Hanno preso la corriera giovedì  prima dell’alba. L’appello dei viaggiatori inizia verso le tre di mattina e la partenza è alle quattro. Fa ancora buio non fosse per i neon nella stazione della compagnia di trasporto. Sono in sette ad aver scelto di tornare in Liberia. Due madri, due figlie e tre giovani. Sette storie come mani agrappate all’unico filo che resta appeso al mondo.

Joseph è il più anziano del gruppo. Dalla nativa Liberia è passato in Ghana, nel Burkina ed ha attraversato il Niger. Ma è solo nella capitale del Tchad, Djamena, che Joseph si è ricordato di non aver nulla da proporre come mestiere. Quello di vivere non è vendibile. Da Cesare Pavese in poi sembra essere diventato una banalità. Allora, espulso per mancanza di documenti, Joseph inizia il cammino a ritroso. Riappare senza giustificazione scritta un giorno dell’anno successivo. Lavora a stento in un cantiere edile per una settimana. Passa poi con disinvoltura a un servizio ambulante di caffé e té per la colazione di strada. Fallisce dopo un appena un mese. Non si scoraggia e inizia e vendere carte telefoniche. Quest’ultima attività lo indebita e il padrone di casa lo minaccia di sfratto. La tensione accumulata facilita una sorta di paralisi alla parte sinistra del corpo. Joseph torna in Liberia dopo quattro anni di occasioni perdute.

L’altro Joseph e il suo amico Leon sono gli ultimi arrivati a Niamey. Joseph arriva con una ferita bendata al piede provocata da un chiodo alla frontiera con l’Algeria. Li hanno espulsi entrambi per non fare inutili differenze. Leon all’inizio del colloquio dichiara di essere non udente. Solo quando sente il prezzo del biglietto risponde con prontezza. Sono stanchi di continuare e non disposti a restare. Vite migranti di viaggi, deportazioni, espulsioni e ritorni alla casella di partenza. Hanno imbrogliato l’età per fingere gli anni persi lungo la strada.

Fatou ha frequentato la scuola cattolica del Sacro Cuore di Monrovia. E’ la scuola della cattedrale che esporta lo stesso nome e titolo. Durante e dopo la lunga guerra civile quel nome era diventato sinonimo di ferite da rimarginare. Era la cattedrale del vescovo Michael Francis capace di sfidare l’arroganza del dittatore Taylor col cuore in mano. Fatou è in esilio volontario dal2003. L’anno della terza guerra mondiale come era chiamata familiarmente la guerra di Monrovia. Gli anni le sono passati accanto un pò dappertutto. Attraversa la Guinea, il Mali e si ferma qualche anno in Algeria. Tra un anno e l’atro nasce Veronica che ora ha sei anni e parla le lingue che ascolta. Claudius è il padre che le ha abbandonate per andare nel Sudan a tentare la sorte. Veronica lo difende neanche fosse il suo sposo promesso. Porta il lungo velo nero delle bimbe nigerine che vanno a scuola quando c’è. Sua madre ha fatto per l’occasione la messa in piega coi capelli finti.

Anche Maryse ha profittato della stessa guerra di Monrovia per partire. Dalla Costa d’Avorio passa con sua figlia Louise nel Burkina Faso. Tra i beni che si commerciano con la Nigeria ci sono i bambini e le ragazze. Louise dimostra più dei tredici anni e sua madre la porta altrove per evitarne la vendita. Per sopravvivere traffica con erbe medicinali e condimenti naturali. Fanno entrambe parte del gruppo che ha scelto di tornare nel paese dal quale la guerra le aveva rapite.

Sono parole imprestate al futuro. Sono vicende che camminano domandando. Sono danni collaterali di guerre che non sanno come finire. Sono ritorni su rotte inesplorate di utopie. Sono immagini reali rubate  dal copione della vita. Sono i testimoni non invitati dalla corte di giustizia. Sono silenzi per i quali le risposte si nascondono nel vento. Sono orme che la polvere scolpisce come ferite. Sono attese sfuggite all’imbargo della storia. Sono sentieri che solo chi si perde può scoprire.

La corriera è arrivata a Bamako con alcune ore di ritardo per noie al motore poi riparato. Il dio dei migranti viaggiava con loro.           

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