Il 21 Luglio 2013 ho ricostruito su questo giornale la vicenda della “rendition” di Alma Shalabayeva e della sua figliolina di 6 anni. Mercoledì la Cassazione ha confermato la ricostruzione: l’espulsione fu “illegittima”, il passaporto della Repubblica Centro Africana non falso, la Polizia conosceva l’identità della Shalabayeva, la detenzione nel Cie di Ponte Galeria funzionale a impedire alla donna di presentare richiesta di asilo politico.

Trattandosi di sentenza in materia di convalida del provvedimento di espulsione, la Cassazione si è fermata qui: nulla ha detto sulle responsabilità penali delle persone che la sequestrarono. Ma il 25 settembre 2013 l’altra figlia della Shalabayeva, Madina, presentò alla Procura di Roma una denuncia contro i diplomatici del Kazakistan che si erano installati negli uffici del ministero degli Interni a Roma e, da lì, avevano organizzato il sequestro della madre e della sorellina Alua: l’ambasciatore Yelemessov, il consigliere degli affari politici Khassen e l’addetto agli affari consolari, Yessirkepov. E qui le cose potrebbero farsi interessanti.   

Il movente dei kazaki è chiaro: Ablyamov gli era scappato, avere in proprio potere la moglie e la figlia costituiva un efficace mezzo di pressione. Ma quale poteva essere il movente degli italiani che li aiutarono? E, soprattutto, chi furono costoro? Attraverso la prima risposta si giunge agevolmente alla seconda. È in effetti impensabile che una procedura di espulsione illegittima sia stata realizzata nel quadro di un’ordinaria attività di polizia. Bisogna ricordare che l’irruzione nella casa dove fu trovata la Shalabayeva era motivata dalla segnalazione della sede Interpol kazaka circa la presenza del marito di lei Ablyamov, ricercato internazionale. E, fino a qui, tutto regolare.   

Ma, una volta constatata l’assenza del ricercato, la successiva convulsa attività che portò alla consegna (dopo appena 67 ore!) della donna e della figlia minore ai kazaki (che la imbarcarono su un aereo privato) tutto può essere considerata tranne che ordinaria: sia per la sollecitudine che per le macroscopiche irregolarità e veri e propri falsi che la caratterizzarono. È pensabile che i funzionari di polizia avessero stipulato autonomamente accordi diretti con i diplomatici kazaki? Ovviamente no. È pensabile che lo avessero fatto i loro superiori gerarchici, tra tutti il capo di gabinetto Procaccini? Di nuovo no; quale motivo potevano avere prefetti e capo di gabinetto del ministero dell’Interno per mettersi al servizio di diplomatici stranieri, organizzare un’imponente azione di Polizia e – soprattutto – prestarsi a un’espulsione lampo? Uno solo, in realtà: eseguire gli ordini del loro referente politico, il ministro Alfano. Perché è evidente che la questione è politica: l’ammasso di irregolarità, illegittimità e, alla fine, veri e propri reati, si giustifica solo con ragioni politiche; nessun altro interesse può immaginarsi idoneo a indurre i pubblici funzionari a comportamenti così gravi.   

Ma quale interesse mosse Alfano? Non è difficile da capire: l’ordine del suo boss di allora, B., che aveva rapporti di amicizia con il presidente-dittatore kazako Nazarbayev. Se ne trova traccia sui quotidiani dell’epoca: Il Fatto del 18/7, Re  pubblica.it  del 15/7. Solo un coinvolgimento ai massimi vertici può spiegare l’asservimento del ministro dell’Interno e dell’apparato pubblico da lui dipendente.   

Sarà difficile provare le responsabilità di B; salvo improbabili confessioni di Alfano. Ma che il Tribunale dei ministri (si tratta di reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni) si occupi della vicenda non è improbabile: la Procura di Roma dovrà pur dare una risposta alla denuncia di Madina Ablyasova.

il Fatto Quotidiano, 1 Agosto 2014

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