Esiste un’imposta più odiata (e ben rappresentativa della cialtroneria italiana) quale il “canone Rai”? No.
In questi giorni è tornato di grande attualità perché qualche illuminato governante ha pensato di introdurla nella Legge di Stabilità (nome curioso poiché non c’è più nulla di instabile di ciò che si appresti a garantire un equilibrio finanziario per qualche ora al più, attesi gli interessi voraci di oltre 80 miliardi sul debito pubblico che è di circa 2.100 miliardi) come obolo obbligatorio in bolletta, al fine di “stanare gli evasori” (mentre quelli alle Cayman ed in Svizzera stiano sereni). Il delirium tremens pare sia stato ieri abbandonato (più per il timore di perdere consensi che per questioni tecniche).

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L’occasione è però sovrana per fare chiarezza su un’imposta che è l’icona di uno Stato illiberale, autoritario, obsoleto, putrescente. L’Italia appunto. Uno Stato da demolire e rifondare. Partiamo con lo spiegare cosa sia il canone. Ci soccorre nella specie wikipedia alla voce ben curata “Canone televisivo”: “Il canone televisivo o canone Rai è un’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano. La natura giuridica del canone si basa su quanto disposto dal regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246 relativo alla Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 78 del 5 aprile 1938). (…) Resta dunque in vigore (…) la seguente disposizione: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto.» (R.D.L. 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni.”). (…) La sua qualificazione giuridica è stata sancita dalla Corte costituzionale: «Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio […] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria […] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta» (Sentenza del 26 giugno 2002 n. 284, Corte costituzionale) (…) Così, definita imposta, la prassi della determinazione di un canone a prezzo unico è stata ritenuta conforme al principio di proporzionalità impositiva, in quanto la detenzione degli apparecchi è essa stessa presupposto della sua riconducibilità a una manifestazione di capacità contributiva adeguata al caso.

La Corte di Cassazione ha esplicitato la natura del canone di abbonamento radiotelevisivo: «Non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l’Ente Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, dall’altro, ma costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo» (Sentenza del 20 novembre 2007 n. 24010, Corte di Cassazione). Pertanto l’imponibilità dipende esclusivamente dalla detenzione di un apparecchio, indipendentemente dall’effettiva ricezione dei programmi della Rai o dalla mancanza di interesse a riceverne. (…) «In mancanza di regolare disdetta l’abbonamento si intende tacitamente rinnovato.» (R.D.L. 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni.”)”.

Capite dunque come il canone sia il frutto velenoso di una fonte legislativa di 75 anni fa, legittimata in modo assai discutibile dal Giudice delle Leggi e dalla giurisprudenza di legittimità. Si deve pagare un’imposta solo perché si detenga un apparecchio idoneo alla ricezione radio audiovisiva, indipendentemente dal fatto che ciò poi avvenga. Una imposizione aberrante che neanche nella Russia di Stalin. Il sito apposito è ingannevole al pari degli spot pubblicitari che a breve inonderanno la nostra vita con il comando “Devi pagare il canone/altrimenti sei un evasore”.

Ora, pagare il fisco è cosa buona e giusta se lo Stato ti restituisce quanto versi in servizi e in buona amministrazione (nel Nord Europa avviene così, dove il rapporto è chiaro, corretto e trasparente). Diversamente diviene un’imposizione aberrante che rasenta l’illegittimità. Il fisco è oramai un randello con cui si umilia e annichilisce la democrazia, poiché colpisce i deboli e premia i furbi.
Nel 2008 mi si ruppe la Tv e con somma gioia colsi l’occasione per disdettare il “canone”, comunicandolo con raccomandata e obolo aggiuntivo per eventuale sigillo. Da allora beatamente non guardo più la Tv e una Rai che ha smesso di diffondere cultura da decenni. Ed anche tale involuzione ha contribuito alla decadenza della nostra società.

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