C’è qualcosa di distorto e inaccettabile, politicamente parlando, s’intende, nell’opposizione che la minoranza del Partito democratico dice di fare alla linea del segretario e premier Matteo Renzi.

Non c’è stato provvedimento governativo, dall’economia alla giustizia, dalla finanza al sociale, che negli ultimi dodici mesi non abbia ricevuto critiche pesanti dagli esponenti dell’opposizione interna.

Il disaccordo e le censure non hanno toccato solo questioni di importanza secondaria. Un buon numero di volte si sono concentrate su problemi che investono la natura stessa del partito, la sua ragione d’essere, gli interessi che rappresenta o che dice di volere rappresentare.

Su tali questioni si arriva a un punto in cui anche in politica la flessibilità sui principi dovrebbe toccare il suo limite. Una situazione in cui se non si è d’accordo non ci si limita alle critiche: si esce e basta da quel partito. Non farlo, ecco il punto, lascia spazio ad ogni genere di sospetto su quella politica parolaia, quella predisposizione al compromesso che consente di occupare lo spazio dell’opposizione pur restando con la “maggioranza”. Si è, al contempo, maggioranza (il partito nel quale si continua a militare nonostante le critiche) e opposizione, spuntando tutti i vantaggi che una simile collocazione è in grado di garantire.

Eccola l’inaccettabilità della situazione che si è creata: mettere il piede nelle classiche due scarpe togliendo spazio e riconoscibilità ad una eventuale, netta dissidenza (se davvero esiste).

Prendiamo l’ultimo caso: il jobs act e le critiche che, al solito la minoranza, gli ha fatto piovere addosso. Qualche citazione dall’articolo che Luca De Carolis ha scritto ieri sul “Fatto Quotidiano”. Gianni Cuperlo: “Quella di venerdì non è stata una giornata straordinaria, i lavoratori hanno perso un po’ della dignità”. Stefano Fassina: “Il governo ha dato uno schiaffo al gruppo parlamentare del Pd e ha inferto una ferita per il Parlamento. Con il jobs act si è tornati agli anni ‘50”. Alfredo D’Attore: “Sul jobs act eravamo partiti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario, e siamo arrivati con la fine della piena tutela”.

Ecco, dopo simili parole, cosa ci si aspetterebbe da leader coerenti e davvero schierati dalla parte dei soggetti sociali (operai, impiegati, categorie, classi) che si vuole danneggiati dai provvedimenti governativi? Ci si aspetterebbe un gesto di chiarezza, coerenza, magari uscendo da un partito “perso” rispetto alle sue ragioni fondative per costruire, nel nome della chiarezza politica, qualcosa di diverso.

Invece, vedrete, non succederà niente. I fieri oppositori resteranno al loro posto. A protestare, naturalmente, criticare, gridare al tradimento. Fino alle prossime elezioni. Quando riusciranno magari a spuntare il solito posto sicuro nelle liste elettorali. Continuando ad opporsi, va da sé, perchè un’opposizione di questa fatta fa comodo allo stesso Renzi. Anzi, Renzi ne ha proprio bisogno, giacché con una dissidenza vera rischierebbe di perdere consensi e magari pure la guida del Pd.

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