amazon 675

In Amazon si lavora male? A giudicare da questa inchiesta del New York Times sembrerebbe di sì. Se però investiamo qualche minuto cercando sul web, scopriamo che sullo stesso giornale è apparso un articolo firmato dalla public editor (una specie di editorialista indipendente), Margaret Sullivan che critica l’uso eccessivo di fonti anonime e di generalizzazioni e aneddoti in luogo di dati oggettivi. Cercando ancora viene fuori un lungo post scritto da un dipendente della società che demolisce punto per punto l’inchiesta, oltre alla replica ufficiale del numero uno della società.

A chi credere? E perché si tratta di un interrogativo rilevante?

Amazon è una società simbolo di come l’innovazione tecnologica stia modificando la struttura dell’economia in cui viviamo e mettere in discussione le condizioni di chi ci lavora è il punto di partenza per muovere critiche più radicali e generali all’intero sistema.

La prima osservazione (peraltro utilizzata anche nella difesa di Bezos) è di carattere logico e afferisce al contesto di riferimento in cui opera la società. Se prendiamo in considerazione il titolare di una impresa della provincia italiana, osserviamo che ha un potere contrattuale molto rilevante nei confronti dei suoi dipendenti perché questi ultimi hanno un numero limitato di alternative lavorative e perché l’ipotesi stessa di cambiare lavoro, in un Paese dove fino a ieri il posto di lavoro era per la vita, viene spesso vissuta come evento straordinario e non di rado traumatico. Amazon non assume persone in stabilimenti lager, ubicati in Paesi in via di sviluppo dove le tutele per i lavoratori sono inesistenti o non applicate, piuttosto opera in un contesto dove le alternative non mancano, i lavoratori sono molto qualificati e disponibili al cambiamento e di conseguenza hanno un potere contrattuale almeno pari a quello della propria controparte (i profili più  ricercati sono contesi e dunque hanno un potere maggiore). Pertanto, che Amazon sia o meno un buon posto per lavorare è in primo luogo un non problema, nella misura in cui chi sceglie di lavorarci lo fa in maniera libera e consapevole, disponendo poi di valide alternative nel momento in cui non fosse più disponibile ad accettare le implicazioni di quel tipo di lavoro. Questo implica che se Amazon continua ad esistere e ad essere un’impresa di successo (primato riconosciuto dal Reputation Institute) semplicemente un numero abbastanza grande di persone lo ritiene un valido posto dove lavorare.

Che dire allora della prospettiva per la quale ambienti di lavoro, tanto logoranti per i lavoratori, potrebbero diventare la norma nel prossimo futuro, dando corpo alle peggiori distopie paventate dai luddisti nostrani? Anche qui giova un confronto con le realtà nostrane: quanto e in che condizioni lavorano i tirocinanti, apprendisti, stagisti e finte partite iva nel Paese con lo statuto dei lavoratori più bello del mondo? Chi pensate che venga pagato di più? Chi affronta i sacrifici per necessità (o mancanza di alternative), e chi per scelta? Chi ha maggiori prospettive per il futuro?

Nessuno che abbia una minima conoscenza del mondo del lavoro, in qualunque Paese, dovrebbe stupirsi troppo di fronte agli eccessi denunciati dall’inchiesta o non rendersi conto che si tratta appunto di casi limite, che non possono costituire la regola, se non in contesti molto specifici. Non a caso uno dei commentatori sul web ha scritto: “It isn’t just Amazon… it’s corporate America”. La morale della favola è al solito abbastanza semplice: il lavoro duro e scomodo è sempre esistito ed esiste ancora ovunque, così come le circostanze sgradevoli in cui una gravidanza o una malattia diventano un lusso, la differenza sostanziale sta nella libertà e consapevolezza della scelta, che viene determinata dalle alternative disponibili, dalle competenze degli individui e dal funzionamento efficace delle istituzioni che presiedono al mercato del lavoro: Amazon e le società simili “maltrattano” pochi individui, che hanno scelto liberamente le condizioni in cui lavorare in virtù del fatto che disponevano di valide opportunità alternative.

Non possiamo purtroppo dire lo stesso di molte altre imprese “tradizionali”, meno visibili sul web (e che se attaccate garantiscono minore visibilità), che offrono condizioni altrettanto miserevoli, di norma accettate per necessità da quei lavoratori che opportunità alternative non ne hanno.

Questo è il discorso, se non si vuole tirare in ballo il convitato di pietra, ossia lo Stato e la politica, che invece di inseguire regolamentazioni obsolete e inadeguate potrebbero favorire la formazione individuale e trasparenze nelle informazioni in modo da rendere i lavoratori il più possibile liberi di scegliere.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Disoccupazione: i posti di lavoro buoni ci sono, ma non per tutti

next
Articolo Successivo

Jobs Act, Istat: “Più occupati, ma over 50. A luglio disoccupazione giù al 12%”

next