Appena possibile, un’atleta vincente si concede nei suoi momenti di pausa un big menu con patatine extra-large ed una coca grande. Ecco uno dei paradossi della società contemporanea: è evidente come quest’affermazione sia poco credibile. Eppure, se la vediamo comunicata attraverso uno spot, ci sembra una situazione realistica. Un esempio? Pensate ai prodotti dolciari della Ferrero e alle promozioni degli stessi fatte da atleti nostrani: Andrew Howe, Fiona May, Federica Pellegrini, Alex Schwazer, etc. Se mangi tante merendine diventerai un campione d’atletica? Difficile. E se trangugi i biscotti promossi da Kakà ed El Shaarawy giocherai un giorno nel Milan? Altamente improbabile. Eppure sono moltissimi gli sportivi che promuovono cibi zuccherosi o pesanti da digerire. Si tratta dei risultati di uno studio americano sul legame tra alimentazione in età giovanile e la promozione del cibo in tv.

Il Rudd Center for Food Policy and Obesity dell’Università di Yale ha condotto uno studio tra i cento atleti professionisti più pagati degli Stati Uniti per controllare quanti di loro sono collegati a una sponsorizzazione di junk food o di bevande. I risultati sono che questi 100 atleti hanno rappresentato 512 brand, di cui quasi il 30% riferiti a moda e oggetti legati allo sport, e quasi un quarto del totale ha sponsorizzato cibo e bevande. Peyton Manning, star del football americano, è ancor più famoso grazie alla miriade di spot che hanno promosso i biscotti Oreo e la Papa John’s Pizza. «Abbiamo scoperto che Manning, il cestista LeBron James (McDonald’s e Sprite) e la tennista Serena Williams (McDonald’s e Gatorade) sono i tre che hanno interpretato più promozioni rispetto agli altri 100 atleti sui temi di cibo e bevande – ha spiegato Marie Bragg, una delle curatrici della ricerca – inoltre, vale la pena di segnalare come gran parte degli sportivi che promuovono questi prodotti provenga dall’Nba, seguita dall’Nfl (National Football League) e dall’Mlb (Major League Baseball)».

Perché sono scelti dei modelli fisicamente positivi per promuovere i propri prodotti? La risposta è tanto semplice da apparire banale. Ma in ogni caso le motivazioni sono state ribadite da una ricerca recente del sito Medical News: i genitori sono influenzati dall’opinione degli atleti sulla scelta del cibo, proprio per la loro fisicità, e altrettanto succede ai ragazzi. E come se ciò non bastasse, le amarezze sportive spingono a mangiare più “junk food”. Per questo, il tipico fan degli sport americani non si alza alle sei di mattina per fare jogging e conservare la “tartaruga”, ma come spesso il fisico dimostra è piuttosto incline a spararsi hot-dog, patatine, birra e bevande gasate, scongiurando l’esercizio fisico. Non succede per caso, come afferma la ricerca, ma anche a causa della persuasione pubblicitaria.

Il caso è scoppiato grazie all’iniziativa della first Lady Michelle Obama chiamata “Let’s move”, volta ad inaugurare un ciclo di informazione alimentare verso le nuove generazioni. A promuovere questa iniziativa anche il campione di basket Shaquille O’Neal e le cantante Beyoncé: sono stati proprio loro a finire nel mirino dei critici, visto che in passato avevano pubblicizzato junk food e bevande ricche di zucchero. Così, con la ricerca citata è stata approfondita la vicenda e si è rilevato che tra i 62 alimenti individuati, quasi l’80% erano ad alto contenuto calorico e a basso valore nutrizionale, mentre la quasi totalità dei 46 sport drink presenti, erano dolcificati con zucchero. Insomma, tutt’altro che alimenti naturali e adatti alla dieta di uno sportivo. Sarà che noi abbiamo Antonio Banderas in forma smagliante che ci racconta con quanta cura s’inventano i prodotti de Il Mulino bianco e che in Italia McDonald’s lo pubblicizza Gerry Scotti (ben più rotondo di Lebron James) con l’ausilio di Belen. Ma almeno la consapevolezza che il panino di un fast food non sia il boccone del campione dovremmo averla ben radicata nella nostra tradizione gastronomica e nella famosa dieta mediterranea. Il condizionale, come sempre, è d’obbligo.

di Gianluca Schinaia

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