Quando si sente parlare di fame nel mondo, l’uomo dovrebbe recitare un grande, enorme mea culpa.

Quanto cibo sprechiamo? Secondo la Fao, oltre un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano, cioè circa 1,3 miliardi di tonnellate, va perduto o sprecato. È quanto afferma lo studio intitolato Global Food Losses and Food Waste (Perdite e spreco alimentare a livello mondiale). Più precisamente, i paesi industrializzati ed i paesi in via di sviluppo sperperano, rispettivamente, 670 e 630 milioni di tonnellate di cibo ogni anno.

Per quanto riguarda la sola Italia, si calcola che ogni anno 5 milioni di tonnellate di prodotti alimentari finiscano nella spazzatura. In valore, si parla di una cifra attorno agli 8 miliardi di euro (pari a mezzo punto di Pil).

Certo, non è che ci divertiamo a buttare via il cibo: non c’è dolo, ma colpa, quella sì. Le cause più frequenti che vengono individuate infatti sono le cattive abitudini di persone che non conservano i prodotti in modo adeguato. Ma anche le date di scadenza apposte sugli alimenti, che fanno sì che il venditore o il consumatore si disfino del prodotto che ha superato la data di consumo (spesso solo “preferibile”). O le promozioni, che spingono i consumatori a comprare più cibo del necessario.

Queste sono le cause che riguardano le nostre abitudini alimentari, che contribuiscono al numero della Fao. A cui sono da aggiungere altre cause di perdita dei prodotti prima che arrivino al consumatore finale. Ad esempio quelle che riguardano il trasporto, oppure quelle che riguardano i canoni estetici, per cui se la mela o il kiwi non hanno certe caratteristiche non vengono neppure posti in vendita, oppure ancora la scarsa remunerazione del produttore rispetto al distributore.

Ma ve ne sono anche altre di cause che dilatano lo spreco a cifre difficili anche solo da immaginare. Pensiamo a quanto cibo viene dato in pasto agli animali per ricavarne carne, anziché sfamare direttamente l’umanità. Se piantassimo in un campo tutte le coltivazioni utilizzate per alimentare gli animali da allevamento, arriveremmo a coprire l’intera superficie dell’Unione Europea, o la metà degli Stati Uniti. Un terzo della raccolta mondiale di cereali viene utilizzato per alimentare il bestiame industriale; se fosse utilizzato direttamente per il consumo umano sfamerebbe circa 3 miliardi di persone.

Pensiamo alle mense. Solo quelle scolastiche, sprecano il 50% del cibo offerto.

E pensiamo al cibo potenziale che viene invece utilizzato per produrre quella follia costituita dai biocarburanti. Alla cui produzione, tra l’altro, è anche imputabile l’aumento di prezzo registrato in questi anni delle derrate alimentari per uso umano.
Senza contare – ultimo ma non meno importante – che ci sono cibi che nascono già come rifiuti, dando al termine rifiuti un valore più esteso di quello che abitualmente forniamo. Quali sono? Fatevi un giro in un qualsiasi ipermercato e poi riferitemi.

Insomma, il problema è complesso, i numeri folli e ci sono in gioco le logiche che governano la nostra società.
Si dirà: siamo troppo ricchi. Non è più così vero. La povertà sta aumentando anche da noi. Secondo l’Istat il 9,9% della popolazione italiana è povera in termini assoluti. Forse basterebbe questo dato per farci ripensare ai nostri sprechi.

 

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