Dopo sette anni di lacerazioni al-Fatah e Hamas hanno concluso oggi un accordo di riconciliazione nazionale che diversi analisti già qualificano come “storico”.

“Sono felice di proclamare la fine del periodo di divisioni interne fra i palestinesi”, ha detto commosso ai giornalisti il capo dell’esecutivo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. Ma mentre in casa palestinese vi sono state scene di gioia, il governo israeliano ha reagito duramente. “Hamas predica la distruzione di Israele ed è considerato una organizzazione terroristica sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Europea”, ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu. “Abu Mazen – ha affermato il presidente isrealiano – ha oggi optato per Hamas e non per la pace”.

Preoccupata la reazione degli Usa: “la riconciliazione tra l’Olp e Hamas potrebbe complicare gli sforzi di pace”, è stato il commento del dipartimento di Stato americano. E mentre al termine di una conferenza stampa congiunta i dirigenti di Hamas e dell’Olp si mettevano in posa a suggello delle nuove intese, a nord di Gaza si sono subito accesi nuovi scontri.

Un velivolo israeliano ha colpito un commando di miliziani, ferendo almeno una decina di persone. Subito dopo altri miliziani hanno sparato tre razzi verso la vicina città di Ashqelon.

Per raggiungere l’accordo odierno, i delegati hanno trascorso quasi due giornate nella residenza di Haniyeh, nel campo profughi Shati (Gaza), assediati da centinaia di persone che per lunghe ore li hanno incoraggiati a gran voce affinché firmassero la tanto attesa riconciliazione. Secondo alcuni osservatori, l’accordo finale è stato reso possibile da una precedente “riconciliazione” avvenuta in seno a Hamas: fra l’ala intransigente di Mahmud a-Zahar e Halil al-Haya e quella più pragmatica di Haniyeh e di Mussa Abu Marzuk, un esponente giunto dall’Egitto.

Hamas e Olp hanno concordato che Abu Mazen avvierà subito consultazioni nell’intento di costituire entro cinque settimane un governo di unità nazionale, composto da tecnocrati. Che potrebbe anche essere presieduto da lui stesso, col sostegno di Haniyeh e di Rami Hamdallah, attuale premier dell’Anp. Entro sei mesi dalla formazione di questo governo si dovranno tenere nuove elezioni per la presidenza dell’Anp, per il Consiglio legislativo e per il Consiglio nazionale palestinese: un “parlamento in esilio” del popolo palestinese. L’accordo prevede anche una profonda revisione delle strutture dell’Olp (in cui dovrebbero confluire Hamas e la Jihad islamica) e intese dettagliate, che però non sono state divulgate, sul futuro assetto delle forze di sicurezza palestinesi. Le preoccupazioni maggiori riguardano il “braccio armato” di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam, che difficilmente accetteranno ordini da esponenti politici di al-Fatah. Un altro interrogativo riguarda l’atteggiamento dell’Egitto verso il nuovo governo palestinese, dopo che il Cairo di recente ha definito Hamas “organizzazione terroristica”. La speranza a Gaza è che i dirigenti del Cairo sostengano ora attivamente la riconciliazione palestinese: in primo luogo, riaprendo il libero transito di persone e merci al valico di Rafah, fra Gaza e l’Egitto.

Quanto al futuro dei negoziati con Israele, Abu Mazen si é affrettato a rispondere a Netanyahu sostenendo che non c’è alcun contrasto fra le intese con Hamas, che sono viste come una questione interna dei palestinesi, e la prosecuzione dei negoziati. Ma esponenti del governo israeliano hanno accusato Abu Mazen di essersi “gettato nelle braccia dei terroristi di Hamas”. Il primo provvedimento è stato tecnico: l’annullamento di un incontro di negoziatori che doveva avere luogo in serata. Domani però il Gabinetto di sicurezza del governo Netanyahu potrebbe adottare reazioni ancora più energiche.

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