Economia

Flessibilità, e se i numeri del rigore fossero tutti sbagliati?

Padoan litiga con Bruxelles sul Pil potenziale, cioè un ghirigoro di equazioni per determinare quanto ogni Paese produrrebbe in condizioni normali, cioè al netto della recessione. Difficile accordarsi su cosa sia davvero, ma ai governi piace: non amano la trasparenza

Il duello tra Tesoro e Commissione Ue sulla legge di Stabilità con il Mezzogiorno di Fuoco il 24 novembre (quando la Commissione emetterà i verdetti sui conti pubblici), verte su un’ambigua nozione: il Pil potenziale (potential output). L’ambiguità sorge principalmente perché si usa la stessa dicitura per concetti diversi, derivanti da teorie contrapposte. Per i keynesiani il ciclo economico deriva da variazioni della domanda aggregata a fronte di un’offerta quasi fissa. Per coloro che guardano all’economia reale (Real Business Cycle, RBC), la crescita deriva da fattori strutturali quali tecnologia, innovazione, istituzioni, fisco, scuola, infrastrutture, finanza, capacità imprenditoriali, professionalità, ecc. In questa visione il ciclo economico è il risultato dell’adeguamento dei fattori produttivi (quindi dell’offerta) e del sistema paese alla realtà in perenne mutazione.

Di conseguenza, il Pil potenziale per i keynesiani è il valore aggiunto che si produrrebbe in un’economia in piena occupazione nonché con impianti e macchinari utilizzati al 100 per cento. Nel RBC il Pil potenziale è determinato dalla crescita (o decrescita) di lungo periodo, frutto di sudore della fronte, sviluppo delle conoscenze ed efficienza dell’apparato pubblico. Ne discendono due ricette alternative: per i keynesiani la politica economica deve stimolare la domanda (principalmente con la spesa pubblica), per i “realisti” deve affrontare i nodi strutturali, favorendo il progresso tecnologico, il miglioramento del capitale umano e l’efficienza di quelle strutture complesse che definiamo sbrigativamente “mercati”. È inevitabile che anche i metodi statistici per calcolare questi due concetti di Pil potenziale divergano: per i keynesiani occorre un modello macroeconomico (denso di equazioni), per il RBC bisogna separare, attraverso filtri statistici (il più rozzo dei quali è la media aritmetica), il trend di crescita del Pil dalle fluttuazioni temporanee.

Tuttavia esiste un punto in comune, che genera confusione: il divario tra Pil potenziale e Pil effettivo è chiamato output gap e definisce la gravità di una recessione. Durante una recessione il gettito fiscale diminuisce, mentre aumentano le spese per la protezione sociale: per questo motivo il deficit strutturale del bilancio pubblico (oggetto della contesa del ministro Padoan con Bruxelles) è il deficit effettivo depurato dalla componente imputabile all’andamento del ciclo. Il Fiscal Compact fissa il deficit strutturale allo 0,5% del Pil, mentre per il deficit effettivo il limite è il fatidico 3%. Ma l’istmo tra il continente della teoria e l’isola della pratica è costellato di insidie, a cominciare dai dati inaffidabili (ad esempio lo stock di capitale). Pertanto il calcolo, in astratto semplice, dell’output potenziale, a Bruxelles si ingarbuglia in ghirigori econometrici e teorie cervellotiche.

Per ottenere una stima del Pil potenziale, secondo i keynesiani, bisogna definire un tasso di disoccupazione“normale”. Prendiamo ad esempio la Spagna, dove la disoccupazione è al 24,4%. La piena occupazione corrisponde a un tasso tra il 5% e il 6%. Ma se si usasse questo dato il Pil potenziale in Spagna si impennerebbe a livelli stratosferici. Di conseguenza l’output gap assumerebbe proporzioni oceaniche e il deficit pubblico effettivo compatibile con tale livello manderebbe in estasi simbiotica Krugman e Cirino Pomicino. La toppa si chiama NAIRU, una sigla che in inglese definisce il tasso di disoccupazione al di sotto del quale l’inflazione accelera. Quindi invece di usare un tasso reale di piena occupazione, si ricorre a metodi fantozziani per “stimare” questa corazzata Potëmkin (varata nei cantieri Curva di Phillips).

Per la Spagna e la Grecia, secondo la Commissione, il NAIRU sarebbe intorno al 20%, così l’output gap, miracolosamente, si accuccia a un livello politicamente accettabile. Risultati siffatti hanno ovviamente sollevato un vespaio di polemiche virulente: la Commissione è accusata di aver sottostimato il Pil potenziale provocando l’irrigidimento della disciplina fiscale, persino laddove era futile, come in Germania. Per l’Italia il Tesoro ha sottolineato, nelle carte inviate a Bruxelles, che prima del 2008 la crescita potenziale era stimata dalla Commissione all’1,4%, mentre per il periodo 2008-15 tale crescita è diventata addirittura negativa: -0,2%. Come interpretare questo dato? Anche in “piena occupazione” e con tutti gli impianti a pieno regime, l’Italia sarebbe destinata alla recessione permanente? Il Belpaese è l’Eden di Latouche?

In definitiva, il ventre molle della Commissione, artificialmente inseminato da compromessi politici maldestri, ha partorito uno sgorbio di metodi quantitativi, su cui hanno facile gioco a scagliarsi i governi refrattari a regole e politiche sane. Gli obiettivi di politica economica devono essere chiari, semplici e soprattutto comprensibili ai cittadini. Sarebbe stato più lineare imporre una verifica rigorosa (condotta da certificatori indipendenti dalle autorità nazionali) degli effetti diretti della recessione sui maggiori capitoli di bilancio pubblico per ogni paese e scalarli dall’obiettivo di deficit effettivo. Ma tale soluzione avrebbe comportato un livello di accuratezza e trasparenza nei conti pubblici che i governi aborriscono. Molto meglio, dal loro punto di vista, complicare le cose, litigare a Bruxelles e continuare a pestare acqua torbida in un mortaio bucato.

da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre 2014