Il Sentiero Oscuro

di Davide Avolio

 Parte I: La Caduta

1) I giorni perduti

Hel, anno 28559

 “…..e pertanto è possibile affermare che, contrariamente alle dicerie popolari, la magia delle tenebre non è pura distruzione.

Come abbiamo visto oggi, essa può essere efficacemente usata non solo per disinfestare case o campi, ma cosa ancora più importante, è essenziale per debellare definitivamente malattie derivanti da funghi, parassiti e affini, che uscirebbero invigoriti dall’energia luminosa dei comuni incanti lenitivi.

La prossima volta, come esercitazione, a ciascun gruppo verranno affidati dei topi affetti da tenia e dovrete curarli senza ucciderli.

Mi raccomando, venite preparati e non inventate scuse. Alla prossima.”

Con queste parole il professor Jayl, docente di magia generica all’accademia della città di Tarin, concluse la sua ultima lezione prima dell’esercitazione di fine trimestre. La classe iniziò rapidamente a svuotarsi, mentre gli studenti raccoglievano le loro cose e si affrettavano a tornare a casa per il pranzo.

“Bella storia Demian, hai sentito? Dopo aver curato piante, acceso falò e preparato cocktail ghiacciati ora ci tocca pure sverminare i topi.

Mi chiedo se la magia mi servirà per davvero a qualcosa di serio, prima o poi.”

“Innanzitutto non si tratta di sverminarlo, ma di curarlo dalla tenia, caro Farl.

E poi che pretendi ti facciano fare, se più di metà della classe riesce a stento

ad accendere un fuoco nel palmo della sua mano?”

Farl Estian e Demian Skoll, nella confusione generale si fermarono a parlare con calma, come al solito.

Erano un duo insolito, a detta dei loro colleghi.

Erano stati soprannominati la strana coppia, dai più.

I maligni preferivano invece chiamarli il principe e il povero.

Farl, infatti, veniva da una delle migliori famiglie della contea.

Era alto, biondo, con un fisico un po’ tozzo, ma a modo suo affascinante.

O almeno così lo riteneva il gentil sesso.

Demian contrariamente alle maldicenze non era povero, bensì proveniva da una famiglia benestante. Era di altezza media, corporatura esile ma muscolosa, e aveva uno sguardo torvo che invitava il suo interlocutore a non rivolgergli la parola una seconda volta. Farl era un fervente di una strana religione che andava molto di moda tra le famiglie bene, mentre Demian era indifferente a ciò che, per sua definizione, era più aria calda che altro. Sembrava impossibile che andassero d’accordo, avendo in comune solo un notevole talento per l’arte magica. Ma era proprio così. Dall’età di sei anni, quando si erano conosciuti alla scuola elementare del paese, erano diventati inseparabili.

Per certi versi, erano come i soli e le lune di Hel, diversi, ma complementari.

Ed erano uno indispensabile all’altro.

Farl, con la sua posizione e il suo carisma, gli permetteva, anzi a volte giungeva a costringerlo ad avere più di un ombra di una vita sociale.

Dal canto suo, Demian, con la sua fama e il suo cipiglio sinistro, teneva alla larga ruffiani e profittatori che cercavano di trarre vantaggio dalla disponibilità e dalla posizione ricoperta dalla famiglia di Farl.

Va detto che a unirli era anche una discreta noncuranza per l’altro sesso.

Anche se per Farl dipendeva dal fatto che in ogni caso anche le sue amicizie venivano scelte dal priore e da suo padre, mentre Demian era di gusti a dir poco difficili, e più che altro non si disturbava a guardarsi intorno.

I suoi problemi erano ben altri.

“Dici che dobbiamo studiare per l’esame di dopodomani?” Chiese Farl.

“Io mi preoccuperei più che altro di decidere a priori se umiliare o no quel branco di snob che compongono la nostra classe.”

“Andiamo, Demian, non sono poi così cattivi. Sono sicuro che se lasciassi avvicinarli un po’…”

“Non mi ritroverei più nemmeno le mutande.” Completò lui.

“Non puoi essere così pessimista! Vedi come ci insegna la congregazione dell’avvento luminoso…”

E qui Demian smise di ascoltarlo, limitandosi ad annuire di tanto in tanto, o a emettere un lieve grugnito quando le infervorate domande retoriche del suo compagno esigevano una risposta.

Mentre aspettava che l’ennesimo pistolotto finisse, Demian non poté evitare, come ormai gli capitava sempre più spesso, di paragonare la vita dell’amico con la sua. Invidiava sinceramente il carattere solare e l’ottimismo di Farl.

Ma sapeva bene che ciò derivava dal suo benessere familiare, dal fatto che grazie all’appoggio di cui godeva la sua famiglia non aveva mai affrontato un problema degno di questo nome.

Tutto si risolveva da sé per Farl, in virtù del suo patrimonio familiare o degli agganci costruiti da suo padre e da coloro venuti prima.

Per Demian la storia era ben diversa.

I suoi nonni materni erano contadini, mentre il nonno paterno era stato un tanto abile quanto dissoluto mercante. La nonna paterna era vissuta e morta nella sua ombra, senza che quasi se ne accorgesse.

Sua madre, nonostante la sua provenienza, era una donna colta e intelligente,

che era riuscita a diplomarsi con successo presso l’accademia centrale di Ekron,

ma che purtroppo aveva commesso un errore fatale: si era sposata per amore.

Il suo consorte era stato un quasi perfetto gentiluomo durante il corteggiamento

e un vero bastardo subito dopo il matrimonio.

Arrogante e prepotente, era convinto di essere chissà chi.

Per mantenere all’esterno l’immagine che lui aveva di sé, sperperava il patrimonio di famiglia, così come i soldi derivanti dal lavoro suo e della moglie.

Visto dall’esterno, sembrava un uomo gentile e disponibile, sempre pronto a scherzare e prodigarsi per chiunque.

Ma, nel suo modo di fare, vi era un qualcosa di esagerato e di ossessivo, che risultava evidente solo frequentandolo abbastanza a lungo.

Cosa che gli era valsa molte conoscenze, ma ben pochi amici.

Per la sua famiglia era solo un uomo meschino e mediocre, che costringeva la moglie a fare i salti mortali per arrivare a fine mese a causa dei suoi eccessi.

Prepotente e violento, regnava tra le mura domestiche come un tiranno, approfittando della patria potestà che gli era garantita dalla legge.

L’unica cosa che lo fermava dal picchiare la moglie o i figli, era il timore del biasimo che avrebbe ricevuto dalla comunità, se lividi o peggio fossero stati scoperti.

Pertanto, si limitava a sbraitare.

Almeno per il momento.

Demian era sicuro che, prima o poi, quel matto sarebbe scoppiato.

La sua unica speranza, era di essere presente quando fosse successo.

Così forse avrebbe potuto salvare la sua famiglia.

Farl era ben conscio di questa situazione, ma non poteva far nulla senza mettere seriamente in imbarazzo l’amico o la sua famiglia. Nonostante ciò, continuava a predicargli l’ottimismo e la sopportazione, dicendogli che prima o poi le cose sarebbero cambiate in meglio. Avrebbe voluto davvero potergli credere, ma aveva dovuto combattere per tutto sin da quando aveva memoria; per la scuola, i libri, per la madre e la sorella, e la lista era ancora lunga.

Qualcosa gli diceva che combattere era l’unica cosa che poteva fare.

Perciò quando l’amico incominciava con i suoi discorsi, faceva finta di ascoltarlo,

e quando finiva gli diceva

“Ok, faccio finta di darti ragione, ma passiamo ad altro”.

Quel giorno il pistolotto era durato fino all’incrocio a cui si separavano per andare alle rispettive case.

E una noia così prolungata non gli faceva presagire niente di buono.

Giunti a quel punto si lasciarono, mentre uno si dirigeva verso la zona delle ville, l’altro verso il più modesto quartiere residenziale.

Arrivato a casa, ebbe una felice sorpresa.

Lo sgorbio, così lo chiamava lui, era ancora fuori per “lavoro”.

Questo significava che se andava bene, avrebbero avuto ancora un po’ di pace.

“Sono tornato!” Disse appena varcata la soglia di casa.

“Bentornato, amore!” Lo accolse la signora Skoll con il consueto abbraccio, da cui si divincolò appena possibile.

“Per favore mamma, non sono un bambino! E poi lo sai che non vado matto per le smancerie.”

“Sì, sì. Parli bene tu. Anch’io ero così quando avevo la tua età, ma dovrai scioglierti un po’ quando finalmente avrai la ragazza. Piuttosto, come è andata al corso?”

“Il solito. La lezione era lenta per far seguire anche quei dementi, che alla fine hanno capito comunque poco o nulla, perché erano troppo impegnati a parlare tra loro per far funzionare il cervello.”

“Mi spiace. Sei stato sfortunato a trovarti in una classe così, ma sai che non si può cambiarla. E per il resto come è andata? Hai conosciuto qualche ragazza nuova interessante?” Disse con un tono che voleva essere noncurante, ma che sarebbe suonato carico di attesa anche al più sprovveduto degli ascoltatori.

“No, mamma. Nessuna all’orizzonte. Le ragazze non crescono sugli alberi, e per quel che ho potuto vedere, quelle interessanti sono impegnate o non interessate a loro volta. Possiamo piantarla una buona volta con questa storia?

Se la trovo è bene, se no è bene lo stesso. Non mi asfissiare ancora, ti prego. Piuttosto, quando si mangia?”

“Tra dieci minuti è in tavola.”

Convertito dal tempo genitoriale, significava almeno mezz’ora.

Aveva tempo di mettersi comodo.

Salito in camera sua, depose la borsa in un angolo e prima di ridiscendere in sala da pranzo prese un libro di magia dalla scaffale.

Sapeva che era meglio non far aspettare la madre una volta che fosse stato pronto, altrimenti avrebbe iniziato a lamentarsi per l’attesa.

“Ti aspetto da almeno un quarto d’ora” era la frase standard, quando di rado il suo tempo di risposta superava il minuto, al massimo due.

Tempo genitoriale. Si espandeva o contraeva al minimo bisogno.

Più lo studiava, meno lo capiva.

Comunque di sermoni ne aveva avuti abbastanza per quel giorno, quindi sceso al piano inferiore della casa si sedette al tavolo e incominciò a studiare.

Andò senza indugio alla materia del suo prossimo esame, che fortunatamente era anche la sua preferita: la magia delle tenebre.

Da quando era in grado di ricordare, la sua esistenza era stato un continuo lottare e nascondersi, cercando di avere al tempo stesso una vita il più normale possibile.

E in qualche modo, più si avvicinava alle tenebre, più si sentiva sicuro e protetto, come se indossasse un’armatura invisibile.

Questa sensazione riusciva a convincerlo che tutto sarebbe andato bene, e che niente avrebbe potuto toccarlo.

“A proposito” lo interruppe la madre, che si stava dando da fare ai fornelli

“oggi è arrivata una lettera di Kirye.”

Kirye era la sorella maggiore di Demian, una ragazza bella e intelligente,

ma dall’animo troppo fragile.

Quando il padre aveva iniziato a dedicarle “attenzioni” indesiderate, si erano risolti a mandarla in un prestigioso collegio privato, prima che accadesse l’irreparabile.

In questa maniera la tenevano la sicuro, ignara che la situazione in casa perdurasse. Inoltre, anche se la retta non era economica, era sempre meglio spendere quei soldi per la sicurezza di una persona amata, piuttosto che lasciarli in attesa di essere dilapidati in una delle follie di quell’uomo.

“Che dice la sorellona?”

“Solo buone notizie, per fortuna. Si trova bene, è in regola con i suoi esami, e le sue amiche si stanno comportando come tali.

Almeno da quel fronte possiamo stare tranquilli.”

Dopo ciò, smisero di parlare fino all’ora di pranzo.

Quel giorno, mangiarono stufato di carne con verdure e patate arrosto come contorno. Era tutto delizioso e, nonostante in genere non facesse caso a cose simili, non riuscì a non godersi il pasto. A tavola parlarono del più e del meno, senza toccare argomenti spinosi o importanti per non rovinare quel momento di pace.

C’era sempre tempo per litigare.

Finito di mangiare, sparecchiarono e si dedicarono al lavare pentole e piatti, mentre uno faceva all’altro il resoconto sommario della sua giornata.

Al termine dell’opera, Demian si diresse verso camera sua.

“Vai a riposare?” Gli chiese la madre.

“Ottima idea. Penso che andrò a stendermi anch’io per un’oretta.”

“A dire il vero stavo andando a prendere le spade per allenarmi nel bosco. Non ho sonno, e se un giorno riuscirò a diventare un signor avventuriero, non potrò basarmi solo sulla magia.”

“Ancora con questa storia dell’avventuriero? Hel sarà anche piena di tesori,

ma io penso che non tutti debbano rischiare di morire per arricchirsi.

Potresti fare un lavoro più semplice, ma comunque remunerativo, come…”

“Come mio padre?” La interruppe lui con la voce carica di disprezzo.

“Grazie, ma l’unica cosa che voglio avere in comune con quell’uomo è il bisogno di respirare. Ora vado.” Senza aggiungere altro, salì in camera ed estrasse velocemente dall’armadio il fodero con le armi.

Dopodichè, con passo affrettato, si lanciò fuori di casa in direzione della sua meta, gridando un rapido saluto alla madre, senza aspettare una risposta.

La passeggiata che seguì, lo aiutò a rilassarsi e ad accantonare momentaneamente

le incombenze giornaliere.

Doveva calmarsi. La spada, così come la magia, era ancora un padrone severo, che esigeva completa dedizione per raggiungere risultati validi e veri progressi. Abitualmente combatteva con due spade, uno stile non facile, ma che gli aveva dato molte soddisfazioni.

Ma la cosa più importante è che lo sentiva suo.

Una volta arrivato a destinazione, iniziò facendo un po’ di stretching, sciogliendo le articolazioni e rilassando i muscoli dallo stress.

Poi, come sempre, iniziò dalle basi.

Parata, affondo, schivata, di nuovo in guardia, e poi via in una serie di fendenti e stoccate via via più complesse ed elaborate.

Spostava il peso in continuazione da un piede all’altro, difendendosi da nemici che solo lui vedeva, rispondendo colpo su colpo, mantenendo la guardia impenetrabile. Aveva iniziato ad attaccare le foglie che cadevano dagli alberi, cercando di far sì che nessuna, nel suo raggio d’azione, raggiungesse il terreno intatta.

Non stava andando troppo male, quando un rumore lo mise in guardia.

“Sei in ritardo.” Disse.

“Non sono io in ritardo.” Gli rispose Farl di rimando

“Sei tu che sei sleale a cominciare senza di me.”

“Veramente l’appuntamento era per più di dieci minuti fa.

E dato che tolte le incombenze di tutti e due, lo studio e bla, bla, bla il resto lo sai,

il tempo non è molto, mica posso perdere tempo ad aspettare sua signoria.”

“Non chiamarmi così. Lo sai che non mi piace. No?”

“Eppure sono sicuro che faccia bene al tuo orgoglio.

Non che abbia bisogno di essere gonfiato ulteriormente, intendiamoci.”

“Brutto bastardo! Aspetta che finisca il riscaldamento e vedremo chi è il migliore e chi è un pallone gonfiato.”

“Io non ho mai detto una cosa simile, ma se pensi questo di te stesso, dimostri più buon senso di quanto pensassi.”

“Amico, guarda che così te le stai andando a cercare.”

“Che cosa? Le mutande? Sono sicuro di averle ancora addosso.”

Dato che altrimenti sarebbero andati avanti così per ore, decisero di piantarla lì. Demian ricominciò i suoi esercizi, mentre l’amico finiva di sgranchirsi.

Era buffo.

Litigare per davvero era un evento sgradevole, che in ogni caso ti lasciava l’amaro in bocca, mentre litigare per gioco come facevano sempre loro, riusciva sempre a risollevargli il morale. E la cosa più incredibile era che nei dieci anni in cui erano stati amici, non avevano mai litigato sul serio.

Nonostante le loro diversità, riuscivano sempre a trovare un compromesso quando necessario, e ad andare di comune accordo il resto del tempo.

Una volta Demian gli aveva detto:

“Farl amico mio, nonostante tu sia un inguaribile fesso, sei anche colui che mi ha salvato dall’Abisso”, intendendo l’abisso della disperazione, della solitudine e dell’autocommiserazione.

Ma non era riuscito ad ammetterlo per esteso, perché ancora troppo doloroso.

Al termine del riscaldamento, i due si schierarono uno di fronte all’altro, pronti a darsi battaglia. Farl usava lo scudo e la spada, lo stile da combattimento più in voga nelle famiglie nobili. Usavano entrambi delle armi pesanti come quelle vere, ma smussate e arrotondate, prive di ogni affilatura. Per evitare di farsi male combattendo tra di loro, ogni volta le avvolgevano, mediante un incantesimo della terra, con uno strato elastico e spugnoso molto spesso.

Nella pratica il risultato era ottimo, come se avessero infilzato dei cuscini

e si colpissero con quelli.

Sicuri di ciò, nessuno dei due ci andava piano, nessuno dei due si risparmiava.

Erano entrambi dotati e determinati.

Uno a ricoprire con successo il ruolo che da lui ci si aspettava, e l’altro per sfogare la rabbia e la frustrazione che altrimenti lo avrebbe schiacciato.

Effettuavano sempre prima tutti i movimenti di base imparati all’accademia,

poi gli avanzati, e infine le loro creazioni originali.

Entrambi combattevano con foga, non solo per dimostrare le proprie capacità, ma anche per essere un degno avversario l’uno per l’altro. Demian aveva uno stile particolarmente offensivo, quando attaccava, lo faceva con rapidità e precisione, quando difendeva, cercava di sfruttare le aperture che si creavano, dando vita ad istantanei contrattacchi.

In pratica attaccava anche in difesa.

Farl al contrario, preferiva un approccio più morbido e rilassato, si prendeva il suo tempo, alternando finte ad affondi, nella speranza di indurre l’avversario in fallo. Muoveva lo scudo con destrezza, cercando non di bloccare i colpi, ma di deviarli sfruttandone la superficie convessa. In questo modo la spada di Demian si allontanava dal corpo, lasciandolo scoperto.

Ma questo era proprio quanto si aspettava.

Infatti, benché tutt’altro che stupido o incapace, alla lunga Farl iniziava a combattere meccanicamente, diventando inevitabilmente prevedibile.

L’altro suo punto debole era il temperamento.

Calmo, quasi imperturbabile nella vita di tutti i giorni, si lasciava trasportare molto durante i loro combattimenti. Si innervosiva se le sue finte erano smascherate e i suoi attacchi vanificati.

E più falliva, più si arrabbiava. Più si arrabbiava, più sbagliava in un furioso crescendo. Demian lo sapeva, e doveva solo aspettare.

Al momento giusto iniziò a canzonarlo come un bambino di sei anni:

“Farl è un cesso, cesso, cesso! Datti all’ippica. Mio nonno era più veloce di te.”

Di norma un simile approccio non avrebbe sortito alcun effetto, ma in quello stato mentale Farl era una facile preda.

Come si aspettava, stufo delle canzonature si lanciò in un poderoso attacco, il più potente che conosceva.

Da distanza ravvicinata effettuò un affondo orizzontale con la spada, spingendo di lato con lo scudo per sbilanciare il nemico, sapendo che avrebbe schivato.

Dopodichè caricò la spada sopra la testa ed effettuando un breve salto, caricò tutto il suo peso nel fendente successivo.

Rapido, implacabile, ma previsto.

Con la spada nella mano sinistra, Demian si limitò a deviare la lama dell’amico quel tanto che bastava per non essere colpito, mentre facendo perno sul piede anteriore effettuava con la destra un micidiale affondo al plesso solare che rimandò il rivale a terra e col fiato mozzo.

“Beh, che dire, niente male per un deficiente.”

“Ma sta zitto. Hai avuto solo fortuna.” Non era la botta ad averlo maldisposto, quanto il misto di rabbia e sconfitta.

“Suvvia, vedrai che, forse, quando sarò vecchio e decrepito riuscirai a battermi.” “Invece di sparare balle a manetta come tuo solito, ti ricordo che con questa siamo solo 252 a 250 per te. Quindi evita di tirartela tanto!” Ribatté con rabbia.

“Dai, ti stavo solo prendendo in giro. Che gusto c’è a vincere, se no?

Vedrai che la prossima andrà meglio.”

Ne era sicuro, infatti quando aveva un vantaggio di due vittorie, e l’amico non trovava di suo una strategia vincente, perdeva apposta.

Farl per fortuna non se ne era mai accorto, con il suo orgoglio, non glielo avrebbe mai perdonato.

Ma era proprio il suo orgoglio su cui Demian faceva affidamento.

Sapeva che non dubitando mai di se stesso, l’idea non l’avrebbe mai sfiorato.

Era una vera fortuna, per tutti e due.

Al termine del combattimento, detersero il sudore e si asciugarono alla buona per poi dirigersi verso casa, commentando lo scontro e scambiandosi consigli su cosa avevano sbagliato e cosa sarebbe stato meglio fare in quale circostanza.

Al solito incrocio si separarono entrambi col progetto, bagno, cena, studio e letto. Tornato a casa ebbe una sgradita sorpresa.

Quell’uomo era tornato.

Questi lo accolse con gaudio, perché sebbene incapace di amare qualcuno al di fuori di se stesso, era profondamente maschilista, e vedeva il figlio come una specie di suo prolungamento, un giovane sé.

La cosa infastidiva enormemente Demian, ma sopportava di buon grado per mantenere l’ambiente familiare il più quieto possibile, evitando ogni problema. Poteva solo sperare che ripartisse al più presto.

Lo sgorbio aveva rilevato l’attività alla morte del nonno, e per fortuna il lavoro lo costringeva a stare fuori molto a lungo. Dubitava che al di fuori della casa e specialmente della città, la sua unica occupazione fosse il lavoro.

Ma non gli importava.

Non importava nemmeno alla moglie, che cercava di tenerlo lontano il più a lungo possibile. Meno c’era, meno danni poteva fare.

Occupò gran parte della cena con una rumorosa, lunga e pomposa esaltazione di sé. Descrisse dove era andato, chi aveva incontrato, con chi aveva commerciato e anche chi era riuscito a fregare tirando sul prezzo.

Demian non credeva a una parola.

Sapeva che l’indomani la madre avrebbe controllato la sua bisaccia, e solo allora avrebbe potuto sapere se avesse realmente guadagnato qualcosa.

Sperava sinceramente che fosse così.

La madre teneva nascosti i suoi guadagni, ma le folli spese dell’uomo li costringevano di tanto in tanto a mettere mano al patrimonio di famiglia, che piano piano si andava assottigliando. Al termine del racconto, mostrò i suoi ultimi acquisti personali, una serie di anelli e di amuleti di dubbia fattura e di pessimo gusto, su cui si dilungò a parlare esaltandone il valore e sottolineando che, grazie al suo ingegno, li aveva avuti praticamente sottocosto.

A una stima approssimativa, a Demian risultò che qualunque prezzo era troppo per quella paccottiglia.

L’unico modo per ricavarne qualcosa sarebbe stato fonderli e venderli come materiali grezzi.

Al termine di ciò, elargì i suoi regali: per la moglie due vistosi orecchini palesemente privi di valore, e per il figlio un po’ di monete d’argento.

“Devi godere del successo di tuo padre, come io ho fatto col mio. Solo così potrai essere un vero uomo e un vincente, come me!” Disse gonfiando il petto con orgoglio. A quella parola, non poté non farsi sfuggire un sorrisetto malizioso.

Non lo considerava tale da che aveva memoria. Lo sgorbio interpretò il sorriso come gioia e rispetto.

“Via , via, non è nulla. Domani fatti bello con i tuoi amici, mi raccomando!”

“Certo, come no.” Pensò “Domani darò questi soldi alla mamma per tamponare le perdite, sottospecie di falla umana.”

Come al solito, non appena ebbe finito di mangiare, quell’uomo, stanco per il suo presunto lavoro e con abbastanza vino in corpo da stendere un cavallo, si diresse a letto, senza degnarsi di aiutare o salutare.

“Puah! Spero non abbia buttato troppo denaro questa volta. Come mi piacerebbe che esistesse un incantesimo per fargli il lavaggio del cervello.”

Sbottò Demian non appena fu sicuro di non essere a portata di orecchio.

“Non dire queste cose. E’ pur sempre tuo padre.”

“Come se questo lo renda un uomo migliore della spazzatura che è.

Ma perché non gli capita uno di quegli incidenti di viaggio di cui sentiamo sempre parlare e non si leva dai piedi una volta per tutte!

Mi sa che è vero il detto che la gramigna non muore mai…”

“Senti,” Disse la donna interrompendosi mentre lavava i piatti, “lo so che non ti piace ma non possiamo farci nulla. Ringraziamo gli dei per come è andata stasera, domani poi ti farò sapere.” Aveva un’aria stanca, mortalmente stanca.

Sua madre era una donna dall’aria giovanile, ma in quei momenti sembrava terribilmente vecchia.

Preferendo evitare di ferirla ulteriormente, lasciò cadere il discorso.

Non si parlarono più per quella sera, il loro silenzio era fin troppo eloquente.

Era una quiete che parlava di un dolore condiviso, contro il quale si sentivano soli e impotenti.

Era come essere su una carrozza, con alla guida un cocchiere impazzito che lanciava i cavalli al galoppo verso uno strapiombo. E le portiere erano sigillate.

Loro potevano solo guardare e sperare che qualcosa ponesse fine alla corsa mortale. Che qualcuno facesse qualcosa.

Ma, da anni, nessuno dei due nutriva più una reale speranza. Finito di rassettare, si diressero ognuno alla propria camera e si scambiarono la buona notte. Appena entrati, lei seppellì la faccia nel cuscino e iniziò a piangere, al pensiero della miseria e della rovina che aspettavano sia lei e il figlio nell’imminente futuro.

A ogni viaggio di lui si avvicinavano sempre di più alla povertà, e non sapeva come proteggerli, specialmente per Kyrie, che andava tenuta lontano da quell’uomo. Demian invece, chiusa la porta a chiave, affondò nel libro di magia oscura, nella speranza di trovare la chiave di quella cella di cui non vedeva né sbarre né confini.

 

QUARTA COPERTINA

Hel è popolato da diverse razze, gli umani, gente come me e voi, gli Incarnati, che condividono il loro corpo con uno spirito animale, i Dragoni, nelle cui vene scorre il sangue degli antichi Wyrm, e i Cylent, misteriosi ibridi fra uomo e macchina.

Demian Skoll, giovane studente dell’accademia di Filosofia e Magia di Tarin, vive intrappolato in una realtà familiare difficile, che ne compromette il futuro. Nei suoi viaggi in giro per il mondo, scoprirà suo malgrado che i mostri peggiori non sono quelli che si trova a combattere per sopravvivere, ma quelli che si porta dentro incisi dal suo passato.

NOTE SULL’AUTORE

Davide Avolio è nato a Bari, laureato in chimica presso l’università Aldo Moro.

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