire raggiunta, in termini di partecipazione politica ed economica la strada da percorrere è ancora molto lunga”.

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