Vicende pagliaccesche da cui vorrei trarre il succo di una morale, alla luce di una discussione avuta giovedì scorso in un incontro romano, organizzato dalla rivista Critica Liberale, con tre parlamentari per commentare gli esiti delle elezioni europee.
Nel trio – tra l’ex Margherita ora Neorenziano e la Popolare per l’Italia allo sbando – spiccava in quanto a evidente diversità antropologica il parlamentare di Cinquestelle (di cui non dico il nome per evitargli procedimenti disciplinari da parte dei pasdaran del suo stesso gruppo). Il giovane, garbato quanto palesemente fiero delle sue scelte e della missione in cui si sta impegnando, ragionava civilmente e spesso in modo convincente; spiazzando chi – tra il pubblico – era in attesa di eccessi verbali (il Vaffa). Insomma, conquistava una platea di criticoni liberali con l’arma dell’onestà intellettuale e con il decoro di una non ostentata sobrietà (“scusatemi, devo lasciarvi. Vado a dare una mano a mia moglie: abbiamo tre bambini e non ci sono bay-sitter ad aiutarci”). Purtroppo lo sguardo del “cittadino parlamentare” iniziò a velarsi di tristezza alle immancabili domande sull’esito delle Farangialia (I like Farange), il referendum on line sul con chi stare nel Parlamento Ue (quando in Italia si teorizza lo stare da soli). Quell’allineamento della presunta “base che decide” al disegno del duo demiurgico di collocare sull’estrema destra il loro partito personale, in evidente concorrenza con la Lega del tracotante Salvini, nell’intento di intercettare voti in libera uscita nell’inarrestabile declino berlusconiano.
Una scelta di puro marketing, operata da chi identifica la politica nei videogiochi tipo spara-spara (“è una guerra”), confermata da una mandria obbediente di baciatori della pantofola virtuale dei capi. Lo stesso atteggiamento dei senatori Pd che avvallano lo stravolgimento della loro Camera, nel disegno (sovversivo/totalitario, toscanamente gelliano) di ridurre la politica a decisione del Capo, solo per poter lucrare i vantaggi monetari e pensionistici dell’arrivo sino alla fine della legislatura.
Nell’un caso come nell’altro, c’è solo un termine per definire tali comportamenti; tratto dal libricino di un proto illuminista del Cinquecento, Étienne de La Boétie: “servitù volontaria”. «Quale vizio, o meglio quale orribile vizio vedere un numero infinito di uomini non obbedire ma servire; non essere governati ma tiranneggiati… da un qualche omuncolo». Il vizio orribile nazionale di correre sempre in soccorso della vittoria, del “Franza o Spagna purché se magna”, che fa orrido capolino nelle vicende di questi giorni. Mentre mi si stringeva il cuore dalla tristezza ascoltando le repliche imbarazzate di un giovanotto certamente per bene, finito in un evidente vicolo cieco: come esprimere la propria passione civile, evitando la tagliola della sudditanza a un potere che è tale solo perché viene confermato dalla diffusa vocazione al servaggio. Visto che alternative non ce ne sono e le forze della conformistizzazione traggono ulteriore vantaggio dalla rendita di posizione.
Quale danno la riduzione di Tsipras-Italia a zattera dalla Medusa; che ha imbarcato narcisismi di reduci da mille naufragi, calcoli personalistici di presunte star interessate a svernare a Strasburgo…