“Avevamo ricevuto segnalazioni su alcuni degli appalti toccati dall’inchiesta della Procura di Firenze e avevamo fatto delle istruttorie sui lavori per alcune stazioni ferroviarie e su Italferr, ad esempio. Ma tutto a cose già avvenute, come Autorità non abbiamo il potere di intervenire tempestivamente”. Parola di Francesco Merloni, professore di diritto all’Università di Perugia e consigliere dell’Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, interpellato sull’inchiesta “Sistema” che ha portato all’arresto, tra gli altri, del super burocrate Incalza e sta facendo traballare la poltrona del ministro Lupi.

Sul potere dei burocrati di Stato Merloni aggiunge “La legge vieta ai funzionari di ricevere incarichi da soggetti esterni fino a tre anni dopo la fine del proprio servizio, ma le amministrazioni fanno muro contro la trasparenza. L’Italia è uno dei paesi in cui i procedimenti disciplinari nei confronti dei funzionari sono tra i più bassi”.

Professore come è possibile che un super burocrate del ministero delle Infrastrutture come Incalza abbia potuto fare delle consulenze, secondo quanto emerso dalle indagini, per un’impresa affidataria di lavori nelle Grandi Opere?
In realtà questo non dovrebbe avvenire. Perché il lavoro di un funzionario è incompatibile con altre attività, a meno che non venga autorizzato dal ministero che però dovrebbe verificare la presenza di eventuali conflitti di interesse. Con la legge anticorruzione, poi, il funzionario non può ricevere un incarico da una società che opera nel proprio settore neppure nei tre anni successivi alla fine del rapporto di lavoro con lo Stato. Ma penso che il soggetto in questione fosse in pensione o in una posizione che in qualche modo aggirava l’ostacolo di legge (Incalza risultava consulente esterno del ministero perché era da tempo in pensione, ndr). Normalmente i funzionari fanno attenzione a questi aspetti, perciò fanno girare i favori sui propri parenti o affini.

Ma chi dovrebbe controllare che ciò non avvenga?
Il dipartimento della Funzione Pubblica (struttura della Presidenza del Consiglio guidata oggi dal Ministro per la semplificazione e Pa, Marianna Madia, ndr). Ma l’Italia è uno dei paesi in cui i procedimenti disciplinari nei confronti dei funzionari sono tra i più bassi. Se il potere lo dessero a noi, come Anac, lo eserciteremmo volentieri.

E i politici?
La Legge Frattini (normativa sul conflitto di interessi approvata nel 2004 dal governo Berlusconi, ndr. ) impone dei limiti di questo genere anche ai Ministri, che non possono avere interessi nei settori nei quali operano. E se ce li hanno devono dichiararli e possibilmente privarsene. Diversa la situazione dei parlamentari: un industriale può fare il parlamentare.

Eppure la legge sembra lettera morta. L’Autorità cosa fa?
Stiamo provando a scardinare la corruzione di sistema, ma è un percorso lungo. E stiamo incontrando notevolissime resistenze da parte delle amministrazioni che di fronte a temi come la rotazione dei dirigenti, l’inconferibilità degli incarichi o la trasparenza fanno muro. Ordini, Università, società in controllo pubblico… la prima tentazione per tutti è dire “a noi queste regole non si applicano”. Come Anticorruzione stiamo urtando comportamenti e modi di ragionare consolidati da decenni.

Avevate messo il naso su alcuni degli appalti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Firenze?
Avevamo ricevuto delle segnalazioni su singoli episodi e avevamo fatto delle istruttorie, molto spesso riscontrando e informando chi si competenza su cose che non andavano. Sugli appalti per la costruzione di alcune stazioni e sui lavori di Italferr, ad esempio. Il problema è che tutto questo avviene a distanza di tempo, a cose fatte. Se come Anac potessimo intervenire immediatamente su un appalto che puzza, fermando le aggiudicazioni o i lavori e verificando che tutto sia a posto in 15 giorni, senza aspettare il giudice amministrativo, allo sì che cambierebbe tutto. Ma oggi non abbiamo questo potere sospensivo.

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