Salvo che non sia uno dei tanti buoni propositi della politica a cui poi non si dà seguito, nel recente summit di Venezia, il presidente del Consiglio Renzi sembra avere preso posizione in favore di un’unica “Autorità europea per il digitale”, quale elemento utile a favorire gli sforzi per un Mercato Unico nelle Tlc. Non più di un cenno ma, ragionevolmente, si deve ritenere che ad esso corrisponda una quantomeno prodromica valutazione da parte del governo.

È consuetudine di questi tempi arrampicarsi rapidamente sul carro renziano e, avendo di recente avanzato la proposta di mettere mano alla vecchia legge Maccanico che rappresenta il pilastro su cui poggia la nostra Autorità di regolamentazione, la piroetta per me sarebbe facile e non più indecorosa di quella di tanti autorevoli politici di professione. Non nego di avere a lungo riflettuto sulla possibilità di un’Autorità europea come soluzione per assicurare all’Italia, in virtù di una salvifica eterodirezione, quella bussola regolatoria che le manca.

Tuttavia, nonostante il così autorevole “endorsement”, la proposta continua a non convincermi e, se questo è il “piano A” del governo per il semestre di presidenza della Ue, mi permetto sommessamente di insistere sull’opportunità di approfondire il “piano B” della riforma della legge nazionale. Ecco perché.

Ricordiamo, in primo luogo, che la proposta di Autorità europea non è affatto nuova. Nel 2009 ci provò, senza successo, l’allora commissario Viviane Reading nel licenziare il “Telecoms Package” che ha riformato le direttive di settore del 2002. In quella circostanza, principalmente per l’opposizione di Francia e Germania, si dovette ripiegare sull’istituzione di un organismo di consultazione delle Autorità molto “light”, il cosiddetto Berec di stanza a Riga: il posizionamento periferico la dice lunga sul suo reale impatto sul sistema europeo delle telecomunicazioni. Che cosa è cambiato perché sia oggi possibile ciò che cinque anni fa è stato accantonato?

Nel frattempo, l’Italia e la sua Autorità hanno perso costantemente posizioni nel rango delle potenze Tlc europee. L’Italia è scesa all’ultimo posto, superata ormai anche dalla Grecia, nella classifica dell’infrastrutturazione a banda ultra larga. La nostra Autorità, poi, non è più fra gli interlocutori privilegiati della Commissione europea da quando si è fatta severamente censurare sulle policy di prezzo della rete in rame, tanto da non essere invitata ad incontri di vertice, ove addirittura viene persino criticata dalle altre autorità più in armonia con la Commissione, la tedesca BNetzA, la francese ARCEP, l’olandese ACM, l’austriaca RTR e la britannica Ofcom. Salvo che il presidente Renzi e il ministro Guidi non abbiano qualche asso nella manica, forse il “piano A” rischia di essere velleitario. Non  guasterebbe, dunque, saperne di più.

Ma ora veniamo al merito. Ammettiamo pure che Germania e Francia decidano l’improbabile, ossia di delegare totalmente all’Europa la loro policy regolatoria nazionale e che il progetto di “Autorità unica per il digitale” vada avanti. È di questo che ha bisogno l’Italia? Al momento, viene da dubitarne.

Il Paese ha accumulato un tale ritardo che non può che aiutarsi da solo e pure in fretta. In Italia le infrastrutture sono tecnicamente diverse da quelle del resto d’Europa: manca il cavo e la rete in rame ha caratteristiche specifiche (sotto certi aspetti anche vantaggiose). Il territorio montuoso e la distribuzione non troppo disuniforme della popolazione sono significative peculiarità. Infine, il punto di partenza delle regole (sbagliate) è severamente penalizzante per lo sviluppo delle Ict. Mettere tutto questo in mano “allo straniero” non solo sarebbe umiliante, ma probabilmente neppure funzionerebbe. Ne è un esempio, piccolo ma illuminante, il deludente Rapporto Caio, di cui difatti nessuno più parla pur essendo vecchio solo di sei mesi. La commissione, istituita dal governo Letta, si avvalse di due esperti non italiani su tre (l’altro era, appunto, l’ingegner Caio) ma di fatto si è dovuto in gran fretta integrarla, sia pure informalmente, con altri due specialisti italiani messi a disposizione dalla Fondazione Ugo Bordoni.

Se manzonianamente “il coraggiouno non se lo può dare”, quanto meno evitiamo l’illusione che le regole ce le possano dare gli altri: potrebbero essere inefficaci o troppo dolorose. Meglio attrezzarsi per darsele da soli, le regole. E veniamo al “piano B”, la modifica alla radice della nostra legge nazionale: soluzione meno ambiziosa, ma più fattibile specie nell’attuale quadro politico e parlamentare.

Ricordiamoci che si tratta di una norma nata in tempi ormai sepolti, gli anni ‘90. L’Italia arrancava per entrare nell’euro e stava decidendo di sacrificare il “glorioso sistema Telecom”, che ne aveva fatto una potenza globale nelle Tlc – sia fisse che mobili – anche per fare contento l’anti-italiano e potentissimo commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert. Da parte sua Telecom Italia, all’epoca in condizioni di straordinaria liquidità, conquistati importanti mercati esteri, con il progetto Socrate tentava di fare in patria un altro salto di qualità, che si rivelò però assai sgradito alla politica (e per questo, forse, mortale): realizzare una moderna rete via cavo che allineasse l’Italia ai grandi Paesi del Nord Europa nella fornitura di un’alternativa televisiva all’etere.

Telecom era pubblica ma badava più al business e alle competenze e, in questo, differiva profondamente dalla Rai da sempre asservita a cordate politiche di qualsiasi colore. Nel mirare a regolare entrambi i settori, la nuova legge Maccanico, che successivamente fu spacciata come profetica nel preconizzare la convergenza tra Tlc e tv, prevedeva una “Piattaforma unica per trasmissioni digitali” via cavo in un articolo, poi abrogato intorno al 2005 quando il progetto Socrate era stato finalmente sepolto, che richiedeva la “collaborazione” fra Telecom e Rai. Questo sia detto solo per comprendere in quale clima nasceva quella legge e su quali presupposti oggi quasi totalmente inesistenti. Un’Autorità di settore, con membri indicati dalle segreterie di partito, ne poteva assicurare un controllo di fatto molto meno aleatorio di quello del Parlamento, inevitabilmente soggetto alle incertezze di correnti, e come si diceva un tempo, di gruppi di “peones”. Con buona pace delle competenze e dell’indipendenza.

In Europa non esiste altro grande Paese che preveda un’Autorità di Tlc che si debba preoccupare della “par condicio” (orribile latinorum a cui i nostri partner d’oltralpe sono poco avvezzi, nella forma come nella sostanza). Che cosa avverrebbe – presidente Renzi – se il “piano A” dovesse andare avanti? Naturalmente le regole sullo spettro seguirebbero le Tlc e qui qualche problemino per la nostra politica si potrebbe forse anche lontanamente intravedere. Dunque delegheremmo all’Europa le regole per le reti e i servizi nel fisso e nel mobile, lasciando in vita un’Autorità nazionale per il televisivo, frequenze escluse, cioè per le decisioni sulle quote di accesso della politica ai palinsesti e su quelle della distribuzione pubblicitaria? E chi paga?

N.B.: oggi le Tlc, non lo Stato.

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