Una mera questione di facciata. La maggioranza si avvia ad approvare, senza convinzione ma in ragione di una necessità puramente mediatica, il decreto sull’abolizione (tra tre anni) del finanziamento pubblico ai partiti, da ieri in aula a Montecitorio. Il provvedimento, emanato da Enrico Letta dopo mesi di minacce al suo stesso partito perché si facesse carico in sede parlamentare, di una proposta di abolizione totale del contributo, doveva restare incastrato – secondo i piani iniziali – nelle maglie strette dell’ingorgo dei decreti in scadenza, causato dalla crisi di governo a sorpresa con contrazione dei tempi di discussione nelle aule. E invece alla fine si è scoperto che i tempi per approvare il dl in via definitiva ci sono eccome. Nonostante gli sforzi del M5S di affossare quella che nelle loro file viene bollata senza mezzi termini come una “legge truffa”.

Sul decreto gravano 300 emendamenti, su cui – da ieri – i 5 Stelle hanno cominciato il solito ostruzionismo prendendo la parola uno a uno “a titolo personale” per rallentarne l’iter, ma il diktat che è partito dalla maggioranza (con Forza Italia e Pd compatti, stavolta anche con Sel) è di approvarlo senza ritrosie; l’onda mediatica che salirebbe in caso di decadenza è da considerarsi ben più grave dell’approvazione di un decreto “scomodo” (le cui reali conseguenze, tuttavia, scattano solo a partire dal 2017). Certo, l’incidente è sempre dietro l’angolo, ma il “presidio” del Pd rende l’inciampo complicato. Una volta approvato, comunque, ci sarà modo di “rimetterci mano per rendere tutto molto più digeribile – sostiene una fonte della minoranza Pd, la più agguerrita contro il decreto – e dubito fortemente che si arriverà mai a quello che vogliono i grillini, ovvero il taglio definitivo del finanziamento pubblico. La politica e la democrazia hanno i loro costi, si sa…”.

Il timore della maggioranza è che qualcosa, in queste ore, possa sfuggire di mano, causando l’approvazione di un emendamento e dunque costringendo il dl a tornare al Senato determinandone – in questo caso sì – la decadenza. Tanto che ieri è partito dalla segreteria Pd un sms circolare a tutti i deputati, con l’ordine perentorio di restare compatti in aula (a turno) per evitare qualsiasi scivolata; di questi tempi, chi lo spiega all’elettorato che non si è voluto approvare l’unico decreto di tagli ai costi della politica? Già.

Il testo, com’è noto, è pieno di norme frutto di accordi di comodo scaturiti in commissione Affari costituzionali: fu modificato dai capigruppo Gelmini e Fiano quando c’era ancora il Pdl ma Forza Italia già era nell’aria. Ecco perché i 5 stelle ieri declamavano modifiche “di buon senso” che, se approvate, avrebbero reso meno “truffaldino” il provvedimento. Tipo: abolizione immediata di tutte le forme di finanziamento ai partiti (che invece restano fino al 2017), tetto massimo per le erogazioni liberali a 30 mila euro (ora invece sono oltre i 110), cassa integrazione per dipendenti di partito limitata al biennio 2014-2015 e non a vita (come è ora) e nessuna agevolazione di tariffa postale per chiedere il 2 per mille ai cittadini (il costo stimato, solo per il 2014, è di 9 milioni di euro). Nessuna di queste proposte sarà possibile discutere nella seduta fiume che, alla fine, consentirà di approvare in via definitiva il dl entro stasera o al massimo domani mattina. Poi, ovviamente, se ne riparlerà “in un momento politico diverso…”. Incidente permettendo.

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