Esiste una sentenza spocchiosa e risolutiva nell’enomondo più talebano secondo la quale sarebbe inutile bere riesling in Italia. Semplicemente perché non ne esistono di soddisfacenti, anzi potabili per amore di iperbole. Si badi bene, la cosa varrebbe, seppur con meno severità, anche per quelli alsaziani. Perché nemmeno la Francia può guardare alla Germania quando si parla di uno dei più grandi bianchi del mondo (il più grande per aggiungere un’altra sentenza a corto respiro di dialettica). Ecco, per quanto mi sia impegnato nel tempo a confutare tale assioma, devo confessare il fallimento: bere riesling di alto livello in Italia è impresa vera. L’accento tedesco li aiuta un po’ nelle terre altoatesine, ma una certa generale grassezza e un peso alcolico importanti ne fanno una versione monca sotto il profilo della bevibilità. E un riesling senza bevibilità è come un Salvini senza un extracomunitario.

Poi ho bevuto l’Herzu di Ettore Germano (2 ettari per appena 13.000 bottiglie, su terreno limoso, calcareo e pietroso) e la luce si è accesa. Non che abbia fatto chissà quale scoperta, da qualche anno il vino viene premiato in qualsiasi guida, eppure ero diffidente: un grande riesling nelle Langhe, nella terra rossista per eccellenza? Poi lo bevi e rimani di sasso. Ecco, sasso è la parola giusta, vista la mineralità e la sapidità che esprime sfrontatamente. Bello e inconfondibile il naso, ricco di agrumi, pesca, spezie e sentori di muffa nobile. In bocca ha corpo e fragranza, bello nervoso ed elegante. La beva: travolgente, con la grande salinità contrapposta al limitato residuo zuccherino (sui 5 grammi per litro). Non so se alla cieca potrebbe reggere il confronto perfino con i migliori della Mosella (forse gli manca ancora qualcosa in finezza e pulizia), ma per quello che mi riguarda è di gran lunga il miglior riesling italiano. Provare per credere.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Parchi, orti e giardini d’eccellenza: la nuova frontiera del turismo

next
Articolo Successivo

Viaggi: alla scoperta dell’Aja

next