Proseguono gli sbarchi sulle coste italiane di migranti e rifugiati. Gli scafisti sono spesso mercanti di speranza, anziché di morte. Continuano gli appelli all’Europa: andrebbe superato il principio di una gestione nazionale del problema. 
di , 20 Agosto 2013, lavoce.info
Proseguono gli sbarchi sulle coste italiane di migranti e rifugiati provenienti dalle coste meridionali del Mediterraneo e si susseguono i commenti e le prese di posizione sullo scottante argomento. Desidero qui analizzare due dei temi più ricorrenti: quello dei mercanti di morte, evocati per esempio dal ministro Alfano, e quello ancor più diffuso dell’appello all’Europa perché si faccia carico del problema.

Mercanti di speranza

L’etichettatura degli scafisti come pericolosi criminali, responsabili della morte in mare di molti passeggeri, collega il favoreggiamento dell’immigrazione non autorizzata con il traffico di esseri umani: un termine che a sua volta evoca scenari drammatici, di tratta, sfruttamento, sopraffazione. Questo legame è servito a innalzare la soglia di allarme, a giustificare l’impiego di ingenti mezzi nella sorveglianza delle coste e a inasprire le sanzioni nei confronti dei passatori.

Le due questioni del favoreggiamento dell’immigrazione e del traffico di esseri umani andrebbero invece disgiunte. E’ un dato certo che gli organizzatori dei viaggi e gli eventuali traghettatori traggono profitto dalla loro attività: in altri termini si fanno pagare dai migranti che desiderano raggiungere le agognate sponde europee. E’ anche vero che l’accresciuta sorveglianza ha provocato un innalzamento dei livelli di organizzazione illegale del trasporto e soprattutto l’imposizione di maggiori rischi a carico delle persone trasportate: abbandonate lontano dalle coste o non adeguatamente assistite nel viaggio, allo scopo di ridurre i rischi per i passatori. Ma per l’appunto i loro passeggeri, pressati dalle situazioni che hanno alle spalle, si imbarcano volontariamente e pagano per il servizio di trasporto.  Una volta sbarcati, molti di essi presentano domanda di asilo e ricevono una qualche forma di protezione dalle nostre autorità: 10.288, pari al 40,1% dei richiedenti nel 2011.

L’etichettatura come “mercanti di morte” entra quindi in contraddizione con lo status di rifugiati riconosciuto a molti dei passeggeri trasportati. Benché il paragone possa apparire provocatorio, l’attività svolta dagli scafisti non è molto diversa da quella dei contrabbandieri che durante l’ultima guerra aiutavano dietro compenso ebrei e altri perseguitati a raggiungere la Svizzera attraverso i valichi alpini.  Bisognerebbe quindi parlare di “mercanti di speranza”, anziché di “mercanti di morte”.  Certamente mercanti, perché non si tratta di benefattori dell’umanità. Non agiscono per solidarietà con i rifugiati, ma per profitto. Tuttavia i servizi di trasporto che offrono consentono a persone sottoposte a gravi pericoli di raggiungere luoghi sicuri e disponibili all’accoglienza. Chi  cerca scampo da gravi minacce generalmente non ha altre possibilità che affidarsi a loro.

Le scelte europee

Veniamo alla questione Europa. Qui i dati importanti sono due. Anzitutto, nel 2005 l’Unione Europea ha varato il sistema Frontex per coordinare la vigilanza sulle frontiere esterne dell’Unione. Finanziato con 6,3 milioni di euro nel 2005, ha visto il suo budget crescere a quasi 42 milioni nel 2007 e a circa 87 milioni nel 2010.  L’Unione quindi non lesina le risorse per il controllo delle frontiere, con incrementi molto maggiori di quelli registrati da tanti altri capitoli di spesa.
La seconda questione riguarda il numero dei rifugiati accolti da altri governi di questa Europa dipinta come distante e indifferente rispetto agli sbarchi sulle coste italiane. I dati del 2011 parlano di 571.000 rifugiati per la Germania, quarto paese al mondo per numero di persone accolte; 210.000 per la Francia; 194.000 per il Regno Unito; 87.000 per la Svezia; 75.000 per i Paesi Bassi, contro 58.000 per l’Italia. Se guardiamo al rapporto tra rifugiati e numero di abitanti, i dati ci dicono che  la Svezia supera i 9 rifugiati ogni 1000 abitanti, la  Germania si colloca sopra quota 7, i Paesi Bassi intorno ai 4,5, mentre l’Italia ne accoglie meno di 1.
Dobbiamo quindi ammettere che l’Italia, come il resto dell’Europa meridionale, si è finora tenuta abbastanza al riparo dai flussi internazionali di persone in cerca di asilo. I nostri partner europei, senza dirlo apertamente, a partire dalle convenzioni di Dublino (in particolare quella del 2003) stanno cercando di riequilibrare la situazione, obbligando i richiedenti asilo a presentare domanda nel primo paese dell’Unione in cui approdano.

Un’accoglienza seria e trasparente
Veniamo infine a qualche idea su come affrontare la questione. Andrebbe superato anzitutto il principio di una gestione nazionale del problema internazionale delle cosiddette migrazioni forzate: servirebbe una disciplina unica e una gestione comunitaria del dossier, affidata ad un’Autorità comunitaria. In secondo luogo, l’accoglienza andrebbe organizzata vicino ai luoghi di origine dei flussi, scongiurando il più possibile pericolosi viaggi per terra e per mare e tagliando per davvero le fonti dei profitti dei mercanti di speranza. Una volta accolti e assistiti i profughi in luoghi sicuri e dignitosi, le domande di asilo potrebbero essere istruite e vagliate con la cura necessaria. Se venissero accettate, i paesi dell’Unione Europea e possibilmente anche altri, dovrebbero accogliere i richiedenti secondo quote concordate e sulla base di idonei programmi di integrazione.

L’accoglienza umanitaria non è un optional, ma un preciso obbligo internazionale. I mercanti non si sconfiggono con le cannonate, e neppure con le manette, ma organizzando un’accoglienza alternativa, seria, rigorosa e trasparente.

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