Spesso sento parlare di nativi digitali e la definizione mi affascina. Soprattutto quando vedo mia nipote di quattro anni che usa il cellulare meglio di me e spedisce a chilometri di distanza le sue piccole scoperte di giornata. O quando l’altro mio nipote, mi rivela di passare parte della sua vita su una tavoletta. In un incontro sulla comunicazione con giovani locali, che non nascondono il loro sentirsi di sinistra impresso nella conformazione dei globuli come nel taglio dei capelli e nel modo di vestire, ho messo in piedi la teoria dei cavernicoli. Ovvero, quelli che noi chiamiamo nativi digitali, altro non sono che la riproduzione dei nostri antenati.

Pensateci: i primi segni comunicativi sono stati i graffiti sulle pareti delle caverne. Le linee curve o dritte che assemblate rappresentavano immagini di animali, uomini dediti alla caccia strumenti e luoghi. Oggi siamo tornati all’uso di linee dritte o curve, o immagini predefinite per rappresentare le stesse cose con in più le emozioni :). Anche i cavernicoli, con le dimensioni dei soggetti rappresentati comunicavano stati emozionali, ma non erano arrivati alle sublimazioni che oggi il mercato ci ha organizzato per sostituire le parole: <3 .

Internet bullying researchIl cerchio sembra chiudersi e si passa dalla comunicazione primitiva alla sua riproducibilità tecnica con una assimilazione planetaria senza precedenti. Siamo finiti nelle caverne dell’hashtag # senza accorgercene, ed esso è il simbolo per eccellenza più vicino ai graffiti. I nostri nipoti non avranno agorà, ma caverne digitali allestite in strutture premontate ed automontate, modulari in ogni caso. Lo stesso selfie va in questa direzione, ma in sostituzione di cinema ed arte. Ma questo e’ un capitolo a parte :D.

Insomma io cerco e ricerco i punti deboli della mia teoria del cerchio della comunicazione che nasce nelle caverne e giunge più o meno alla stessa cosa, e mi spuntano le immagini di Kubrick con le scimmie che si scontrano con ossa. E mi dico: tutto chiaro… la ciclicità fenomenica della storia si compie, l’avevano intuito tutti. Però, il mio hashtag mi infastidisce come un’ernia al disco e non riesco proprio a sopportare l’idea che tutti abbiano lo stesso segno identificativo prima di una parola. Quelle quattro linee (#) poi se spostate e manovrate, possono facilmente diventare una croce celtica e chi non conosce la storia potrebbe anche fare confusione ed assumere altri simboli in futuro similari anche dal punto di vista della devastazione sociale e politica.

In questi tempi di vuoti a perdere non si sa mai come possa finire! E’ vero che si tratta di un cancelletto verso la libertà, come lo interpretiamo tutti, ma anche le gabbie hanno cancelli. Ai miei nipoti regalerò un bel libro, di quelli spessi e con qualche foto o disegno dentro, magari La terra delle caverne dipinte, con disegni e parole. O qualche libro del maestro Mario Lodi, con tavole colorate.

Ed anche se sono sicuro di ricevere un grazie con due strisce di faccine su WhatsApp, ed anche un audio che adesso va per la maggiore, sono sicuro che sarà gradito, con la stessa felicità che ho provato io quando mi regalarono un cofanetto con dentro libri di Salgari e Verne con la sostanziale differenza che allora io avevo dodici anni, non quattro.

Il mondo scappa, mentre vorremmo passeggiare :(.

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